Una visita guidata a Budapest, in Ungheria, organizzata da uno studio dentistico locale, giugno 2006.

Grand Budapest dentista

Una visita guidata a Budapest, in Ungheria, organizzata da uno studio dentistico locale, giugno 2006.
01 agosto 2015 10:38

Ho quarantatré anni e un figlio di un anno e mezzo. Da buon romano, le mie spese fisse sono di circa milleduecento euro al mese (affitto, automobile, asilo, eccetera). Arrivo a mille e sette con cibo, divertimenti e imprevisti vari. Ho pubblicato cinque romanzi ma per mantenermi faccio il copywriter da quindici anni. Con la partita iva pago il 50 per cento circa di tasse. Inizio con i numeri, perché i numeri sono molto importanti in questa storia. Se non era per i numeri me ne andavo dal dentista sotto casa. Ogni tanto lo incontro anche al bar, ci chiacchiero, sembra una persona a posto.

Così come il dentista da cui sono andato per il primo preventivo. Me l’ha consigliato mio padre. Mio padre quando ero piccolo si dava dei colpetti sui denti che facevano lo schiocco, poi diceva: “Lo sai quanto vale un incisivo?”. Quindi si toglieva una specie di protesi anni settanta e la metteva in un bicchiere d’acqua, aggiungendo: “Un dente non ha prezzo!”, come si trattasse del Colosseo o della Gioconda. Per il suo dentista, però, ce l’aveva eccome il prezzo: 1.050 euro per due estrazioni chirurgiche, tre otturazioni e una pulizia dei denti.

Appena me l’ha detto, mi sono messo a ridere. Una delle ultime risate che potevano permettermi quei denti, evidentemente. Poi ho chiesto scusa e mi sono imbambolato sulla poltrona. Ho pensato a due cose.

Un giorno gli spiegherò perché papà l’ha abbandonato. Certamente capirà

La prima è che fatichi, ti impegni, tiri avanti. Poi un giorno qualcuno ti dice “apri la bocca” e tu lavorerai gratis per un mese, i soldi se li prenderà lui con altri colleghi (e lo stato, se ti fa la ricevuta).

La seconda cosa che ho pensato è stata: beato Fantozzi. Contratto a tempo indeterminato, staccava alle 18 in punto, mutuo, automobile, figlia, moglie casalinga, televisore con maxischermo, ferie estive e settimana bianca (con il dopolavoro dell’ufficio). Negli anni settanta ridevamo per le sue disgrazie. Oggi ci metteremmo la firmetta. Neanche era laureato.

La notte del preventivo l’ho passata accanto ai miei cari, ma soprattutto accanto alle mie carie. Dovevo fare in fretta, diventano sempre più grandi, i denti del giudizio provocano altre carie, le infezioni si propagano… Avevo come l’impressione che sarebbe successo tutto in quella notte. E così accendo il computer.

Un paio d’ore di navigazione e capisco che l’unica salvezza sarà emigrare in Croazia, Romania, Albania, Thailandia o Ungheria. Scelgo quest’ultima, sempre per i numeri. Con Ryanair il volo costa 60 euro a/r, lo spostamento aeroporto/città 1,50 euro, per la notte me la posso cavare con otto euro.

Dai tariffari dei dentisti ungheresi su internet, posso risparmiare fino a 550 euro comprese spese: tre mesi di asilo pubblico per mio figlio. Un giorno gli spiegherò come mai papà l’ha abbandonato. Certamente capirà. Anche perché, se le cose andranno avanti così, lui sarà già andato più volte dal dentista in Cina.

Il giorno dopo punto uno studio di Budapest specializzato in impiantistica e in italiani. Il sito ha una sezione interamente nella nostra lingua, c’è anche un numero italiano che si può chiamare. Chiamo. Mi risponde una donna: dice”buongionno”, ma è molto gentile. Non insiste, non dice cose strane. Mi conferma il preventivo del sito. Tuttavia devo essere sincero. Finita la telefonata, non posso fare a meno di pensare che è tutta un truffa. Si vestiranno da dentisti, prenderanno i miei soldi, sarà tutto molto doloroso e diranno che è colpa dei miei denti. Come sempre.

Due giorni dopo mi arriva questa email.

Gentile Sig. Morici, La ringraziamo per la sua gentile richiesta! Come Le ho promesso al telefono, Le mando i suoi appuntamenti fissati alla nostra clinica. L’aspettiamo l’8 Aprile (lunedí) alle 12:30. Dottoressa XXX preparerá le otturazioni e fará anche la pulizia dei denti. Dopo i trattamenti soprascritti sará una pausa e giornodopo dalle 9:15 il nostro chirurgo orale Dottore YYY eseguirá le estarzioni dei denti del giudizio numero 48 e 38.
Se ha giá una panoramica ce la mandi per favore via e-mail, se non ce l’ha, non c’é nessun problema, Gliene possiamo preparare una digitale qui, alla nostra clinica, prima del suo trattamento.
Aspetto la sua gentile risposta anche riguardo ai suoi appuntamenti e le auguro Buona Pasqua!
Cordiali saluti, Anna.

A parte gli accenti acuti invece che gravi, mi sembrava una email onesta, no?

In Italia la panoramica la fanno gratis in diversi posti ma non può uscire dallo studio. Altrimenti costa almeno cinquanta euro (quattro pacchi da cinquanta pannolini). Ci penso un attimo.

Poi prenoto una visita diagnostica con ortopanoramica vicino casa, così mi faccio dare anche un’altra occhiata. Ci vado, il dentista sembra un ottimo professionista che ha cessato la libera professione quindici anni fa per problemi di alcolismo e ora è stato assunto dalla grande azienda. Ottimo professionista, ripeto, se tenuto sotto controllo da una buona struttura. Con l’ortopanoramica fresca fresca davanti, mi conferma tutto quello che aveva già detto il collega. Qui i trattamenti costano leggermente di meno. Un cartello spiega il perché: ottimizzazione dei servizi grazie al franchising, acquisto in grosso dei materiali, eccetera.

Dovrebbero aggiungere: i nostri operatori hanno una grande esperienza (pausa) della vita. Ma dopo avermi salutato il dentista compie un grosso errore: mi lascia solo. Mi avvicino all’ortopanoramica ancora sullo schermo del monitor, tiro fuori il cellulare e scatto una bella foto gratis a 8 megapixel. Che non è la stessa cosa dell’originale, lo so. Ma a Budapest ci saranno abituati.

Il citofono di uno studio dentistico di Budapest, in Ungheria, giugno 2006.

Dopo un’ora e cinquanta di viaggio aereo e un’oretta di bus più metro, arrivo in ostello. Siamo nel centro della città. Ci sono già stato con due fidanzate diverse. Adesso mi ci ritrovo solo, con i denti marci.

“Solo” per modo di dire, ho prenotato su hostelword.com un letto in una camerata da 8 letti a un prezzo imbattibile. L’ostello fa parte di una catena internazionale, è pulito, funzionale e molto colorato. Ce ne saranno altri dieci identici in Asia e in America Latina.

Affronto subito l’enorme salotto e mi ritrovo circondato da ventenni da tutto il mondo, sdraiati su cuscini, mezzi addormentati, che smanettano sui loro portatili. Nessuno parla con nessuno. Faccio un enorme sforzo per non giudicarli, per non ammettere che internet ha rovinato tutto e diventare il classico bacchettone.

Sono stato un viaggiatore “perpetuo”, come li chiama qualcuno, per anni. Una volta ho vissuto in ostello sei mesi consecutivi. Ai miei tempi il bello era essere terrorizzati dall’isolamento e iniziare quindi ad abbordare sconosciuti con trascinante spiritualità. Ora c’è internet, eccetera, eccetera. In realtà, come cominciano a girare le birre, capisco che se avessi avuto vent’anni di meno sarebbe stato ancora un bell’ambiente. Dieci di meno e sarebbe stato comunque interessante da un punto di vista antropologico. Ma stiamo parlando comunque di tempi lontani, quando “la Corona” per me era ancora una birra messicana che si beveva con la fettina di limone: oggi è 130 la provvisoria e 450 la definitiva.

Appena mi sveglio chiedo informazioni a un’adolescente mora che lavora alla reception; dice che ci vuole un’ora e mezza per arrivare al mio indirizzo: “È una zona un po’ fuori”, aggiunge. “Non c’è niente di divertente che ci vai a fare?”.

Gli ungheresi stanno molto meglio. Hanno denti fantastici per pochi euro dentro le loro bocche

La metro di Budapest è una delle più antiche d’Europa. Si vede. I cartelli pubblicitari sono per metà impegnati a venderti un portatile. L’altra metà propone parchi divertimento. C’è molta frenesia, tanti studenti davanti al cellulare, lavoratori che leggono il giornale, mamme con bambino. Nessuno mi fissa o cose del genere, ho i loro stessi colori, non sembro un turista. Due adolescenti stanno parlando con un certo pathos di qualcosa che le fa anche ridere. Non capisco nulla della loro lingua. Mi sembra di cogliere una frase ogni tanto, a un certo punto sono certo di aver sentito “otturazione”, ma questo dimostra solo come lavora il nostro cervello sottoposto a stress economico.

Due poliziotti salgono sul vagone, gli anziani li fissano inquieti, i giovani neanche se ne accorgono. Poi cedo il posto a un signore con la stampella, mi sorride e dice qualcosa di incomprensibile. Faccio finta di aver capito e forse è vero.

Arrivo al capolinea della metro, emergo per prendere il trenino che mi porterà nel quartiere del dentista. Sono in una zona commerciale che mi ricorda Anagnina, a Roma sud. Anche qui c’è l’Ikea e, poco distante, un negozio di abbigliamento Zara. Chiedo informazioni, faccio il biglietto, mi metto ad aspettare insieme a pendolari, vecchiette e tre skinhead un po’ bamboccioni, a dir la verità.

Perché sono qui?

In Ungheria il partito dell’estrema destra ha preso il 20 per cento alle ultime elezioni. Il primo ministro Orbán è accusato spesso di essere profondamente antidemocratico. Poco prima della mia partenza ha detto che bisognava chiudere le porte ai “pericolosi immigrati che ci rubano il lavoro” (in Ungheria sono ancora meno che in Italia).Tra nazisti e comunisti gli ungheresi hanno preso schiaffi da tutte le parti lo scorso secolo. Adesso, speriamo non stiano ricominciando da capo.

Osservo la gente e mi sembrano tutti un po’ tristi. Ma dipende dal mio punto di vista italiano, non ci casco. Viaggiando ho imparato molto sui pregiudizi che abbiamo soprattutto su noi stessi. Come si mangia in Italia non si mangia da nessuna parte. Di mamma italiana ce n’è una sola. Il famigerato rispetto che ci darebbe il mondo. Dopo che hai fatto il liceo sei più intelligente degli americani. E così via, anche questa cosa che siamo più solari di tutti, soprattutto dei paesi dell’est. In realtà dentro di loro, gli ungheresi, stanno molto meglio. Hanno denti fantastici per pochi euro dentro le loro bocche.

Scendo alla fermata giusta ma intorno a me non c’è nulla che possa assomigliare a uno studio dentistico. È campagna, casette basse stile abuso edilizio, un po’ Frattocchie e un po’ Tufello. Non posso essermi sbagliato, ormai c’è GoogleMaps sul cellulare, è impossibile perdersi (come mi successe una volta nel 1998, bei tempi, eccetera eccetera).

Cammino seguendo l’iconcina blu, tra cani da guardia che mi fanno saltare, legna in giardino, cassette delle poste. Cerco di interpretare lo status socioeconomico dalle automobili parcheggiate, in giro non c’è nessuno. Davvero un dentista serio può avere lo studio qui? Cosa sto facendo? Perché mi sono ficcato in questa storia? Solo per i 550 euro o perché sono matto?

Gli errori peggiori sono quelli per cui nessuno ti può dire che stai sbagliando. Magari perché hai scelto tu di muoverti fuori delle rotaie, in posti tipo questo dove mi trovo io. Spenderò il doppio per riparare i danni, dovrò andare a New York, altro che Budapest, da un carissimo dentista che cura i danni dei dentisti… Ho un figlio, non posso morire dissanguato!

In uno studio dentistico di Budapest, in Ungheria, giugno 2006.

All’improvviso, davanti a me, spunta lo stesso logo che c’era sul sito. E tutto cambia. Come sul sito, identico, incredibile quanto mi rassicuri. Sembro uno di quei ragazzi di prima, in ostello, con il portatile in faccia.

Anna, la segretaria, è carina, sempre sorridente e molto “reale” perché addirittura ha il logo in stoffa, cucito sulla maglietta. Lo studio è nuovo, bello, accogliente. Se fossimo nella mia città lo posizionerei a un livello medio-alto. Mi presenta la dentista, anche lei ha il logo sulla maglietta bello grosso. Mentre preparano, mi spiega che sono una coppia di medici, moglie e marito; andavano spesso in Sardegna in vacanza e lì gli è venuta l’idea di aprirsi agli italiani.

Insomma, tutto va bene, sul muro ci sono pure lauree e specializzazioni. Addirittura mi regalano tre tubetti campione di non so cosa. Tuttavia, poco prima che mi mettano le mani in bocca, penso: “E se fossero una banda di veterinari neonazisti che si affitta lo studio isolato e accalappia italiani online? Te lo ricordi Il maratoneta? Magari uno di loro, a un certo punto, ha avuto un’idea: Facciamoci le divise con il logo!”.

In due orette mi pulisce i denti, piazza tre otturazioni, ta ta ta. Ogni tanto si ferma e mi chiede: “Male?”. Le sto pagando, in ceramica, 50 euro invece che 200. È un’ottima anestesia.

Il giorno dopo è il grande giorno. Quello dei denti del giudizio. La tradizione vuole che spuntino fuori quando diventi maturo, secondo me vale ancora di più quando te li togli. Perché quando te li togli decidi tu come, dove e quanto spendere. L’idea era di estrarli tutti e due contemporaneamente ma il marito della dentista del giorno prima mi dà un’occhiata e dice una frase biascicata, che poi Anna traduce in “Meglio di no”. Sarebbero troppe cose tutte insieme. Professionalissimo. Estrarrà il mio dente n.48, che in italia era stato giudicato “difficile”, ovvero 300 euro.

I veri problemi

Gabor (così si chiama, non resisto all’idea di fargli un po’ di pubblicità) ci riesce per 60 euro, senza incidenti di percorso tipo spezzamenti, emorragie, operazioni lunghe ore e altre cosette che avevo letto su vari forum dell’orrore. Un grande. Anche un bell’uomo, Gabor. Secondo me fa parte della minoranza di sinistra ungherese. Dovrebbero eleggere lui primo ministro, non Orbán. Gabor for president. Quando mette i punti sembra Sampei con la canna da pesca, mai vista una cosa del genere.

Il problema è dopo quattro ore, in ostello. Comincia a esplodermi la bocca. Non posso parlare, mangiare, neanche dormire. Devo stare con il dolore e il sapore di sangue mentre intorno a me miriadi di ragazzetti e ragazzette festeggiano, cazzeggiano, rimorchiano. Tutte cose che fanno tanto rumore.

Dopo chilometri di camminata per il centro, decido di tornare in stanza ma i miei coinquilini non hanno ancora finito, entrano ed escono accendono e spengono la luce fino alle due di notte. Anche dopo, al buio, mi sorbisco l’intero corteggiamento di un’americana ventenne in tuta da ginnastica verso un danese con il giubbotto di pelle, che vive a Istanbul.

Lui parla di quanto è bello inserirsi in nuove culture. Dopo un’ora di conversazione lei gli chiede: “Ma tu ci credi in dio?”. Lui ci pensa un attimo e risponde: “Ho un mio dio personale”. Non credo gli fosse uscito ancora il dente del giudizio. Beato lui.

La mattina dopo però sto molto meglio. Gli uccellini ungheresi cinguettano per strada, credo nel forte potenziale di questa nazione. Mi viene in mente cosa ho sognato: Gabor, il dentista che vince le elezioni. Poi sempre Gabor, che riceve la laurea honoris causa a Cagliari, mentre indossa calzoncini e occhiali da sole. Devo tornare in clinica per l’ultimo controllo e pagare. Avete letto bene, si fanno pagare il giorno dopo le cure. Potrei scapparmene con la ceramica in bocca, eppure si fidano. Alla stazione del trenino vado a prelevare tutto contento, è andata liscia, hai visto? Inserisco la carta nel bancomat.

E cominciano i veri problemi.

In uno studio dentistico di Budapest, in Ungheria, giugno 2006.

Non funziona. Il primo bancomat me la restituisce senza dire niente, il secondo mi dice che la transazione non è possibile, il terzo un’altra cosa senza senso. All’inizio me la prendo con l’Ungheria. Poi vado alla filiale ungherese della mia banca e mi spiegano che il problema è mio. Allarmato, stanco per la notte e con la bocca che mi fa male se parlo, sono costretto a chiamare il numero del servizio clienti per l’estero. Un numero a pagamento. Ci metto almeno tre telefonate e dieci minuti a capire che tasti spingere, come parlare con un essere umano e non una voce registrata.

L’Italia non ti abbandona mai

Mi risponde il primo telefonista. Parlo veloce, biascicando per il fastidio, sto facendo tardi dal dentista. Lui ascolta il problema e mi mette in attesa. Un attesa di diciannove minuti, è rimasta traccia sul mio cellulare. Ma è solo l’inizio. I centralinisti sono stati cinque, per un totale di un’ora e quindici al telefono. Ognuno mi dice che ha fatto qualcosa per me, ma devo chiamare un altro numero. O devo chiamare lo stesso numero, così si innesca non so quale meccanismo di tracciabilità.

Pare che la mia carta non è abilitata per prelevare all’estero, anche se sei mesi fa avevo prelevato benissimo. Il quinto centralinista è una ragazza con una voce dell’est. È una cosa che mi dà l’idea di un cerchio che si chiude ma senza nessun senso.

Sono incazzatissimo, allarmato, disperato, collerico, piagnucoloso, lucido, furibondo, stremato. Le spiego cosa mi hanno detto gli altri quattro colleghi con una voce esasperata e dolorante.

I numeri, i numeri sono molto importanti in questa storia

Sto spendendo tanti soldi, sbraito in italiano. Intorno a me gli unghesesi mi guardano fisso. La ragazza non controlla neanche la mia pratica, forse si spaventa, mi comunica che lo “sblocco” della carta non si può fare per telefono. In cinque per capire una banalità del genere! Urlo così forte che, visto l’accento, potrebbe sentirmi anche senza telefono. Magari sto parlando con una che abita nel palazzo qui accanto. Magari se le citofonassi invece di parlarci al telefono risparmierei un sacco di soldi.

L’Italia non ti abbandona mai, l’Italia ti insegue. Mi vengono in mente amici di quando vivevo a Berlino, che lamentavano lettere di Equitalia per questioni di nove anni prima. Arrivavano ai loro genitori che telefonavano in preda al panico. Multe quintuplicate, tasse della nettezza urbana, è l’Italia che ti dice che non ti libererai mai di lei. È come la criminalità organizzata, non te ne puoi andare via da un momento all’altro.

Troppo facile. Devi restituire tutto l’amore che ti è stato dato. Dove vuoi andare tesoro mio? Le radici sono difficili da estirpare (ma in Italia una devitalizzazione costa il doppio di Budapest). E così, spossato, a 809 chilometri di distanza in linea d’aria, mi devo ricongiungere con mia sorella, per farla correre da Moneygram. Di commissione pago dieci euro e cinquanta centesimi, che sottraggo mentalmente ai soldi che ho risparmiato, come se dovessi pagare un pizzo.

Ma non è finita. Il giorno dopo arrivo all’aeroporto di Ciampino, prendo la navetta per la stazione, il treno Ciampino-Tiburtina. Raggiungo il mio motorino. E attaccato al parabrezza ci trovo una multa. Stava in un bel parcheggio sotto la tangenziale dove un cartello, che sono andato a cercare il giorno dopo, diceva che tutti i lunedì, dalle sette alle undici pulivano la strada. Io ho visto le strisce bianche e ho parcheggiato, cavolo. Strisce bianche, perché dovevo alzare la testa in cerca di cartelli? Quaranta euro di multa.

Raggiungo casa paranoico, mi giro a destra e sinistra, voglio scrivere una lettera alla mia banca e una ai vigili urbani, poi mi addormento esausto. Quando mi sveglio non me ne frega più niente. Fantozzi ogni tanto ci provava a ribellarsi ma aveva ferie e malattie pagate. Mi faccio un calcolo: 550 meno 40 (la multa) meno 30 (ipotesi spesa telefonate al call center) meno 10,50 (la commissione Moneygram) uguale 470. I numeri, i numeri sono molto importanti in questa storia. Ho ancora risparmiato 470.

Gioco un po’ con mio figlio in salotto, gli insegno a contare fino a 20. Poi leggo la posta, c’è un email di Anna:

“Gentile Claudio, Le vorremmo soltanto chiedere se tutto va bene. Speriamo che stia bene e La ringraziamo per aver scelto la nostra clinica. Cordiali saluti”.

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Claudia Grisanti