Il centro sociale Je so’ pazzo a Napoli, il 16 gennaio 2018.

Potere al popolo e la crisi della sinistra italiana

Il centro sociale Je so’ pazzo a Napoli, il 16 gennaio 2018.
18 gennaio 2018 10:07

S’ispirano al Partito laburista di Jeremy Corbyn, alla France insoumise di Jean-Luc Mélenchon e agli spagnoli di Podemos, rivendicano la lotta di classe e il sindacalismo di base nato intorno alle vertenze dei braccianti agricoli nell’Italia meridionale, ma anche le battaglie dei lavoratori della logistica e dei call center nel centro e nel nord, denunciano l’esclusione delle donne e dei giovani dalla leadership politica italiana e provano a fare i conti con la complessa eredità politica e culturale del Partito comunista più grande d’Europa: il loro obiettivo è rifondare la sinistra.

Un intento ambizioso se si considera che le elezioni politiche del 4 marzo potrebbero segnare una delle sconfitte più clamorose per i partiti del centrosinistra italiano, che si presentano divisi e che i sondaggi danno in forte svantaggio sia rispetto alla coalizione di centrodestra – rinata intorno alla figura del vecchio leader Silvio Berlusconi – sia al Movimento 5 stelle (M5s), che si candida a diventare il primo partito del paese.

Anche per reagire alla sensazione che la partita sia già persa un gruppo di attivisti vicini al centro sociale Je so’ pazzo di Napoli ha deciso di lanciare la lista Potere al popolo, attirandosi da subito pesanti critiche. Una tra tutte quella sollevata da Luciana Castellina, fondatrice del Manifesto, che in un articolo sul suo quotidiano definisce Potere al popolo “una protesta elementare che rinnega la ricca complessità del pensiero comunista”.

Per i molti
Castellina, 88 anni, imputa alla nuova lista, appoggiata da molti rappresentanti dei sindacati di base come Cobas e Usb e soprattutto da Rifondazione comunista, di aver ulteriormente indebolito il fronte già frammentato della sinistra italiana rimanendo fuori dalla lista Liberi e uguali (Leu), in cui sono riuniti Sinistra italiana, Articolo 1-Movimento democratico e progressista (Mdp) e Possibile, sotto la leadership del presidente del senato Pietro Grasso, a sua volta uscito dal Partito democratico (Pd).

“Il disaccordo con i compagni di Potere al popolo”, scrive Castellina,riguarda un’altra cosa: se per dare una prospettiva all’area sociale che vogliamo rappresentare sia più efficace la semplice riproposizione dei suoi bisogni o non sia meglio cercare di costruire, oltre al movimento sociale, anche un fronte più ampio che possa dare alla lotta un riferimento più forte in parlamento; e dunque una prospettiva più efficace”.

Se si vuole rappresentare i ceti meno abbienti – schiacciati dalla crisi economica del 2008 e dalle politiche di austerità – si è più forti se si è uniti, sembra dire la fondatrice del Manifesto. “Per i molti, non per i pochi”, è lo slogan di Liberi e uguali che ricalca a sua volta il motto di Corbyn: “For the many, not the few”. Ma il leader dei laburisti inglesi, diventato improvvisamente il modello più imitato dalla sinistra italiana, non è mai uscito dal suo partito per fondarne un altro, neanche quando il Labour era guidato da Tony Blair e sosteneva posizioni lontanissime dalle sue, come all’epoca della guerra in Iraq. La sua storia di outsider del Partito laburista, al netto delle differenze con il sistema politico britannico, sembra più un monito che un modello sia per Potere al popolo sia per Liberi e uguali.

La giornalista del Manifesto nel 2007 criticò duramente la creazione del Partito democratico

Castellina racconta di essersi seduta molte volte negli ultimi mesi vicino a Massimo D’Alema, l’ex segretario del Pds e poi dei Democratici di sinistra, ormai uscito dal Partito democratico e tra i fondatori di Liberi e uguali. Non succedeva da almeno venticinque anni. La giornalista del Manifesto nel 2007 criticò duramente la creazione del Partito democratico, nato dall’unione dei Democratici di sinistra, eredi del Partito comunista italiano (Pci), e degli ex democristiani della Margherita. E oggi dice di essere contenta che il Pd “sia finalmente scoppiato” e che D’Alema si sia “convinto che il Pd era un pericoloso pasticcio e che Renzi non è piovuto dal cielo, ma dalla fatale parabola conseguente a quella scelta”.

Dal centro sociale Je so’ pazzo Viola Carofalo, 37 anni, ricercatrice precaria all’università L’Orientale di Napoli e portavoce di Potere al popolo, non sembra così entusiasta della formazione di Liberi e uguali. Pensa invece alla creazione di una rete politica nazionale che riunisca tutte le realtà e i movimenti impegnati sul territorio per la ridistribuzione della ricchezza.

Napoli, 16 gennaio 2018.

La riforma del lavoro chiamata Jobs act o la riforma Buona scuola – pilastri delle politiche del governo guidato dal Partito democratico – sono esempi delle politiche che Potere al popolo vuole combattere. “Dubitiamo fortemente che Lenin, Gramsci e Togliatti sarebbero stati sostenitori di D’Alema e Bersani. Poi magari li abbiamo letti male noi”, risponde Carofalo, dichiarandosi delusa delle parole della fondatrice del Manifesto.

Un ex ospedale psichiatrico
Tutto è cominciato nel marzo del 2015 con l’occupazione dell’ex ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Napoli: un convento del seicento diventato caserma e poi carcere che sorge su una collina nel rione Materdei, tra il quartiere popolare della Sanità e la zona borghese del Vomero. Un centinaio di attivisti è entrato nello stabile abbandonato da sette anni e ha riconvertito la struttura in uno spazio sociale e culturale che in poco tempo è diventato un punto di riferimento per la città.

Nel centro convivono quaranta attività: l’ambulatorio che offre visite gratuite, il doposcuola, la camera del lavoro, l’osservatorio sui centri di accoglienza per migranti, lo sportello di consulenza legale, fino alla palestra e al teatro e alla squadra di calcio Popolare Materdei. “È una casa del popolo vecchio stile, attraversata ogni giorno da un centinaio di persone di diversa estrazione sociale e politica”, afferma Chiara Capretti, 27 anni, studente di scienze politiche.

Ci occupiamo del lavoro, ma in una chiave nuova di lotta al precariato

Capretti racconta che sono stati i comunisti dello Sri Lanka, che hanno aperto la sede del loro partito nell’ex Opg di Napoli, a suggerire agli attivisti napoletani di aprire una camera del lavoro all’interno del centro sociale in cui i diversi sindacati si potessero incontrare per seguire vertenze comuni. “Vorremmo che la stessa rete che si è creata a Napoli negli ultimi due anni intorno all’ex Opg si formasse in tutto il paese attorno alla lista Potere al popolo e al centinaio di assemblee che la costituiscono nelle città italiane”, aggiunge.

I temi principali del programma del nuovo partito sono il lavoro, la ridistribuzione della ricchezza attraverso la riforma del welfare e la tutela dell’ambiente e dei territori. “A Napoli ci occupiamo della povertà, appannaggio delle organizzazioni cattoliche. Poi ci occupiamo del lavoro, tema tradizionale dei sindacati e dei partiti di sinistra, ma in una chiave nuova di lotta al precariato, di emersione del lavoro nero”, spiega Viola Carofalo, che aggiunge un elemento di autocritica: “Negli ultimi anni i movimenti antagonisti per molte ragioni si sono occupati poco di questi problemi”.

Quale popolo?
Per Chiara Capretti l’esigenza di entrare in politica nasce dalla convinzione che nessuno degli schieramenti in campo possa raccogliere le richieste di una certa parte sociale, quella più colpita dalla crisi, anche se la questione della rappresentanza è sempre stata controversa per i movimenti sociali. Capretti stessa confessa di non aver mai votato alle politiche, ma “il timore che il paese si sposti troppo a destra” ha spinto molti attivisti dell’area dei movimenti a decidere di presentarsi alle elezioni.

In effetti una delle critiche rivolte a Potere al popolo è la ricerca di una rappresentanza parlamentare da parte di un movimento che dovrebbe essere più preoccupato della sua capacità critica che della presenza in parlamento. “Quello che è successo a Napoli con la giunta di Luigi de Magistris ha rafforzato la nostra convinzione che valesse la pena entrare in politica, perché senza un interlocutore il lavoro dei movimenti è inutile. Le lotte possono essere portate a un livello molto più alto ed efficace se c’è una forma di dialogo con le istituzioni”, continua Carofalo. E fa l’esempio di piccole battaglie vinte dall’ex Opg come quella per la residenza virtuale dei senza fissa dimora, ottenuta grazie a una rivendicazione delle associazioni accolta dall’amministrazione comunale napoletana.

Gli attivisti dell’ex Opg non hanno appoggiato Luigi de Magistris, quando si è candidato la prima volta nel 2012, ma poi nel corso del suo mandato hanno maturato un rapporto di collaborazione con l’ex magistrato del Movimento arancione e della lista civica Democrazia e autonomia (Dema), che ha vinto le amministrative una seconda volta nel febbraio del 2017. “All’inizio eravamo diffidenti verso il de Magistris giustizialista, vicino a Ingroia e a Di Pietro, ma nel governo della città abbiamo conosciuto una persona molto aperta all’ascolto delle realtà sociali e politiche del territorio”, racconta Capretti.

Viola Carofalo, portavoce di Potere al popolo, durante la presentazione della lista al cinema Modernissimo di Napoli, il 14 gennaio 2018.

La comunicazione e il rapporto con l’eredità della sinistra sono temi molto delicati per gli attivisti di Potere al popolo. “In questi anni di attività come movimento antagonista abbiamo fatto una profonda autocritica rispetto alla capacità di comunicare le nostre battaglie”, aggiunge Viola Carofalo. “Abbiamo deciso di partire dai problemi concreti delle persone per farne rivendicazioni: ma mai ci siamo divisi su questioni ideologiche, di appartenenza a questa o a quella famiglia politica”, racconta. Potere al popolo è stato molto contestato per esempio per aver scelto la parola “popolo” nel nome del partito. Gli veniva imputato un significato troppo interclassista oppure troppo conservatore, legato ai nuovi populismi delle destre e del Movimento 5 stelle.

Carofalo ricorda di aver fatto una lunga ricerca nei testi sacri del comunismo – da Marx a Mao, da Lenin a Gramsci – per legittimare la scelta della parola “popolo”, che era avvenuta in modo spontaneo e unanime nel gruppo di lavoro, ma che per molti era troppo eterodossa. “Poi in riunione ci siamo detti: ma a noi che ce ne importa di queste bibbie?”, ricorda Carofalo. “La parola popolo rimanda alle classi meno abbienti, alle persone che di solito non sono interpellate nelle scelte che riguardano la loro vita. E quando qualcuno entra qui dentro non si sente respinto dalla parola popolo, cosa che succederebbe se usassimo per esempio la parola proletariato”, continua.

L’attivista non nega che sia importante riflettere sulle parole e sulla loro storia, ma rivendica un’autonomia rispetto alla tradizione di cui si sente erede: “Usare la parola socialismo oppure proletariato non è sbagliato, ma in questo momento non aiuta a comunicare i valori fondamentali della sinistra: lotta alle discriminazioni, uguaglianza sociale e solidarietà”, conclude. Per Chiara Capretti, infine, non è un caso che in Italia – il paese che ha avuto uno dei partiti comunisti europei più importanti del dopoguerra – sia così difficile rifondare la sinistra, a differenza di quanto è avvenuto invece nel Regno Unito con il Labour di Corbyn, in Grecia con Syriza e in Spagna con Podemos. “Chiunque tenta l’impresa deve confrontarsi con una tradizione e un’eredità ricca, complessa e controversa”. E poi c’è stato l’intervento del Movimento 5 stelle, “che ha fatto da pompiere alla rabbia sociale esplosa dopo la crisi economica”.

Una generazione bloccata
Cresciuta nei movimenti antiglobalizzazione, Viola Carofalo fa parte della generazione di attivisti che partecipò alle manifestazioni dell’estate del 2001, durante il G8 di Genova. “In quella violenza contro il movimento antiglobalizzazione, è stata tracciata una linea di demarcazione tra buoni e cattivi. Nella sinistra si è aperta una spaccatura, che non è mai più stata ricomposta”, afferma.

“Il nostro sogno è ricostituire quel fronte ampio che a Napoli nel marzo 2001 portava in piazza le mamme per la pace, i sindacati cattolici, l’Arci e i movimenti antagonisti”, dice Carofalo. Quella pagina di storia italiana nessun partito l’ha voluta affrontare e la generazione di Carofalo – che ha conosciuto la politica a Genova – è rimasta lontana dai meccanismi della rappresentanza e del voto. Non è un caso che tra i promotori della lista Potere al popolo ci sia Heidi Gaggio Giuliani, la madre di Carlo Giuliani, ucciso nel luglio del 2001 da un carabiniere durante le manifestazioni contro il G8 di Genova. Nell’assemblea fondativa di Potere al popolo al teatro Ambra Jovinelli di Roma il 17 dicembre del 2017, Giuliani è intervenuta con una nota critica per quelli che sono stati definiti “i professionisti del mugugno”. Per Giuliani la sfida è portare a votare chi ha smesso di farlo o chi non l’ha mai fatto: il popolo dell’astensione.

Un ruolo importante nel nuovo partito è ricoperto da tutte le realtà legate all’ambientalismo e alla contestazione delle grandi opere: i No Tav, i No Tap e i No Muos. Il programma l’hanno scritto con un metodo che ricorda molto la piattaforma del Movimento 5 stelle. Hanno chiesto alle persone sparse sul territorio di contribuire via internet, mandando proposte e denunce e “attingendo alle competenze delle persone comuni e dei tecnici presenti sul territorio”. Per Viola Carofalo, però, non c’è vicinanza con l’M5s anche se i metodi usati possono essere simili: “La differenza sono i valori: noi siamo di sinistra e siamo comunisti, loro no”.

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Lotta al precariato, tutela dell’ambiente, superamento del Jobs act, riforma del welfare con il finanziamento di servizi sociali pubblici come ambulatori, ospedali e asili, abolizione della riforma Fornero, riforma del carcere e abolizione del carcere duro, riforma della giustizia penale: questi sono alcuni dei punti del programma. Alcuni in piena discontinuità con la tradizione dei partiti del centrosinistra. Sulla riforma della giustizia, per esempio, Potere al popolo condivide più punti con i liberali che con il Pd o Leu.

“Il carcere duro è una forma di tortura, il carcere per come è concepito in questo momento è una discarica di tutti i marginali, non è un luogo dove si ristabilisce un elemento di sicurezza sociale”, spiega Carofalo. Tra i candidati ci sono volti noti come la staffetta partigiana Lidia Menapace, Nicoletta Dosio dei No Tav e Giorgio Cremaschi ex sindacalista della Fiom e portavoce di Eurostop, ma soprattutto sconosciuti come Stefania Iaccarino, una lavoratrice del call center Almaviva, oppure Ilaria Mugnai delle Brigate di solidarietà attiva, che hanno portato aiuti in Abruzzo durante il terremoto. Il timore espresso da molti analisti, tuttavia, è che i vertici dei vecchi partiti come Rifondazione comunista si approprino di questa esperienza.

“Il problema di come si prendono le decisioni è sicuramente sul tavolo: io vorrei che al centro rimanesse l’assemblea, le assemblee territoriali, e che non si cedesse allo strumento della rete o a forme gerarchiche”. Carofalo assicura che per ora non c’è nessuna forma di egemonia da parte dei partiti che appoggiano la lista. Sarà candidato il segretario di Prc Maurizio Acerbo, ma non si presenteranno invece le vecchie leve come Paolo Ferrero e Paolo Cacciari. Tuttavia Potere al popolo potrebbe non riuscire neppure a raccogliere le firme per partecipare alle elezioni.

“Da militante di sinistra sono abituata ai fallimenti, in questo caso male che vada abbiamo costruito una rete nazionale delle realtà che fanno lo stesso lavoro e che prima non erano nemmeno in connessione”, conclude. Ma poi ricorda Frantz Fanon, l’autore dei Dannati della terra, psichiatra e filosofo francese originario della Martinica, teorico della decolonizzazione, e dice: “Non useremo le parole degli altri, le idee degli altri, gli strumenti degli altri. Noi abbiamo una cosa che nessun altro ha: siamo militanti. Bersani, Renzi, Berlusconi non lo possono dire, non hanno militanti che vanno in giro casa per casa, strada per strada a raccogliere le firme”.

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