04 giugno 2016 12:31

Il confine tra Polistena e Rosarno segue una strada poderale che serve pure a segnare uno spartiacque mafioso: da una parte le ’ndrine Molè-Piromalli (ora in rotta tra loro), dall’altra i Bellocco-Pesce. Marina Anile la percorre tutte le mattine da quasi dieci anni per andare a lavorare negli uliveti confiscati ai primi e negli agrumeti sottratti ai secondi. Adesso è tutto più semplice, perché riceve un regolare stipendio e con lei sono impiegate, a seconda delle stagioni, fino a una trentina di persone.

Ma all’inizio, quando i soci fondatori della cooperativa Valle del Marro avevano deciso di sfidare l’antistato sottraendogli metro per metro le proprietà terriere e non avevano altro da investire che il proprio lavoro, Anile dalla mattina alla sera si trovava nei campi da sola. Non è stato facile rompere il diktat mafioso che impediva alla gente del luogo di mettere piede nelle proprietà tolte ai clan.

Aveva letto del progetto su un manifesto affisso in chiesa a Polistena e aveva deciso di partecipare. Non conosceva l’associazione antimafia Libera fondata da don Luigi Ciotti, che sosteneva la nascita della cooperativa e supportava il recupero dei beni confiscati, e da “figlia di contadini” pensava di poter lavorare nell’agricoltura.

Con lei c’erano due sue cugine, che però si sono tirate indietro quando hanno capito dove sarebbero dovute andare a lavorare. Alla “fatwa” dei clan, allora, obbedivano in molti. “Non voleva venire nessuno a lavorare con noi, ci dicevano che volevano stare tranquilli e che avevano famiglia”, racconta. Lei non ci ha pensato su neppure per un attimo e da allora tutte le mattine all’alba esce di casa e se ne va a lavorare nei terreni recuperati dalla cooperativa. Non appare spaventata dalle intimidazioni ricevute. “Una mattina ho trovato dei pesci decapitati all’ingresso, un’altra volta ho trovato il cancello d’ingresso a terra e la porta del capannone sfondata: avevano rubato mille litri di gasolio e duecento di olio per motori”, racconta.

Un giorno, uscendo da un bar di Castellace, un agglomerato di case alle pendici dell’Aspromonte dove da più di mezzo secolo detta legge una delle più potenti cosche di ’ndrangheta, quella dei Mammoliti, due giovani hanno sputato per terra al suo passaggio. Marina Anile lo ha interpretato come un chiaro segnale di disprezzo per le attività e le denunce della cooperativa, che aveva fatto arrestare il vecchio boss don Saro e i suoi due figli, sospettati di aver fatto sabotare con lo zucchero nel motore i trattori e segare 640 piante secolari di ulivo in un terreno che gli era stato confiscato e assegnato alla Valle del Marro. Un danno enorme, visto che gli ulivi, da queste parti, per via di un antico sistema di potatura ottocentesco, raggiungono pure i trenta metri di altezza e per ricrescere impiegano anni.

Con grande coraggio, la cooperativa ha tenuto duro: non solo ha risistemato i terreni ripartendo da zero, ma si è pure costituita parte civile al processo nei confronti di Saro Mammoliti, una figura di primo piano della ’ndrangheta. Figlio di Francesco, capobastone di Castellace ucciso nel 1954 nella faida (poi vinta) con i Barbaro (che furono falcidiati e costretti a lasciare il paese, spostandosi a Platì), primo calabrese a finire negli archivi della Dea, l’antidroga statunitense, il boss “playboy” che negli anni settanta girava per Roma a bordo di una Jaguar rosa confetto diventò noto al di fuori della Calabria quando fu incriminato (e poi assolto) per il rapimento di Paul Getty III, nipote dell’omonimo miliardario americano.

Il giovane fu sequestrato nella capitale, a piazza Farnese, il 10 luglio 1973, e ritrovato cinque mesi dopo sul tratto lucano dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria dopo il pagamento di un lauto riscatto (un miliardo e settecento milioni di lire) e al prezzo di un orecchio mozzato. Al momento dell’arresto, a Saro trovarono in tasca un’agendina con i numeri di telefono della presidenza del consiglio e di uffici della corte di cassazione. Pur amante della bella vita, il boss non ha però mai perso d’occhio il business dei terreni. “Il gruppo Mammoliti-Rugolo, pur essendo coinvolto nel giro della droga, non ha mai trascurato il fiorente mercato agrumicolo e olivicolo della zona, acquisendo molti terreni con la violenza e con le minacce”, scrivono il magistrato Nicola Gratteri e il giornalista Antonio Nicaso in Fratelli di sangue.

Un migrante che vive nella tendopoli di Rosarno e che da alcuni mesi, lavora con contratto regolare per la cooperativa Valle del Marro, il 21 aprile 2016. (Mauro Pagnano, Etiket Comunicazione)

Un caso su tutti: l’uccisione a Reggio Calabria, il 10 luglio 1991, del barone Antonio Carlo Cordopatri, sulle cui terre nella piana di Gioia Tauro il clan voleva mettere le mani. Per l’omicidio sono stati condannati esponenti della cosca, ma Saro ne è uscito ancora una volta assolto. La denuncia di Libera ha contribuito a svelare l’ennesimo trucco: da dieci anni il boss era formalmente un pentito. Una carta che ha provato a giocare di nuovo: prima di essere condannato a 13 anni e dieci mesi di carcere, il suo avvocato ha affermato davanti ai giudici che “il Mammoliti ha dato un contributo per la legalità molto superiore a quello della cooperativa Valle del Marro” e che una condanna sarebbe stata “il sacrificio di libertà di innocenti solo per appagare le esigenze dell’antimafia e per non deludere la cooperativa”.

Il diktat dellendrine

Non è semplice sfidare le ’ndrine a casa loro, nella piana di Gioia Tauro dove le mafie negli anni settanta e ottanta hanno investito massicciamente nel mattone e nella terra, quest’ultima considerata una “fonte d’onore”, come da tradizione della vecchia “mafia agricola”, ma anche una redditizia fonte di sovvenzioni europee. “Per anni nessuno ha osato avvicinarsi ai terreni sequestrati, perché tutti obbedivano al diktat mafioso”, racconta il presidente della cooperativa Valle del Marro, Domenico Fazzari. I terreni sequestrati venivano lasciati incolti e abbandonati, per poi essere affidati a prestanome dei clan che li risistemavano con soldi riciclati. Quando gli attivisti antimafia hanno rotto l’implicito patto di connivenza, riuscendo a farsi assegnare i beni dal tribunale di prevenzione prima che andassero in malora, hanno dovuto fare i conti con intimidazioni e ritorsioni: alberi tagliati, frutti rubati, macchinari distrutti, incendi, “una vera e propria guerra psicologica”.

Per evitare clamori, i clan hanno deciso di compiere azioni a bassa intensità mediatica: “Hanno provato a colpirci soprattutto sul piano economico, ma l’avevamo messo in preventivo e abbiamo resistito”, dice ancora Fazzari. Quelli della Valle del Marro hanno risposto colpo su colpo, ripiantando alberi e risistemando i beni sabotati. In un terreno hanno espiantato 1.200 ulivi carbonizzati e, per dare un segnale simbolico alle cosche e alla popolazione di come un territorio possa essere gestito diversamente, ci hanno fatto un giardino. L’esempio ha funzionato e oggi, raccontano, l’obbedienza ai diktat delle ’ndrine non è più totale. “Quando sono stato assunto, mi dicevano ‘vergognati, vai a lavorare dagli infami’. Adesso le stesse persone mi chiedono se posso aiutarle a lavorare qui, magari anche solo per due-tre mesi. Più che altro, il problema è che i giovani non vogliono lavorare la terra e preferiscono emigrare”, racconta Giuseppe Vannone, un lavoratore della Valle del Marro.

Grazie alla loro tenacia, i soci della cooperativa hanno recuperato 35 ettari di agrumeti, cinque di kiwi e 70 di uliveti. La Coop ha inserito i loro prodotti (rigorosamente biologici) tra i fiori all’occhiello della campagna Buoni e giusti, che fa il verso al titolo di un libro del fondatore di Slow Food Carlo Petrini, Buono, pulito e giusto (Einaudi): “Abbiamo individuato 13 filiere ortofrutticole tra quelle più esposte ai rischi di illegalità e dove più frequentemente emergono episodi di sfruttamento dei lavoratori, e gli abbiamo chiesto di sottoscrivere un codice etico che prevede una serie di controlli”, spiega il presidente Marco Pedroni.

Nella Rete del lavoro agricolo di qualità che ne è nata, insieme alla cooperativa Valle del Marro ci sono 1.200 imprese e 832 fornitori ortofrutticoli. Non è tutto. Una fondazione fiorentina, Il cuore si scioglie, ha pagato sei borse di lavoro per altrettanti africani provenienti dalla non lontana baraccopoli di San Ferdinando. Li hanno reclutati tutti tra i calciatori del Koa Bosco, la squadra della bidonville nata per iniziativa di un parroco, don Roberto Meduri, dopo l’uccisione di un immigrato forse in seguito a una rapina, e ora rappresentano una sorta di aristocrazia operaia tra gli africani che nel 2010 si ribellarono al razzismo e alla schiavitù.

Per l’euforia di essere stati assunti, raccontano, hanno vinto sei partite di fila e il Koa Bosco ha rimontato la classifica del campionato di seconda categoria, dove rischiava la retrocessione dopo aver superato brillantemente il campionato di terza categoria l’anno precedente.

Terreni confiscati alla ’ndrangheta e coltivati dalla cooperativa sociale Valle del Marro, aprile 2016. (Mauro Pagnano, Etiket Comunicazione)

Per poter assumere più immigrati, la cooperativa Valle del Marro con l’aiuto dell’Unicoop Firenze ha chiesto pure un finanziamento a Coopfond, il fondo finanziato con il 3 per cento degli utili delle cooperative che aderiscono alla Lega delle cooperative. “La vera rivoluzione, da queste parti, oltre al recupero dei beni confiscati, è il contratto regolare, una rarità in agricoltura”, dice Fazzari.

Ma come fare a garantire stipendi equi e lavoro regolare se per un chilo di mandarini i produttori prendono 18 centesimi e i contadini a volte preferiscono addirittura non raccoglierli? Il problema, spiega l’agronomo Giacomo Zappia che mi guida attraverso i campi recuperati, è che ormai gli agrumi non sono più “l’oro della piana” e la “catena al ribasso” che si è messa in moto da quando è cominciata la crisi economica non può che scaricarsi sui raccoglitori africani e provocare un’ulteriore compressione dei diritti dei lavoratori: “Per guadagnare 70 euro in una giornata, un operaio bravo deve raccogliere 300 chili di agrumi”, conclude.

L’altra sfida è riuscire ad accorciare i tempi per ottenere l’affidamento dei terreni. Tra il sequestro, la confisca e l’assegnazione possono passare pure vent’anni, e le cooperative sono costrette a pagare il recupero e a riparare i danni. “Il problema sono i tempi lunghi e l’esasperante lentezza della burocrazia”, dice Fazzari. La soluzione, secondo lui, è semplice: gli assegnatari devono poter subentrare ai vecchi proprietari nel momento del sequestro, in modo da trovarsi con un bene in buono stato e non essere costretti a cercare finanziamenti per rimetterlo in sesto.

La bidonville autogestita

Secondo il Rapporto agromafie della Flai-Cgil, in Italia i lavoratori sfruttati nell’agroalimentare sono 400mila, l’80 per cento dei quali stranieri, e la piana di Gioia Tauro è considerata uno degli epicentri dello sfruttamento. Basta farsi un giro nella baraccopoli di San Ferdinando per tastare il polso della situazione: nonostante la stagione della raccolta degli agrumi sia finita, sono andati via in pochi. Molti sono in attesa del permesso di soggiorno o del riconoscimento dello status di rifugiato, altri semplicemente non si muovono più perché troppo precocemente usurati dal lavoro in condizioni di schiavitù o perché devastati dall’alcol o dalle droghe. Altri ancora si sono spostati nelle campagne del foggiano per la stagione dei pomodori e torneranno in autunno.

Ci mancavo da un paio d’anni e rimango stupefatto nel rivedere sempre le stesse facce, ancora più segnate dalla vita. Pure le tende del ministero dell’interno non sono state sostituite, sono luride e lacere e non reggono più l’acqua. Una è appena saltata in aria per lo scoppio di una bombola e sei ragazzi si sono salvati solo perché non erano all’interno. Quello che rimane del po’ che avevano, documenti compresi, è una macchia nera.

Un migrante nella baraccopoli di San Ferdinando, Gioia Tauro, il 21 aprile 2016. (Mauro Pagnano, Etiket Comunicazione)

La baraccopoli si è ingrandita e tutto intorno proliferano le capanne improvvisate degli ultimi arrivati. È diventata una vera bidonville autorganizzata: ci sono bancarelle che vendono indumenti, un bar, una macelleria e pure una moschea. A poca distanza, un capannone abbandonato è stato occupato e trasformato in dormitorio.

Non si sono fermate neppure le aggressioni: nei giorni del sesto anniversario della rivolta, a gennaio, nelle campagne si sono susseguiti attacchi agli africani che rientravano dal lavoro a piedi o in bicicletta. Gli antirazzisti locali, che stanno lavorando a una legge regionale per agevolare gli affitti di case ai migranti in modo da poter sgomberare la baraccopoli, sono convinti che “c’è qualcuno che sta fomentando un’altra rivolta”, forse per accelerare lo sgombero del campo e mettere le mani sui terreni.

Fazzari è convinto che l’esplosione sociale del 2010 sia stata “un’occasione mancata per i migranti. Da allora non è cambiato nulla e la tendopoli è ancora al suo posto”, dice. I dati raccolti tra novembre e marzo dai Medici per i diritti umani, che hanno curato gli immigrati a domicilio con una clinica mobile, gli danno ragione: nella baraccopoli di San Ferdinando vivono duemila persone, quasi tutte sotto i 35 anni, mentre altre centinaia abitano in casolari abbandonati e fatiscenti nelle campagne della piana, senza servizi igienici, acqua ed elettricità. Il 52 per cento di loro non ha la tessera sanitaria e le patologie più comuni sono disturbi gastrointestinali (23 per cento), sindromi delle vie respiratorie (22 per cento) e problemi muscoloscheletrici (13 per cento). Inoltre, l’86 per cento dei lavoratori africani non ha un contratto e la retribuzione media è di 25 euro al giorno, cinque dei quali finiscono al caporale che li ha reclutati. “Pure questa è mafia”, chiosa il segretario locale dello Spi-Cgil Enzo Audino.

La filiera “buona e giusta”

La deflazione economica sta cambiando perfino il paesaggio: le distese di mandarini e arance che caratterizzavano la piana sono man mano sostituite dai più convenienti kiwi, pagati 50 centesimi al chilo e che assicurano ancora un buon margine di guadagno. La cooperativa Valle del Marro non si è adeguata alla concorrenza verso il basso che sta stritolando l’economia dell’intera area, ma ha puntato sulla qualità: i prodotti (dall’olio extravergine di oliva alle melanzane sott’olio) che finiscono sugli scaffali “buoni e giusti” delle Coop o nel circuito alternativo dei punti vendita di Libera sono biologici, e quando si va alla cassa si paga pure la qualità e il giusto compenso dei lavoratori.

“Pagare il lavoro in modo giusto comporta un prezzo maggiore per il cliente, dato che il costo del lavoro incide per il 35-40 per cento sul costo di produzione”, dice Pedroni, che spiega come “i prezzi pagati ai produttori dalla Coop sono più alti di quelli di mercato, coprono i costi di produzione e consentono un buon margine di guadagno” e lancia un messaggio ai consumatori: “Dietro a una clementina che costa un centesimo in più c’è il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone”. Alla cooperativa Valle del Marro ci credono a tal punto da aver appena investito 18mila euro per risistemare un altro terreno confiscato alla ’ndrangheta e piantarci 1.800 “antieconomici” mandarini.