Il campo di Idomeni, il 4 maggio 2016.

L’Europa tiene in ostaggio i profughi a Idomeni

Il campo di Idomeni, il 4 maggio 2016.
06 maggio 2016 11:47

I ragazzini mi saltano addosso appena imbocco la strada che porta al campo di Idomeni. “Hello my friend, you are beautiful, I love you”, mi dice un bambino senza scarpe. Poi mi indica la tenda dove vive, a pochi passi dalla strada. La madre è seduta dentro alla piccola tenda da campeggio verde e quando il bambino la chiama, alza il braccio e mi saluta sorridente. Mohamed è siriano, viveva a Idlib, ha gli occhi neri e le ciglia folte che gli ammorbidiscono lo sguardo. Mi vuole baciare, abbracciare. Lo prendo per mano e lo porto con me, ma poi mi saluta: non ce la fa a camminare senza scarpe sull’asfalto.

Idomeni è il più grande campo profughi della Grecia, “la Dachau dei nostri giorni” l’ha definita il ministro dell’interno greco Panagiotis Kouroublis. Una distesa di tende lungo la ferrovia al confine con la Macedonia. Dove prima c’era un valico per accedere alla rotta balcanica verso l’Europa occidentale, ora c’è una recinzione pattugliata dai militari; metri e metri di filo spinato.

Da questa parte del confine da circa due mesi vivono accampate dodicimila persone, il 40 per cento di loro sono bambini. Tra gli abitanti del campo ci sono circa seicento donne incinte, secondo Medici senza frontiere. Molte viaggiano da sole con i figli. I mariti sono partiti prima di loro per raggiungere l’Europa, con la promessa di ricorrere ai ricongiungimenti familiari, poi sono rimasti intrappolati nelle maglie della burocrazia europea.

Sarab Al Jumaili, iracheno, con suo figlio Adnan, vicino alla recinzione che circonda il campo di Idomeni, il 22 aprile 2016.

Quando la scorsa estate la cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto che avrebbe accolto i siriani in fuga dalla guerra e avrebbe sospeso il regolamento di Dublino, molti si sono incamminati fiduciosi lungo la rotta dei Balcani. Tuttavia nei mesi successivi la schizofrenia dei governi europei e delle loro politiche verso i migranti ha prodotto una delle più gravi emergenza umanitarie degli ultimi decenni, paragonabile a quella provocata dalla guerra nella ex Jugoslavia.

I paesi dei Balcani hanno cominciato a chiudere le frontiere a singhiozzo, e hanno costruito recinzioni al confine per impedire ai profughi di passare, infine l’Unione europea ha deciso di permettere ai governi di ripristinare i controlli alle frontiere e ha sottoscritto un patto con la Turchia che prevede di intercettare in mare le imbarcazioni che varcano l’Egeo dirette verso la Grecia e di rimandare indietro i profughi che sono arrivati sul territorio greco dopo il 20 marzo. L’accordo ha determinato la chiusura definitiva della rotta balcanica e quasi 55mila persone sono rimaste bloccate in campi ufficiali o informali in Grecia, sospese in un limbo.

Il campo di Idomeni è nato la scorsa estate come un insediamento di transito per i profughi che provavano a raggiungere l’Europa del nord, poi negli ultimi mesi si è trasformato in un campo stanziale. A novembre del 2015 la Macedonia ha cominciato a far entrare i profughi con criteri selettivi: solo i siriani potevano passare, poi il muro si è alzato per tutti. Da un giorno all’altro è stata chiusa la porta in faccia a chi sperava di attraversare il valico.

Dulfa ha 26 anni, viveva con suo marito Mustafa a Baghdad, in Iraq. Poi Mustafa è partito con la promessa di portare con sé la sua famiglia, ma una volta arrivato in Svezia le procedure per l’asilo sono state rallentate e non è riuscito ancora a ottenere nessuna forma di protezione internazionale. Così Dulfa è partita senza nessuna certezza, otto mesi dopo suo marito, con i tre figli al seguito, la madre e i suoi sette fratelli. Hanno dato cinquemila dollari ai trafficanti per conquistarsi un passaggio verso la Grecia.

Sono arrivati a Idomeni il 5 marzo e sono rimasti bloccati in Grecia. Da due mesi vivono sui binari del treno, davanti a quella che un tempo era la stazione ferroviaria della piccola città di frontiera. A sinistra ci sono le tende degli afgani, tra cui molti ragazzini che viaggiano da soli, senza genitori. Il bucato steso su un filo circonda la tenda della donna irachena e di sua madre e crea l’illusione di un po’ di riservatezza.

Dulfa è ottimista, indossa un vestito di ciniglia ciclamino che le arriva fino alle caviglie ed è protetta da un velo nero con dei ricami d’oro che le incornicia il volto. È spaventata soprattutto per la salute dei suoi figli. “Non abbiamo elettricità, non abbiamo niente per i bambini e sopratutto non sappiamo se e quando riapriranno il confine”, dice, e poi mi guarda speranzosa e chiede: “Riapriranno la frontiera?”. Non credo. Anche se penso che una soluzione per i dodicimila di Idomeni si dovrà trovare.

Madre e figlia a Idomeni, il 29 aprile 2016.

Yusuf, il suo ultimo figlio, è ancora un lattante e si è ammalato, ha continui mal di pancia, irritazioni della pelle e diarrea. L’acqua corrente è scarsa e le docce e i servizi igienici a Idomeni sono insufficienti, gli uomini vanno a fare il bagno nel fiume ghiacciato che separa la Grecia dalla Macedonia, ma per le donne è più complicato.

La ragazza irachena non vuole essere fotografata, s’intimidisce davanti alla macchina fotografica, ma mi parla come se mi conoscesse da una vita, con disinvoltura, senza timori. Si esprime con qualche parola d’inglese e in arabo, gesticolando. Mi sembra impossibile che capirsi sia così facile. Dulfa mi invita nella sua tenda dove si libera del velo, mi vuole raccontare la storia della sua famiglia e per questo manda a chiamare Susy, una ragazza curdosiriana che parla arabo e inglese e può farci da interprete.

Susy ha 17 anni e l’apparecchio ai denti, una felpa blu elettrico, dei braccialetti colorati al polso e i capelli raccolti con un fermaglio. Sembra appena uscita da una qualsiasi classe di un qualsiasi liceo occidentale. Parla un inglese saltellante, ma sufficiente per intendersi. Così la nostra buffa conversazione decolla e va avanti per ore. Ogni tanto prendiamo il cellulare e chiediamo a Google di aiutarci, ogni tanto scoppiamo a ridere perché praticamente stiamo facendo il gioco dei mimi.

Nella tenda, i bambini di Dulfa giocano tranquilli stesi su una coperta, ma alcuni hanno delle escoriazioni sul volto e sul collo, sono infezioni della pelle molto diffuse nel campo, provocate dalla mancanza di igiene, dalla promiscuità, dall’esposizione agli agenti atmosferici.

Le condizioni climatiche sono dure: piove per giorni e il campo diventa un enorme acquitrino, l’acqua entra dappertutto. Alcuni accatastano coperte di lana sul fondo delle tende per contrastare l’umidità. Ma con la pioggia è una sfida impari. Certi altri giorni il sole picchia forte, e le tende diventano dei forni. Le persone cercano l’ombra sotto ai pochi alberi, si riparano dietro ai vagoni dei treni abbandonati davanti a quella che era la stazione ferroviaria.

“Quando piove i bambini rimangono bagnati, non abbiamo vestiti asciutti per cambiarli”. Dulfa racconta che sia Mustafa, suo marito, sia suo padre si trovano in un campo profughi a Göteborg, in Svezia, ma le procedure per l’asilo sono più lente e complicate del previsto e lei e sua madre non hanno idea di come fare a chiedere il ricongiungimento familiare. In fondo non crede neanche di averne il diritto.

Nel campo di Idomeni dopo la pioggia, il 24 aprile 2016.

Le famiglie divise di Idomeni

Il regolamento di Dublino III stabilisce che i coniugi o i figli minori di rifugiati già arrivati in un paese dell’Unione europea possano chiedere l’asilo nello stesso paese dove si trova il proprio familiare. Ma alle donne e ai bambini di Idomeni questo diritto viene negato, perché i dodicimila che vivono nel campo non hanno accesso alle procedure per chiedere la protezione internazionale. Lo ha denunciato recentemente anche un rapporto dell’Associazione italiana studi giuridici (Asgi).

“Non racconto tutta la verità a mio marito, non gli dico che faccio fatica. Non voglio che si preoccupi per noi”, dice Dulfa. Ma non è la sola in questa condizione.

Sausan è seduta sulle traversine del treno mentre pela le patate per la cena, viene dal Kurdistan siriano e suo marito l’aspetta in Germania. Anche lei è a Idomeni da due mesi e da due mesi spera che la recinzione si apra e lasci spazio al futuro. “Nemmeno gli animali vivono in questo modo, queste non sono case, non sono fatte per viverci dei mesi, Angela Merkel e gli altri dovrebbero venire qui per un giorno, stare qui con noi per un giorno”.

Sausan è in viaggio con i suoi due figli, suo padre e la famiglia di suo fratello che era un maestro di matematica nel suo paese. “Nelle nostre scuole, Bashar al Assad non ci permetteva nemmeno di parlare la nostra lingua, il curdo. E il padre di Bashar era anche peggio”. Sausan ha i capelli biondi e non porta il velo, come quasi tutte le donne curde, sembra una donna molto mite. Non è spaventata da quello che l’aspetta, è solo preoccupata che suo marito stia bene e che si possano rivedere presto. “Se gli dovesse succedere qualcosa, se dovesse succedere a noi, non so cosa farei, ci penso ogni giorno”.

La tenda di Sausan, quella di suo fratello e quella del padre sono state montate una di fronte all’altra, intorno a un fuoco, come per ricreare un’idea di casa, di cortile. Intorno i vicini sono tutti curdosiriani. Il padre di Sausan è seduto su una sedia vicino al fuoco dove in una pentola sta bollendo dell’acqua. L’anziano si è avvolto la testa e il collo con una sciarpa nera per proteggersi dal freddo, passa il pomeriggio seduto a osservare i vicini e a controllare il fuoco. Riapriranno la frontiera? È la domanda che rivolge ogni tanto a quelli che passano.

La maggior parte dei profughi di Idomeni è di origine siriana. Vengono da Damasco, da Aleppo, da Deir Ezzor, da Raqqa, da Idlib, da Homs, da Hama. Raccontano la tragica geografia della guerra: le minacce del gruppo Stato islamico che chiamano con disprezzo Daesh, i bombardamenti dell’esercito di Assad sulla popolazione civile, i rastrellamenti, la coscrizione obbligatoria per gli uomini che vengono arruolati per ingrossare le file dell’esercito.

La maggioranza appartiene alla classe media, ha una buona formazione scolastica: nel loro paese gestivano negozi, ristoranti, erano insegnanti, artigiani, impiegati, medici, sarti. Se la passavano bene prima della guerra, per questo è ancora più difficile accettare di aver perso tutto e di essere costretti a vivere nella miseria in una periferia dimenticata dell’Europa.

“Non avrei mai immaginato di vivere così. In Siria non abbiamo mai sofferto. C’era lavoro per tutti. I ragazzi studiavano”, racconta Suzan Haj, una ragazza di 17 anni di Damasco. Suo padre è morto in Turchia, durante il viaggio, per un attacco cardiaco.

“Non era malato quando siamo partiti, ma deve essere stato lo stress del viaggio. In Turchia si è sentito male, non riusciva a respirare ed è morto”, racconta. “Voglio fare il medico, come avrebbe voluto lui”, dice Suzan, mentre si ripara dal sole sotto a un albero. “Vorrei finire gli studi, gliel’ho promesso”, continua. “Ora mia madre piange tutti i giorni, non si dà pace. Se non fossimo partiti, mio padre forse sarebbe ancora con noi. Ma che possiamo fare?”. La depressione e altri disturbi psicologici colpiscono i profughi sempre più di frequente.

Emmanuel Massart, coordinatore dell’ong Medici senza frontiere, conferma che la maggior parte degli abitanti del campo soffre di disturbi psicologici: “Attacchi di panico, ansia, disturbi psicosomatici, depressione. Hanno fatto un viaggio lungo e pericoloso e ora avrebbero bisogno di tranquillità, invece sono in una condizione di precarietà e di violenza”.

Tutti i campi del governo sono gestiti dall’esercito e chi scappa dalla guerra tende a non fidarsi dei militari

Uno dei principali problemi è che il governo greco vuole sgomberare il campo, vuole trasferire i profughi in strutture ufficiali che spesso si trovano lontano dalle città, ma le famiglie siriane non vogliono muoversi da qui, hanno paura che se entreranno nei campi gestiti dall’esercito non ne usciranno più, hanno paura che l’Europa si dimentichi definitivamente di loro.

“In primo luogo tutti i campi del governo sono gestiti dall’esercito e chi scappa dalla guerra tende a non fidarsi dei militari, inoltre i profughi temono che i campi governativi non siano aperti, siano chiusi. Gli va spiegato che i campi resteranno aperti”, spiega Massart.

“In secondo luogo nei campi autorizzati non ci sono ancora abbastanza posti per tutti i profughi che sono bloccati in Grecia dopo la chiusura della rotta balcanica. Quindi da una parte il governo greco vuole evacuare Idomeni, ma non ci sono ancora strutture capaci di ospitare tutti, quelle che ci sono in molti casi sono carenti”, aggiunge il portavoce di Medici senza frontiere.

Le associazioni e le organizzazioni non governative presenti nel campo (Msf, Unhcr, Save the children, Médecins du monde, Praxis) forniscono alcuni servizi di base, come assistenza medica, servizi igienici, distribuzione dei pasti, ma non sono sufficienti a garantire condizioni di vita dignitose. Nel campo ci sono 250 bagni chimici e 70 docce. Troppo pochi per le esigenze di dodicimila persone.

Ci sono molti gruppi di attivisti e di volontari autorganizzati che vengono da tutta Europa per dare una mano, dai pompieri spagnoli che distribuiscono legname, ai ragazzi italiani di Over the fortress che hanno montato un’antenna per permettere ai profughi di connettersi a internet, e fabbricano docce riservate alle donne del campo. Tuttavia la costruzione dei servizi e di strutture più stabili viene contrastata dal governo greco.

“Non siamo autorizzati a costruire un campo più attrezzato a Idomeni e i terreni dove sono state montate le tende sono di proprietà privata, solo alcuni proprietari dei campi ci hanno autorizzato a costruire container, alloggiamenti più stabili e servizi. Gli altri ci hanno negato la possibilità di affittare il campo”, racconta Massart di Msf. “Inoltre manca un vero e proprio coordinamento e questo crea grandi problemi”. All’inizio di aprile alcuni volontari e giornalisti che lavoravano a Idomeni sono stati fermati dalla polizia, trattenuti e identificati.

Raqed, 19 anni, con sua figlia Yasmin nata da dieci giorni a Idomeni, il 19 aprile 2016.

Alcuni di loro sono stati accusati di istigare le rivolte tra i profughi, di diffondere false voci sulla possibilità che la frontiera potesse essere riaperta e di organizzare cortei per oltrepassare la recinzione. Gli attivisti e i volontari si sono sentiti criminalizzati e hanno accusato le autorità di volerli escludere dal campo per le loro attività a favore dei profughi. “Spegnere i riflettori su quello che succede a Idomeni è l’obiettivo del governo greco”, sostiene Tommaso Gandini della campagna Over the fortress. “Venire a Idomeni, continuare a parlare di quello che succede qui è l’unico modo per impedire che questo campo sia sgomberato con la forza”.

La vita a Idomeni, a due mesi dalla chiusura della rotta balcanica, si sta normalizzando. Aprono le prime attività commerciali nella tendopoli: c’è un signore siriano di origine palestinese che fa la pita e i felafel, ci sono delle ragazze di Kobane che fanno il kebab. Rivenditori di frutta e sigarette si appostano agli angoli dell’unica strada che attraversa il campo. Vogliono lavorare, ricominciare. Ma quanto può durare questa normalità?

Chiediamo al Canada di accoglierci

Sulle rotaie del treno il 30 aprile un gruppo di ragazzi ha organizzato un picchetto, si sono messi in piedi con dei cartelli davanti al pullman della polizia greca che blocca il passaggio verso la Macedonia. Era da giorni che non c’erano proteste, mentre prima i disordini erano quasi quotidiani. I ragazzi mostrano dei fogli su cui è scritto: “Il vostro silenzio ci sta uccidendo”, “L’umanità è fallita sulla rotta balcanica”, “Canada salvaci”, “I confini non sono chiusi per quelli che hanno i soldi, cioè per i trafficanti”.

Omar indossa un cappello da baseball, è alto e slanciato e ha un’espressione seria e stanca, che risulta ancora più dura sul suo volto giovane. Viene da Homs come gli altri ragazzi che stanno protestando e non è intenzionato a spostarsi finché non troverà una soluzione. “L’Europa ci ha ingannato, prima ci ha detto che ci avrebbe accolto poi ci ha chiuso la porta in faccia, chiediamo al Canada di accoglierci”. Il ragazzo siriano si mostra orgoglioso, ma è spossato. La sua casa è stata distrutta, ha perso tutto e ora si sente preso in giro dagli europei e spera che le politiche più illuminate del primo ministro del Canada Justin Trudeau possano venire in aiuto.

Tommaso Gandini, della campagna Over the fortress, spiega che le proteste sono sempre più sporadiche: “A differenza dello scorso inverno, quando c’erano molti ragazzi che viaggiavano da soli, ora la maggioranza è composta da famiglie, le donne e i bambini sono migliaia. Le proteste sono sempre più rare, anche se le condizioni di vita continuano a essere terribili”. I migranti tuttavia non vogliono lasciare il campo, “anche quando il vento e la pioggia gli distruggono le tende, continuano a rimanere con la speranza che i confini siano riaperti”.

I binari della ferrovia che attraversano il campo di Idomeni, il 29 aprile 2016.

L’organizzazione di attivisti italiani ha realizzato un punto d’informazione nel campo: ha costruito un’antenna che garantisce l’accesso a internet e ha installato un generatore per portare un po’ di elettricità. Infatti l’unico modo per accedere ai servizi d’asilo in Grecia, per i profughi che si trovano in un campo informale come quello di Idomeni, è fissare un appuntamento per un’intervista con i funzionari del governo a Salonicco, attraverso una chiamata via Skype. Ma il numero di telefono è sempre occupato e l’appuntamento non si riesce a prendere. Rania Ali, una studentessa siriana di vent’anni, ha lanciato una petizione su Change.org per chiedere alle autorità di fornire ai profughi un sistema alternativo a Skype per ottenere l’appuntamento con i funzionari del governo. Sono state raccolte migliaia di firme, ma non si è mosso niente al livello ufficiale.

La mancanza di informazioni sta mettendo a dura prova i profughi, più della scarsità di cibo. Certi giorni girano voci che il campo di Idomeni sarà sgomberato, certi giorni che si sono aperte nuove rotte verso l’Italia, o verso la Bulgaria, infine a volte si dice che il confine con Skopje riaprirà.

I profughi sono confusi e disposti a credere a quello che gli viene detto, poi però si sentono traditi. “Anche per questo negli ultimi tempi sono scoppiate violenze, la mancanza di informazioni alimenta le tensioni”, dice Emmanuel Massart di Msf. “C’è bisogno di una gestione vera e proprio del campo, che permetta di controllarlo. C’è bisogno di più organizzazione e chiarezza”.

La verità è che il governo greco vuole sgomberare Idomeni e finora solo l’attenzione internazionale ha evitato interventi con la forza

Nell’infopoint i ragazzi di Over the fortress hanno provveduto a realizzare materiale informativo per spiegare in diverse lingue quali sono le possibilità e i diritti dei profughi, anche per quanto riguarda il ricongiungimento familiare.”La realtà è che da qui sbloccare la situazione di queste persone a livello legale è praticamente impossibile. Il governo dovrebbe ampliare, o meglio aprire, questo servizio. Ma sembra che ci sia ostruzionismo da parte del governo nel fornire un servizio legale alle persone che sono in questo campo”, racconta Tommaso Gandini.

“Abbiamo lanciato una petizione per chiedere che questo servizio sia garantito. Ma la verità è che il governo greco vuole sgomberare Idomeni e solo l’attenzione dei mezzi d’informazione di tutto il mondo e la presenza di personalità come l’artista cinese Ai Wei Wei hanno fatto sì che finora non si sia intervenuti con la forza”, dice il volontario italiano. Ma la presenza costante dei mezzi d’informazione ha già cambiato irrimediabilmente il comportamento delle persone, soprattutto quello dei più piccoli.

I bambini cercano le attenzioni dei giornalisti e dei volontari in maniera insistente e ossessiva. Per loro è un gioco, ma è impossibile non percepire la violenza di un rapporto di forza. La loro sopravvivenza dipende da quanto si parlerà della loro condizione. Esisteranno nell’agenda politica solo se la stampa non li abbandonerà.

Gli europei, che la scorsa estate avevano lanciato lo slogan “Refugees welcome”, si sono già dimenticati di queste migliaia di persone che vivono lungo i binari, in piccole tende improvvisate, esposte alle intemperie. E che fine ha fatto la promessa di Angela Merkel di accogliere tutti i siriani diretti in Europa?

“Non possiamo mandare solo foto di bambini, come se stessimo in un asilo”, dice un fotografo tedesco, mentre si sorprende a scattare ritratti a ragazzini che si mettono in posa. “I bambini qui sono tantissimi, stiamo solo raccontando la verità”, risponde un altro fotoreporter italiano. I due fotografi che sono con me lavorano per grandi agenzie di stampa internazionali e si preoccupano di non fare foto che approfittino della disponibilità dei bambini e della loro ossessiva ricerca di attenzioni. “Cerchiamo di evitare le foto posate. Vogliamo trasmettere la drammaticità della situazione, stando attenti a salvaguardare i bambini”, racconta il fotografo italiano.

È difficile restare obiettivi in questa immensa pozzanghera nel cuore dell’Europa, con migliaia di tende tra le distese verdi di grano e la ferrovia. Ogni bambino che mi corre incontro e mi si aggrappa al collo mi lascia addosso un senso di rabbia, lo sguardo prostrato e stanco di alcuni uomini mi si appiccica come una patina vischiosa. Una donna usa una tinozza di plastica e una coperta di tessuto sintetico come culla per la figlia nata a Idomeni un mese fa. È come un pugno nello stomaco.

Mentre lascio il campo e le nuvole si specchiano nelle pozzanghere, ripenso ai versi del poeta palestinese Mahmoud Darwish:

Mentre torni a casa, a casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre ti addormenti contando i pianeti, pensa agli altri,
che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi

Questa è la prima puntata di una serie di reportage sui campi profughi e sui centri di detenzione in Grecia, dopo l’accordo con la Turchia e la chiusura della rotta dei Balcani.

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Giovanna D’Ascenzi