San Floriano, Tramonti di sopra, 2014, (Roberto Mazzoli, Archivio Craf)

Piccole storie di resistenza sulle Dolomiti friulane

San Floriano, Tramonti di sopra, 2014, (Roberto Mazzoli, Archivio Craf)
16 luglio 2016 12:10

Nei giorni del referendum sulla Brexit, tra le Dolomiti friulane si è votato per riunificare Tramonti di sopra con Tramonti di sotto e la sua frazione Tramonti di mezzo. Piccolo segno dei tempi: i 339 abitanti del primo hanno votato contro la riunificazione con i 408 cugini, mentre quest’ultimi hanno detto sì con entusiasmo, senza riuscire però a ottenere la maggioranza. Risultato: ognuno rimarrà per conto proprio e un milione di euro di contributi regionali in cinque anni, destinati dalla giunta guidata da Deborah Serracchiani (Pd) ai piccoli comuni che decidono di accorparsi, sono definitivamente sfumati.

Al terzo Festival della resistenza alimentare, il concessionario del campeggio Val Tramontina Gregorio Piccin, ex assessore a Tramonti di sotto, storce la bocca per l’occasione perduta, e con lui il sindaco Giampaolo Bidoli, alla testa di una giunta civica di centrosinistra. “Era l’ultimo treno per risollevare queste zone dalle quali i giovani fuggono per mancanza di prospettive, ma hanno vinto i piccoli interessi locali”, dice il primo, prendendosela con la cultura “fatalista, individualista e campanilista” dei propri concittadini che, dicendo no all’unificazione, “ci hanno fatto perdere l’ultimo treno per risollevarci”. “Si è persa una grande opportunità per la valle”, commenta deluso il secondo.

Tramonti di sopra, 2014. (Roberto Mazzoli, Archivio Craf)

A Tramonti di sopra hanno rifiutato i finanziamenti della regione, che avrebbero consentito di dare impulso a un turismo di qualità, per amanti della natura, pur di non condividere le royalties dell’Edison per la diga di Cà Selva e per la centrale idroelettrica di Meduno, che ricadono sul loro territorio. Per arrivarci si passa per il nuovo comune di Vajont, un’ordinata sequenza di casette e viali progettata tra mille polemiche da un’équipe di architetti di fama internazionale coordinati da Giuseppe Samonà per alloggiare gli sfrattati della frana.

Nel paese costruito ex novo nella piana verso Pordenone ancora sopravvivono pezzi del set del film di Renzo Martinelli sulla “diga del disonore”, ma la memoria del disastro del 9 ottobre 1963, mirabilmente rappresentato in teatro da Marco Paolini, non impedisce di pensare che da queste parti si possa continuare a vivere dell’obolo delle compagnie energetiche.

Se l’unione fosse andata in porto, si sarebbe verificato un paradosso: con meno di mille abitanti e 270 chilometri quadrati di territorio, Tramonti sarebbe diventato il comune più grande del Friuli Venezia Giulia e allo stesso tempo sarebbe rimasto uno dei meno abitati. Con una densità di popolazione “sahariana”, come dicono da queste parti ridendoci sopra, la più grande ricchezza sarebbe stata lo spazio a disposizione. Non solo. Se si pensa che entrambi i comuni spendono dal 60 al 75 per cento di quello che incassano per mantenere la macchina amministrativa, si intuisce quante risorse si sarebbero potute liberare.

A Tramonti di sotto però non demordono e puntano su un modello di sviluppo alternativo: la giunta ha dichiarato il comune “ogm free” e ha aderito al Forum dei beni comuni, mentre il consiglio comunale ha approvato un ordine del giorno che impegna sindaco e giunta “a intraprendere tutte le azioni di pressione di propria competenza volte a promuovere il ritiro da parte del governo italiano, nell’ambito del Consiglio europeo, dal Ttip e, in subordine, alla sua non approvazione da parte del Parlamento europeo”.

Il “modello Tramonti di sotto”

Al campeggio Val Tramontina, dieci ettari di terreno pubblico “gestito come un bene comune” sul greto del torrente Meduna in una sorta di canyon verdeggiante, alle porte del Parco nazionale delle Dolomiti friulane, si viene accolti da un murale che ricorda la combattente partigiana Jole de Cillia, nome di battaglia “Paola”, morta suicida proprio da queste parti all’alba del 9 dicembre 1944 insieme al comandante “Battisti” della Brigata Garibaldi, Giannino Bosi, per non finire nelle mani della Decima Mas.

È qui che si svolge il Festival della resistenza alimentare. Ci sono produttori di polenta e formaggi locali, due dei fondatori del pastificio Iris di Cremona, un colosso del bio autogestito con 16 milioni di fatturato all’anno e il 35 per cento della produzione destinata a Gruppi di acquisto solidale, e persino una giovane coppia arrivata da Oppido Lucano per raccontare la loro sfida: portare a tavola paste, oli e biscotti a base di farina e semi di canapa, una pianta largamente utilizzata in passato dalle loro parti, soprattutto nel tessile, e oggi finita nel dimenticatoio.

L’artista Guido Carrara posa accanto al murale che ricorda la combattente partigiana Jole de Cillia, a Tramonti di sotto. (Anna Lisa Soleti)

I resistenti del cibo vogliono “demolire l’idea romanticheggiante del piccolo è bello”, che negli anni settanta aveva affascinato quella generazione di “nuovi contadini” postsessantottina ed ecolibertaria che aveva adottato come libretto verde l’omonimo saggio dell’economista e filosofo tedesco Ernst Friedrich Schumacher, che metteva in discussione il paradigma consumista, fondato sulla produzione attenta solo alla quantità e non al benessere, proponendo di suddividere le grandi imprese in piccole unità semiautonome.

All’epoca, “si pensava all’agricoltura non solo come lavoro bensì come comunità di vita”, mi ha spiegato Gabriele Corti, un ex hippie che ha ristrutturato una cascina nel Parco del Ticino, la Caremma, che produce la prima birra a chilometro zero della Lombardia, nonché riso e un vino che da quelle parti non si faceva da due secoli. Oggi, invece, si pensa a come creare filiere alternative per non finire stritolati dalle logiche della grande distribuzione, si guarda con interesse ai gruppi d’acquisto e si considerano i Distretti di economia solidale, nati per far incontrare direttamente consumatori, produttori biologici e amministrazioni locali sperimentando un modello mutualistico, come un’occasione perduta o non sfruttata a dovere.

“Quella del piccolo è bello è un’apprezzabile scelta individuale, ma può anche diventare il regno dell’autosfruttamento, per questo ai piccoli produttori noi diciamo di mettersi in rete fra loro”, spiega Piccin. Il “modello Tramonti di sotto” è fondato sulla valorizzazione e l’utilizzo dei beni comuni da parte di tutta la comunità. I cittadini hanno recuperato sei ettari di terreni sui quali gravavano degli usi civici per coltivarvi grano biologico e hanno aperto un forno sociale dal quale sfornano il “pane di Jole”, intitolato proprio alla martire antifascista.

Tramonti di sotto, 2014. (Roberto Mazzoli, Archivio Craf)

Al Festival della resistenza alimentare hanno invitato, tra gli altri, il panificio Iordan di Capriva del Friuli, dove il pane cambia giorno per giorno anche a seconda dell’“umore del panettiere”: fondato ai tempi del dominio asburgico, 124 anni fa, insieme a un mulino goriziano e al Forum dei beni comuni e dell’economia solidale del Friuli Venezia Giulia oggi è impegnato in un progetto di filiera corta, denominato “farina per tutti”, che vede coinvolti agricoltori, trasformatori e consumatori. Si parla del trattato transatlantico Ttip tra Stati Uniti ed Europa e del suo possibile impatto in queste valli, si guarda alla possibilità di un’economia locale sostenibile e partecipata e i produttori raccontano le loro esperienze, si alternano discussioni a sfondo globale a richieste di creare una “zona economica speciale”, con temporanee misure di defiscalizzazione, per questo “Mezzogiorno delle Alpi” altrimenti destinato a una lenta consunzione, al pari di tante altre zone interne d’Italia.

L’ultimo progetto riguarda i boschi che circondano il paese. Sono ricresciuti “grazie all’abbandono dei territori, prima devastati dai pascoli”, e ora si lavora alla costituzione di una cooperativa di comunità, aperta a tutti i cittadini, che li gestisca “facendo coincidere l’interesse personale con quello collettivo”. L’obiettivo è di realizzare e gestire una centrale a cogenerazione che possa garantire l’autosufficienza energetica. In questo modo l’elettricità si pagherà di meno, l’energia termica potrà essere recuperata attraverso un essiccatoio da utilizzare nell’agroalimentare e i ricavi potrebbero essere destinati a sostenere le “sofferenze” degli abitanti di Tramonti di sotto. I cugini di sopra, affondata la fusione tra i due comuni, si terranno l’obolo delle dighe.

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