Profughi burundesi arrivano a Kigoma, in Tanzania, il 23 maggio 2015.

Il Burundi è sull’orlo di una guerra civile lontano dagli occhi del mondo

Profughi burundesi arrivano a Kigoma, in Tanzania, il 23 maggio 2015.
18 aprile 2016 16:32

Thierry vuole parlare, ma si blocca al ricordo dei colpi e delle coltellate accompagnati dalla voce di suo padre che implorava di aver salva la vita, prima che uomini dal volto coperto lo facessero a pezzi. Si rinchiude in se stesso, freddo e piccolo su un’umida panca di legno in Tanzania. L’inferno si trova a un paio di chilometri di distanza, al di là di un fiume, nel paese che fino a due ore fa era la sua patria.

“Il sangue scorre ovunque in Burundi, le cose stanno così”, racconta il giovane agricoltore, arrotolandosi i pantaloni e una manica della camicia per mostrare tagli e lividi. Ha chiesto di cambiare il suo nome per proteggere i familiari che si trovano ancora in Burundi. Profugo all’età di 27 anni, è solo una delle tante vittime di una crisi che ha costretto più di 250mila persone all’esilio e che adesso minaccia la fragile stabilità di una regione con un tetro passato di genocidi. I racconti di chi è fuggito sono pieni di torture, aggressioni, rapimenti e omicidi.

“Voglio dimenticare tutto del Burundi, anche i nostri nomi”, dice un altro giovane, crollato a terra davanti a un centro di registrazione per i profughi. Per metterla in salvo, ha trasportato dall’altra parte del fiume sua sorella di sedici anni, incinta in seguito a uno stupro. Si sono lasciati alle spalle la tomba di un’altra sorella, uccisa l’anno scorso da un proiettile sparato da un soldato.

Mentre in Burundi cresce la violenza e circolano voci insistenti sulle milizie dell’opposizione che si starebbero addestrando nei paesi vicini, i sopravvissuti avvertono che il governo, nel timore di perdere il potere, sta facendo ricorso alla stessa velenosa propaganda etnica che ha alimentato le guerre nel paese e il genocidio nel vicino Ruanda.

Eppure il mondo sembra non accorgersene. A quanto pare la comunità internazionale non percepisce l’urgenza di fermare l’implosione del Burundi e, secondo le organizzazioni umanitarie, ancora meno di fornire cibo e rifugio alle vittime.

Ci hanno preso i soldi, ci hanno picchiati e poi ci hanno chiesto: ‘Non appoggiate il presidente?’

“Il nostro paese è sull’orlo della guerra e noi ci sentiamo dimenticati”, dice Geneviève Kanyange, un’esponente del partito al potere che ha trascorso settimane in clandestinità prima di riuscire a fuggire in esilio. “Se non ci aiuteranno presto, potrebbe essere troppo tardi”.

La violenza è esplosa l’anno scorso, quando il presidente Pierre Nkurunziza, un ex insegnante di educazione fisica, comandante di una milizia e devoto cristiano rinato, ha annunciato di voler mettere da parte la costituzione e candidarsi per un terzo mandato.

Il suo annuncio ha provocato un tentativo di colpo di stato, proteste di massa e una repressione che si è trasformata in uno stato permanente di violenza. Nel 2016, in media, un migliaio di persone al giorno sono fuggite oltre il confine con la Tanzania, secondo le cifre fornite dalle agenzie umanitarie attive nella regione.

Questi esuli hanno raggiunto gli altri 250mila che avevano trovato rifugio in Tanzania, Ruanda, Uganda e Repubblica Democratica del Congo alla fine dell’anno scorso, in campi profughi drammaticamente sovraffollati e senza cibo a sufficienza. Secondo quanto riferito da un portavoce delle Nazioni Unite, un appello per raccogliere fondi ha racimolato solo un decimo del necessario.

Gran parte dei profughi ha viaggiato di notte, attraverso boscaglia e foreste, per evitare le milizie che danno la caccia ai possibili disertori, definiti traditori. Alcune delle persone che riescono a intercettare vengono rispedite indietro con un avvertimento, ma molti vengono aggrediti e uccisi.

“Ci hanno preso i soldi, ci hanno picchiati e poi ci hanno chiesto: ‘Non appoggiate il presidente?’”, racconta Kigeme Kabibi, una trentenne madre di cinque figli che ha cercato di scappare la prima volta dopo che avevano sparato a suo marito e, come quasi tutti i profughi del Burundi, ci ha chiesto di essere identificata con uno pseudonimo nel timore di rappresaglie per aver parlato con la stampa straniera. Al secondo tentativo è riuscita ad arrivare in Tanzania percorrendo strade secondarie.

Nei campi profughi della Tanzania

A quanto pare il governo spera che, se riuscirà a fermare l’esodo dei profughi, la comunità internazionale – già distratta – preferirà ignorare i problemi interni al Burundi. I controlli sono così severi che decine di migliaia di persone a rischio hanno preferito nascondersi all’interno del paese, nelle foreste o nelle abitazioni di amici, piuttosto che rischiare di superare il confine.

A quelli che riescono a oltrepassare il confine, la Tanzania offre solo una protezione minima. La penuria di fondi e la marea di nuovi arrivi fanno sì che i campi profughi siano affollati, le razioni di cibo raramente consentono più di un pasto al giorno e un alto numero di donne e bambini sono vittime di aggressioni sessuali.

Profughi burundesi su una nave diretti a Kigoma, in Tanzania, il 23 maggio 2015.

Fabian Simbila è un operatore sanitario che ha conosciuto Thierry e la sua famiglia presso un minuscolo centro di registrazione alla frontiera. Può fornire aiuto per le emergenze mediche e offrire coperte per ripararsi dal freddo, ma non ha cibo per le famiglie che hanno camminato a volte per giorni con lo stomaco vuoto. “Arrivano di sera e non hanno niente da mangiare fino al giorno dopo, quando verranno accolti nei campi profughi ufficiali”, racconta. “È difficile, provo pena per loro. Ma cosa posso fare?”. Decine di persone arrivano ogni giorno, e il suo modesto salario non basta a procurare razioni per tutti quanti.

La fame patita in Tanzania è comunque per molti un cambiamento in positivo rispetto ai pasti consumati nel terrore in patria. “Stanotte forse riuscirò persino a dormire di nuovo”, dice Jacques, un contadino di 21 anni scappato con i genitori da un villaggio nella provincia di Ruyigi, al confine. Non mangiava da più di 24 ore, ma alla sua famiglia non importava, dice.

“Non volevo rivivere le cose che avevo visto da bambino”, ha detto, riferendosi alla lunga guerra civile, finita nel 2005. “Catturano i giovani, li accoltellano e li picchiano, e violentano le donne. Non ne possiamo più di vedere gente morire come capre. Poi mio padre è anziano, e ci ha implorato di partire adesso, perché non sarebbe stato in grado di scappare nel caso di una crisi improvvisa”.

È molto più difficile far uscire le notizie dalla campagna. I fatti accadono lontano dalle telecamere

La testimonianza dei profughi provenienti dalle campagne come Jacques è importante perché le aree rurali del Burundi sono talmente povere e mal collegate che gli attivisti spesso hanno solo un’idea molto vaga delle violenze in atto. Nella capitale Bujumbura e nelle altre città principali una rete di simpatizzanti usa gli smartphone per divulgare di nascosto informazioni sulle uccisioni e le sparizioni, rischiando moltissimo, secondo quanto racconta l’avvocato e attivista Lambert Nigarura.

Nei villaggi di uno dei paesi più poveri del mondo ci sono pochi telefoni, connessioni a internet e collegamenti con reti di attivisti, e questo significa che chi vuole rendere pubbliche le violenze deve affidarsi a metodi più antiquati e rischiosi. “È molto più difficile far uscire le notizie dalla campagna; i fatti accadono lontano dalle telecamere”, afferma Nigarura, ricordando una serie di aggressioni segnalate tramite lettera. “Gli osservatori sono solo in alcune aree, perciò se succede qualcosa mentre si trovano lì, lo veniamo a sapere. Se succede invece da un’altra parte, non ne sappiamo nulla”.

Gli abitanti delle campagne sono anche tagliati fuori dalle notizie sulla portata della crisi nazionale. Le televisioni sono sempre più rare fuori dalle città e il governo lo scorso maggio ha chiuso tutte le stazioni radio indipendenti del paese. La più famosa, Radio publique africaine, è stata perfino colpita da un missile, per rafforzare il messaggio. Le stazioni radio di stato sopravvissute diffondono propaganda, non informazioni.

“Nel villaggio la gente veniva ammazzata ma alla radio non si sentiva niente”, racconta Fabrice, 54 anni, che ha deciso di partire con la moglie e i dodici figli dopo che suo cognato è stato rapito di notte. Non si aspettano di rivederlo, hanno già chiamato la prigione locale e gli agenti hanno detto loro che non si trova lì.

Mentre i villaggi si svuotavano lentamente, la famiglia aveva ritardato la partenza perché, come la maggior parte delle persone che si trovano nei campi profughi, sanno che è un viaggio di sola andata. “Appena sanno che siamo qui, prendono automaticamente la nostra terra”, aggiunge Fabrice. “Non potremo mai più tornare”.

Come fermare la guerra

I suoi timori sono confermati dalle organizzazioni umanitarie che prevedono di dover sostenere i profughi burundesi per molti anni, anche se le violenze dovessero cessare nel giro di pochi mesi. “Non vedo alcuna prospettiva né desidero tornare in Burundi. Questa è un esilio grave e probabilmente lungo”, riferisce il presidente dell’International rescue committee David Miliband. “Secondo me dobbiamo prepararci al peggio, ossia a una crisi della durata di diversi anni con persone che continueranno ad arrivare”.

Miliband parlava dopo aver visitato il campo di Nyarugusu, in Tanzania, attualmente il terzo campo profughi del mondo per dimensioni, una baraccopoli che si estende in modo irregolare e ospita più di 150mila persone che hanno perso tutto.

Gli esiliati più fortunati, che dispongono di soldi o di parenti disposti a prenderli con sé, sono finiti per la maggior parte nella capitale ruandese Kigali, dove giornalisti, attivisti e politici raccolgono le informazioni fatte uscire di nascosto dal Burundi e discutono su come richiamare l’attenzione sulla crisi e porre fine alle violenze.

La maggior parte teme l’escalation militare e crede che una forza di pace internazionale sia la migliore speranza per evitare la guerra. Tra i campi profughi e gli esiliati sparsi qua e là, tuttavia, c’è un numero sempre maggiore di sopravvissuti arrabbiati e addolorati che vogliono tornare con un fucile in mano. “Vorrei poter tornare indietro e combattere, ma non so dove arruolarmi”, dice un esiliato segnato dalle cicatrici delle torture in una prigione governativa, che ha chiesto di essere chiamato Billy Ndiyo per proteggere i parenti rimasti in Burundi dopo la sua fuga.

Ndiyo è stato fortunato, perché un parente ricco e influente è riuscito a comprare la sua libertà

Ndiyo faceva l’autista prima della crisi. Poi il caos economico gli ha fatto perdere il lavoro. L’estate scorsa, mentre andava a comprare il pane, è stato catturato per strada da alcuni miliziani. Non si era mai interessato di politica e ritiene di essere stato sequestrato per il solo fatto di essere un giovane in una zona considerata una roccaforte dell’opposizione.

Condotto in una villa alle spalle di un complesso militare che, secondo quanto riferito da alcuni attivisti, viene utilizzata come prigione, Ndiyo è stato ammanettato, picchiato e ferito in faccia con un’arma da taglio. “L’ha presa e mi ha colpito proprio sotto l’occhio, urlando: ‘Non osare guardarmi’. Ho alzato una mano per cercare di fermare il sangue ma lui ha continuato, poi mi ha colpito in testa e all’altra mano con un coltello. C’era sangue dappertutto, e l’ultima ferita mi ha fatto svenire”.

È rinvenuto in una minuscola cella dove altri otto prigionieri sfiniti, alcuni vicini di casa nel quartiere in cui viveva, gli hanno detto che di sicuro non sarebbe uscito vivo da lì. Ben presto ha capito il perché. “Quella stessa notte sono venuti a prendere due prigionieri. Hanno detto loro: ‘Venite, abbiamo trovato un posto adatto a voi’ e da allora nessuno li ha più visti. La notte dopo sono venuti a prenderne un altro. Piangeva e cercava di opporre resistenza, perciò hanno cominciato a colpirlo con un coltello sotto i nostri occhi”.

Un bambino nella strada dove sono stati trovati cinque cadaveri nel quartiere di Cibitoke, a Bujumbura, il 9 dicembre 2015.

Ndiyo è stato fortunato, perché un parente ricco e influente è riuscito a comprare la sua libertà e a mandarlo immediatamente oltre il confine. I suoi compagni di cella, dice, sono di sicuro tutti morti.

È difficile verificare le storie di molti profughi, a causa dell’instabilità in Burundi e della stretta sui visti d’ingresso. Le storie raccontate da persone provenienti da diverse parti del paese mostrano schemi ricorrenti di violenza e tortura.

Molti di coloro che sono stati detenuti o uccisi in una prigione governativa affermano di essere stati prelevati in strada da forze di sicurezza e milizie che sostenevano di essere a caccia di ribelli. Questi raid sono diventati così comuni che in alcune aree i giovani se ne stanno rinchiusi in casa a volte per intere settimane.

L’altra forma ricorrente di violenza è stata messa in atto nel corso di irruzioni nelle case, di solito con la scusa di cercare armi illegali. “Vengono a casa tua se pensano che appartieni a un partito politico d’opposizione e dicono di cercare fucili. Anche se non ne trovano, portano via tutti e nessuno sa dove vanno a finire”, racconta Fabrice.

I responsabili delle violenze

Quelli che hanno ucciso il padre di Thierry lo accusavano di appartenere a un gruppo ribelle, anche se l’anziano era sopravvissuto agli anni della guerra civile senza prendere in mano un’arma. “Mio padre li implorava: ‘Non ho un fucile. Se anche mi consegnaste il vostro, non saprei come usarlo’”.

Altre forme di tortura vanno dall’uso di armi da taglio da parte delle forze di sicurezza per squarciare e accoltellare ad atti ancora più raccapriccianti. Molti hanno raccontato di miliziani che hanno legato dei secchi d’acqua al pene degli uomini e li hanno costretti ad alzarsi e abbassarsi, facendo sì che il peso strappasse loro i genitali.

Gli autori di molte atrocità sono uomini mascherati di cui non si conosce l’identità. Un gruppo che ricorre più volte nei racconti degli abusi è il temuto settore giovanile del partito al potere, gli Imbonerakure, “quelli che vedono lontano” in lingua kirundi. Il gruppo è nato dallo scioglimento della stessa milizia da cui ha avuto origine il partito al potere.

Gli Imbonerakure sarebbero anche coinvolti nel tentativo di trasformare questo scontro in un conflitto etnico. Il Burundi confina con il Ruanda e condivide una composizione etnica simile a quella del paese teatro del genocidio del 1994, che continua ancora oggi a proiettare lunghe ombre di vergogna e paura. Come il Ruanda, anche il Burundi ha assistito a feroci guerre genocide tra hutu e tutsi.

Un accordo di pace ben calibrato aveva messo fine all’ultima guerra nel 2005 ed era riuscito a disinnescare molte tensioni, creando un equilibrio etnico nell’esercito, nel governo e perfino nelle aziende di proprietà dello stato. Gruppi come quello degli Imbonerakure sono esterni a queste strutture di potere formali e le indeboliscono.

L’esercito è già diviso. Il mese scorso un alto ufficiale dell’esercito ritenuto vicino a Nkurunziza è stato ucciso a colpi di arma da fuoco mentre leggeva un avviso su una bacheca all’interno di una caserma.

“Membri dissidenti e lealisti dell’esercito si uccidono tra loro. Questo determina un rischio altissimo”, dice Richard Moncrieff, analista esperto di Africa centrale presso l’International crisis group. “Se pensiamo alla storia del Burundi, ci accorgiamo che il rischio di atroci violenze di massa è molto alto”.

Con il governo che predica odio, il Burundi corre il rischio di spaccarsi ancora di più lungo linee di divisione etnica e un esercito in guerra con se stesso potrebbe trascinare il paese in una nuova guerra civile.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano britannico The Guardian.

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