Le operazioni di sgombero nella tendopoli di San Ferdinando, il 6 marzo 2019. (Fabio Itri per Internazionale, Ulixes Picture)

A San Ferdinando sgomberata una tendopoli se ne apre un’altra

Le operazioni di sgombero nella tendopoli di San Ferdinando, il 6 marzo 2019. (Fabio Itri per Internazionale, Ulixes Picture)
06 marzo 2019 16:25

Lo hanno svegliato alle sei, ma in realtà la notte scorsa non era riuscito a dormire, un po’ per i pensieri, un po’ per il freddo. All’alba nella tendopoli di San Ferdinando, in Calabria, sono arrivati novecento tra agenti delle forze dell’ordine, vigili del fuoco, militari. Decine di camionette e mezzi meccanici per la distruzione delle baracche. Hanno chiesto a tutti gli occupanti del campo di uscire e di mettersi in fila per essere identificati ed eventualmente trasferiti.

Cheik è senegalese, stava in una baracca da tre anni, è un bracciante agricolo che lavora per venti o venticinque euro al giorno negli aranceti della Piana di Gioia Tauro, ora aspetta con tutte le sue cose sul ciglio della strada, il cappuccio della sua giacca militare calzato in testa, per ripararsi dal gelo della mattina. Ha il permesso di soggiorno per motivi umanitari, quindi non può essere spostato nei centri di accoglienza, come molti abitanti della tendopoli di San Ferdinando. Gli hanno detto che potrebbero trovare un posto per lui nella nuova tendopoli che da un anno è stata costruita davanti a quella vecchia, pochi metri più in là.

Cheik aspetta di capire dove dormirà da stanotte. “Non voglio andare via da qui, qui riesco a lavorare e a mandare qualche soldo alla mia famiglia in Senegal. Se mi mandano via, non so dove andare. Mi affido a dio, spero di non finire per strada”, dice il ragazzo senegalese che vorrebbe entrare stasera nell’area gestita dal ministero dell’interno, un campo molto vicino alla tendopoli appena sgomberata, in cui in pochi mesi sono morte almeno tre persone a causa degli incendi che potrebbero essere stati di origine dolosa. L’ultimo è scoppiato solo pochi giorni fa, il 16 febbraio, e ha ucciso Moussa Ba, un senegalese di 29 anni, mentre dormiva nella sua baracca. Gli altri, morti nelle stesse circostanze, si chiamavano Becky Moses e Jaiteh Suruwa.

Palazzine popolari, costruite con fondi europei per l’immigrazione, in attesa di essere assegnate. Contrada Serricelle, Rosarno, 3 marzo 2019. (Fabio Itri per Internazionale, Ulixes Picture)

Lo sgombero era stato annunciato diverse volte dal ministro dell’interno Matteo Salvini ed è stato deciso tramite un’ordinanza dal sindaco di San Ferdinando, Andrea Tripodi. Le ruspe sono arrivate intorno alle 8, un paio di ore dopo le forze dell’ordine, e hanno cominciato a distruggere le baracche di lamiera del campo, costruito dallo stesso ministero dell’interno nel 2013, dopo le rivolte dei braccianti agricoli scoppiate a Rosarno nel 201o. Gli agenti pensavano di trovare 1.600 persone, ma ne hanno trovate molte di meno. Seicento, secondo il ministero dell’interno, trecento, secondo il sindacato Usb. “Dalle parole ai fatti”, ha twittato Matteo Salvini, commentando lo sgombero.

La nuova tendopoli
La maggior parte delle persone che abitavano nella tendopoli se ne sono andate autonomamente: la stagione della raccolta delle arance è quasi finita e molti si sono già spostati nelle altre aree agricole italiane, dove passeranno ad altri lavori nei campi come la raccolta delle fragole e dei pomodori nel casertano e nella provincia di Foggia. Quelli che sono rimasti non hanno nessuna rete a cui appoggiarsi. “Ci avrebbero dovuto dare più tempo di preavviso, qui noi non abbiamo famiglia, per organizzarci non bastano così pochi giorni”, dice Francis, un bracciante del Ghana. Sulla strada, la polizia ha allestito un gazebo: i ragazzi si mettono in fila con le loro cose.

Devono mostrare i documenti: i richiedenti asilo e i beneficiari di protezione internazionale saranno spostati nei centri di accoglienza Cas e negli ex Sprar in giro per l’Italia. Ci sono diciotto pullman pronti sulla strada che conduce alla tendopoli per il trasferimento. Ma non sono moltissimi i migranti che ci saliranno alla fine, perché la maggior parte di loro ha la protezione umanitaria, che è stata abolita dal decreto sicurezza e immigrazione, approvato il 27 novembre 2018. Per loro quindi non è prevista nessuna forma di accoglienza istituzionale.

Questo gruppo sarà spostato quindi nella nuova tendopoli costruita nel giugno del 2017 e gestita dal ministero dell’interno, nella quale al momento risiedono già 500 persone e dove sono state costruite una ventina di nuove tende da campo nelle ultime settimane. Altre tende sono state montate fuori dal campo per un totale di 838 posti di lavoro, insufficienti per tutti i braccianti che vogliono rimanere nella zona e che si mettono in fila fino a tarda notte per entrare nella nuova tendopoli.

“Molti di noi non vogliono spostarsi dalla Calabria, anche perché devono ancora essere pagati a fine stagione e non vogliamo perdere i soldi”, spiega Francis. Altri ancora sono in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno, che possono ritirare solo alla questura di Gioia Tauro. È il motivo per cui il ricollocamento volontario nei centri ex Sprar e Cas calabresi, che era già cominciato nelle scorse settimane sembra non avere funzionato. Molti ragazzi, dopo qualche giorno, sono tornati nella tendopoli o nei numerosi casali abbandonati disseminati nelle campagne della Piana di Gioia Tauro.

Una foto dall’alto della baraccopoli di San Ferdinando, 22 febbraio 2019. (Fabio Itri per Internazionale, Ulixes Picture)

Nella nuova tendopoli dove finiranno molti degli sgomberati c’è acqua ed elettricità, i tendoni blu della Protezione civile sono ignifughi e i bagni sono costruiti nei container, c’è una cucina, una moschea e una sala di preghiera, una recinzione infine circonda tutto il campo. L’ingresso e l’uscita sono controllati da un servizio di guardiania. Era così anche nella tendopoli che è stata appena sgomberata, quando è stata costruita nel 2013, poi è stata abbandonata dalle autorità e i servizi non sono stati più garantiti. La tendopoli così è andata estendendosi e trasformandosi. Molti si chiedono quindi quale sia la prospettiva a lungo termine di questa operazione di sgombero e se in generale ci sia un piano per superare definitivamente il problema abitativo dei braccianti agricoli di origine straniera che ogni anno arrivano da tutta Italia a inizio dicembre per partecipare alla raccolta delle arance.

Case vuote
“Sono stati smistati in base alla tipologia dei loro permessi di soggiorno: ma qui si parla di lavoratori. Torniamo al problema che queste questioni sono affrontate con l’assistenzialismo. Si tratta di lavoratori, non di profughi appena arrivati, e nella Piana ci sono decine di immobili abbandonati o sfitti che avrebbero potuto essere usati. Noi non siamo stati coinvolti nella trattativa, ma ora chiediamo le case per queste persone”, afferma Patrick Conde, un sindacalista dell’Usb che ha seguito le operazioni di sgombero. Dello stesso avviso Peppe Marra dell’Usb: “La baraccopoli di San Ferdinando era una situazione indegna, nessuno può difenderla. Ma di nuovo stiamo dando una risposta emergenziale, con i trasferimenti nei centri Cas ed ex Sprar e con la nuova tendopoli. Queste non sono persone in cerca di accoglienza, sono lavoratori e la loro preoccupazione è quella di stare più vicini possibile alle aree in cui lavorano”.

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Nino Quaranta del Comitato per il riutilizzo delle case vuote nella Piana spiega che all’inizio di febbraio c’erano state diverse assemblee a cui avevano partecipato le associazioni impegnate nell’assistenza dei lavoratori stranieri e le autorità locali come i sindaci e la prefettura per mappare le case vuote che ci sono tra San Ferdinando e Rosarno e renderle disponibili per accogliere i braccianti, c’era stata un’iniziale disponibilità anche da parte del presidente della regione Calabria Mario Oliverio che aveva promesso di stanziare anche dei fondi per questo progetto. “La tendopoli costa 14mila euro al mese allo stato, trasferire le persone nelle case ci avrebbe permesso di risparmiare”, continua Quaranta.

Alcuni paesi della Calabria, come Drosi, sperimentano da tempo un modello che prevede affitti calmierati per i braccianti agricoli che lavorano nella Piana. I proprietari degli immobili vuoti ricevono degli incentivi per affittare le loro case sfitte ai braccianti stagionali della Piana. “Subito dopo l’incendio, c’era un generale consenso per trovare una soluzione più strutturale”, ribadisce Mariateresa Calabrese, coordinatrice del progetto Terra giusta di Medici per i diritti umani (Medu).

Villaggio della Solidarietà, Rosarno, 3 marzo 2019. (Fabio Itri per Internazionale, Ulixes Picture)

“La difficoltà più grande era quella d’individuare delle modalità di lungo periodo per garantire ai proprietari di casa degli introiti che permettessero loro di affittare gli immobili a un prezzo calmierato ai lavoratori stagionali”, spiega Calabrese. Ora lo sgombero ha stroncato questo processo virtuoso. “Ma era l’unico percorso che poteva garantire l’individuazione di soluzioni abitative e uno sviluppo sano per questo territorio”, conclude Calabrese. Nel comune di Rosarno è bloccata per il momento l’assegnazione delle case di edilizia pubblica, in tutto tre palazzine, costruite con fondi europei, che dovevano essere destinate ai braccianti stranieri.

Il sindaco di Rosarno Giuseppe Idà vuole che queste case siano assegnate anche ai rosarnesi, perché teme che altrimenti ci possano essere proteste da parte della popolazione. Era già successo nel 2016 quando un edificio chiamato Villaggio della solidarietà costruito con i fondi del Viminale per ospitare i braccianti della Piana era stato occupato da alcune famiglie rosarnesi al grido: “Prima i rosarnesi”. Ora l’edificio è stato sgomberato ed è vuoto, come le case di edilizia popolare di Rosarno, bloccate dal sindaco Idà. A Rosarno e in tutta la Calabria in realtà non c’è un problema abitativo reale, sono decine le case vuote e quelle abbandonate a causa dello spopolamento.

Mentre le ruspe sono ancora attive, Salia, un ragazzo del Mali di 29 anni, sale sul pullman per essere trasferito: “Non so dove mi portano, ora devo andare in un centro in attesa che la mia domanda di asilo sia esaminata, la cosa più importante per me sono i documenti, poi si vedrà”. Ma il prossimo inverno dice che proverà a tornare nella Piana, se nel frattempo non troverà un lavoro migliore. E allora probabilmente finirà di nuovo a dormire in una tenda.

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