Teatro con angolo cottura

06 agosto 2018 09:55

“Ma sarà divertente, sì?”, mi domanda la signora Anna. Mi ha invitato a casa sua, vicino a Taranto, per fare il mio spettacolo. Tra poco vado in scena nel suo salotto con angolo cottura e stanno per arrivare 35 persone.

“In che senso?”, rispondo io. Voglio dire: ha già visto un video dello spettacolo, l’ha scelto, mi ha chiamato lei un mese fa. Insiste: “La gente ride?”. “Be’, di solito sì”, dico. “Non è sicuro quindi?”.

Se fai uno spettacolo comico come il mio, una delle cose peggiori che ti può capitare è discutere pochi minuti prima dell’inizio se fai ridere o no. Sono certo che ora sarà il mio pensiero fisso quel mezzo secondo prima di pronunciare ogni battuta. Faccio ridere o no?

“È che vengono amici che non vedo da tanto tempo. Poi è una settimana che cucino…”, dice Anna. Bene, penso. Hai una penna? Se mi presti una penna mi metto a riscrivere il testo in questi trenta minuti prima di andare in scena, ok?

La signora Anna è molto simpatica, nonostante l’ansia. Mi è venuta a prendere alla stazione e in auto mi ha indicato le ciminiere dell’Ilva, Taranto vecchia e una spiaggetta, dove faceva il bagno da piccola ma dove ora non si può più. Ospita spettacoli a casa perché è un’appassionata di teatro e la sua città non offre moltissimo da questo punto di vista. Ma soprattutto perché ha una bambina piccola, l’eclettica Luisa, sei anni. E allora invita altre famiglie con figli, pagano una babysitter, li chiudono in una stanza e loro si godono lo spettacolo.

“In ogni caso riesco a essere calma, vero? Ti metto meno ansia di altre case in cui fai lo spettacolo, vero? Sono calma? Rispondimi”. “Sì, sì”, dico io. Poi suona il citofono, sono i primi invitati. La signora lancia un urlo: ha preparato da mangiare, ha ordinato sedie e divanetti, ma ha dimenticato di sistemarsi. Chiede alla babysitter se può mettere Luisa a costruire un castello di Lego e di sostituirla per fare gli onori di casa. A me dice: “Presentati da solo se puoi. Arrivo subito”.

Mi presento
Mi chiamo Claudio Morici. Sono scrittore, autore teatrale e performer. E una volta ogni due anni pubblico un articolo per Internazionale. Oggi è arrivato quel giorno. In questi ultimi due anni ho fatto più di quaranta spettacoli dentro abitazioni private. È una moda. Ci sono diverse organizzazioni, la più grande è Teatro per casa, con cui mi esibisco. Ma ho recitato anche in appartamenti che non fanno parte di questa rete. All’inizio, quando la gente mi chiedeva perché facessi teatro nelle case, rispondevo sempre che era un’esperienza antropologica interessante, conosci gente, condividi, porti il teatro dove magari non c’è. Rispondevo così. Ma erano tutte cavolate.

Anna esce dal bagno bellissima. Vederla è un sollievo anche perché nel frattempo ho dovuto intrattenere una coppia di suoi amici avvocati ed ero del tutto impreparato.

Gli altri ospiti stanno arrivando a raffiche di citofono. Anna comincia a salutare a destra e a sinistra, con eleganza e imprevedibile serenità. Mi presenta come “l’attore”. Tutti mi fissano. Alcuni timidi, da lontano. Altri hanno visto i miei video su internet, mi ringraziano. Chissà quanto si divertiranno tra poco, dicono. Sento salire la tensioncina. Butto giù un bicchiere di negramaro e qualche frase per spiegare che sono “perlopiù uno scrittore” e che non ho mai studiato teatro in vita mia. Le loro facce rimangono immobili. Allora specifico che sono “perlopiù un performer”. E qui capisco di avere sbagliato. Anche nella provincia di Taranto, così come in tutte le grandi capitali europee, c’è grande incertezza su cosa significhi questa parola.

Il teatro indipendente, la stragrande maggioranza del teatro, oggi è insostenibile

Anna mi si avvicina all’orecchio: “Quindi fa ridere abbiamo detto, vero?”. Do un’occhiata intorno, sono arrivati quasi tutti e tra poco si comincia. Vorrei dileguarmi in un posto dove riuscire a concentrarmi. Ma la mia profonda esperienza del teatro in casa mi suggerisce di attingere al buffet prima che finisca.

La migliore amica di Anna sembra leggermi nel pensiero: “Ti conservo un piattino per dopo lo spettacolo?”. È la frasetta magica. Ringrazio e mi barrico lì dove passerò la notte, una gradevolissima stanza degli ospiti piena di foto di famiglia, con cui posso indagare nella vita della signora Anna. Non ha foto del padre di sua figlia, che in effetti ancora non ho incontrato. È appassionata di trekking. Era più in carne da giovane. Poi mi accorgo che il mio letto è sotterrato da borse e cappotti. Non solo non posso sdraiarmi, ma mi viene la paranoia che, se sparisse qualcosa, daranno tutti la colpa a me. “È stato chiuso lì dentro per tutto quel tempo”, diranno. E come se non bastasse realizzo che non faccio ridere. Proprio così, ne ho la certezza. È da un anno che porto questo spettacolo ovunque, dai teatri ai centri sociali, passando per case come questa e tutti hanno riso, certo, ma solo perché erano persone gentili.

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Il brusio del pubblico attraversa la porta: mangiano, chiacchierano di lavoro, di politica, di un certo Alberto che ha tradito Mariella e di treni che arrivano in ritardo. Non vedono l’ora di “ridere-ridere-ridere” (detto col tono di Petrolini in Gastone) e io penso che tra pochissimo tocca a me. Come ci sono finito qui?

Che ci faccio qui
Erano tutte cavolate quelle che rispondevo, all’inizio, quando mi domandavano perché facessi teatro nelle case. Tiravo in ballo l’interesse antropologico, ma la verità è che non mi andava di sottoporli alla mia celebre invettiva sul vero motivo. Un’invettiva lunghissima che comincia con “Il teatro oggi è insostenibile”. La subiscono fin troppo spesso i miei colleghi più stretti, le persone che mi devono dei favori e la mia fidanzata. E adesso, forse, anche voi.

Il teatro oggi è insostenibile. Quello indipendente, senza finanziamenti, la stragrande maggioranza del teatro, quindi. Come lo faccio io, ovvero da solo, nella forma di reading, con uno spirito da piccola azienda agguerrita, è appena sostenibile (mi salva il mio secondo lavoro da copywriter). Come lo si faceva anni fa, con piccole compagnie coraggiose che giravano l’Italia, è impossibile. Le spese per l’agibilità (quella certificazione che in tre clic sul sito dell’Inps dovrebbe assicurare che non ti cada un faretto in testa), l’obbligo di appoggiarsi a un’associazione che fatturi per te e che spesso si prende un 10 per cento per i costi amministrativi, il 20-35 per cento di tasse per la fattura che dovrai rilasciare tu all’associazione a cui ti sei appoggiato, la Siae da pagare, il 10 per cento di iva, la percentuale che giustamente si prende il teatro, sono tutti tasselli che contribuiscono a un calcolo assurdo.

Altro che finanziamenti alla cultura, la cultura fiorisce soprattutto quando riesce a non farsi sfiancare dallo stato: a Roma, per esempio, lo dimostrano le esperienze eccezionali dei posti occupati (i miei spettacoli sono cresciuti anche al Nuovo Cinema Palazzo, da dove, tra gli occupanti, sono uscite due Palme d’oro, Elio Germano e Marcello Fonte. Mentre un altro, Daniele Parisi, ha vinto il premio come migliore attore esordiente a Venezia). Esibirsi in una casa privata, con l’offerta libera del pubblico, offre in parte questa possibilità di fuga. È questione di sopravvivenza. Chi fa teatro oggi e segue le regole e basta, stramazza a terra morto. E non è una performance.

Vi risparmio l’invettiva in versione integrale (dove si parla delle eroiche eccezioni che resistono dentro le regole, dell’autopromozione obbligatoria, eccetera), ma è chiaro che sono i soldi, quindi, il motivo per cui ho cominciato ad andare più per case che per teatri, questa è la verità. Dopo essere entrato in calendario nei teatri off della capitale, istituzionali e non, riempiendoli pure, ho capito l’andazzo e mi sono buttato sulle abitazioni. Giardini, salotti, cucine grandi, garage.

L’equazione
All’inizio di questa mia piccola carriera orizzontale mi piaceva indovinare la classe sociale di chi mi ospitava già a partire dal portone. Non era facile, ma mi vantavo di essere bravino. Capire qual è la classe sociale è vitale per ipotizzare il “cappello”, ovvero l’offerta libera (perlopiù funziona così) che arriverà alla fine dello spettacolo. Ma con l’esperienza ho capito che è solo una delle variabili. C’è l’egoismo (che non è legato alla classe sociale) e ovviamente l’efficacia del mio spettacolo. Di recente ho anche inventato un’equazione: risate durante lo spettacolo + classe sociale : egoismo x numero spettatori = cappello

Non ci vincerò il Nobel. Ma mi piace pensare che se conosco il cappello e la generosità, contando le persone presenti, potrei risalire alla classe sociale anche se non avessi visto il portone. Che nel caso del teatro fatto in casa è assolutamente variabile. Raimondo, fondatore di teatroxcasa.it – ormai così famosa che non sfugge neanche lei alla Siae – mi ha detto di essersi difeso sui social dall’accusa di portare il teatro nei salotti ricchi. Accusa fatta da chi non ha il polso della situazione. Ci sono case alto borghesi ma anche proletarie, e soprattutto case dove vivono persone della classe media. Il pubblico che va a vedere il teatro nelle case è sicuramente meno agiato della media del pubblico che va a teatro. O lo nasconde benissimo. È vero che a volte ti pagano il bed and breakfast ma spesso ho dormito su un divano perché non c’era la stanza degli ospiti. Più spesso i proprietari mi hanno sistemato nella loro stanza e loro hanno dormito sul divano.

“Tra poco vado a dormire” è quello che penso durante l’applauso finale degli amici di Anna, con Anna in piedi. È andata bene ma sono stanco, hanno riso fin dall’inizio e dal suono delle loro mani capisco che lo spettacolo ha scavato anche abbastanza a fondo. A metà, l’eclettica Luisa si è liberata della babysitter e ha cercato di improvvisare con me, poi un pastore tedesco ha abbaiato in un paio di passaggi cruciali, ma è andata bene.

Faccio cinque inchini, ringrazio tutti e vorrei scendere dal palco, ma il palco non c’è. Vorrei andare in camerino, ma il camerino non c’è. C’è solo la mia cameretta, dove se mi rinchiudo ora rischio di sembrare un adolescente problematico.

E c’è questo leggero momento di imbarazzo, impossibile da provare in un teatro. Succede quando, ancora con l’adrenalina, faccio due passi in avanti e mi ritrovo in mezzo al pubblico, trasformato in uno di loro. Faccio la fila per un bicchiere di vino, mi siedo su una sedia libera, stringo qualche mano a chi mi fa i complimenti, ma sono passati solo 60 secondi dallo spettacolo, sono timidissimo, sorrido e abbasso lo sguardo, sono troppo vicini.

Se normalmente, in un teatro vero, puoi dire un paio di scemenze e andartene a casa, qui è impossibile. Perché sei già a casa, ma non è la tua. Questo desiderio di volersene andare via da loro, di rifugiarsi in se stessi, nel solito letto, nella solita confraternita, nel solito ragionamento, nel solito qualsiasi cosa sia, ormai l’ho capito. Si tratta esattamente dell’opposto. Per gente come me è un voler fuggire da se stessi, non dal pubblico. Perché solo l’esperienza di essere completamente in balia di qualcun altro mi fa capire chi sono veramente, nel bene e nel male. Non una passeggiata in solitaria davanti al tramonto, non una “cena dopo lo spettacolo” con i colleghi o lo specchio di un camerino. Ma gli amici del liceo della signora Anna, a casa sua, davanti a tutti, che ti chiedono: “Ma da dove la prendi tutta questa fantasia?”.

Da Torino alla Lucania
Ho cominciato per due soldi in più, ma poi, mentre facevo il teatro nelle case, ho scoperto cose tipo questa. E molte altre che, sinceramente, ancora non capisco. In Lucania ho dormito nello studio di un ceramista. La moglie, insegnante di liceo, sistemava le sedie in terrazza, mentre il marito mi spiegava che la strada che vedevamo sotto, cento anni fa, era un fiume. E mi chiedeva di nascosto se conoscevo non ricordo quale attore famoso, e se gli davo il contatto così poteva provare a farlo venire per il compleanno a sorpresa della moglie.

A Castellammare di Stabia ci sono andato tre volte in due mesi, ogni volta in una casa diversa. Mentre passeggiavo sul lungomare mi hanno scambiato una volta per Daniele Silvestri, un’altra per un neomelodico di cui non ho capito il nome. È una città con più di 60mila abitanti e solo un paio di teatri, tre o quattro locali con musica dal vivo e forse una libreria. Ma questa è gente curiosa e creativa, che non molla. Come non mollava la coppia di Pisa, che aveva deciso di vivere in campagna in un casolare restaurato, facendo un qualche tipo di lavoro con il vino che li faceva viaggiare in tutto il mondo. O la famiglia di Genzano che si rompeva di fare sempre le stesse cose con gli amici, compiuti i settant’anni. Ricordo che durante lo spettacolo c’era tutto un brusio di gente che ripeteva all’orecchio dei partner sordi quello che avevo appena detto. A Torino esiste una casa di due designer che hanno cominciato a fare eventi tutte le settimane e ora ci campano alla grande. Non dico il nome altrimenti li arrestano. Hanno pure gli sponsor che gli regalano vino e superalcolici.

Forse il bello di quando fai una cosa per sopravvivere è proprio che incontri altre persone che sopravvivono. In tutte le case dove sono stato mi sembra di avere incontrato persone che stavano lottando contro qualcosa di invisibile. E del resto di cosa parla la maggior parte delle volte il teatro? Chi ospita questi spettacoli non si sta portando a casa la paura di vivere? Il desiderio di cambiare vita, gli amori che finiscono, il mistero della morte… Di che parla il teatro se non di questi temi? E loro gli aprono le porte, con gli amici, bevendo, mangiucchiando prima e dopo.

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Anna sistema il salotto cucina, sono andati tutti via, si fa aiutare dalla babysitter, l’eccentrica Luisa finalmente sta combinando casini solo nei suoi sogni da bambina. Poi va via anche la babysitter e Anna mi offre una camomilla. Sembra contenta e sono contento per lei. Mi racconta che quando ha scoperto di essere incinta il padre era scomparso, ma lei non ha avuto la minima esitazione a tenere la bambina. Era sicura che ce l’avrebbe fatta. E infatti ce l’ha fatta, ma ciò non toglie che ci siano stati momenti difficilissimi. Le è stata diagnosticata una piccola depressione postparto e l’hanno aiutata alcune delle persone che c’erano stasera. Ormai sta bene e ha deciso che deve ricominciare a fare le cose che le piacevano prima. Il teatro, per esempio. Ospitare spettacoli a casa sua è un modo per sentire che ce la sta facendo.

C’è chi dice che in queste serate non ci sia rispetto per l’attore, che questo non è teatro. Magari perché non c’è un palco e ti passano davanti i pastori tedeschi. Ok, chiamatelo Giovannino, chiamatelo Mattia che va tanto di moda tra i bambini di Roma est, fate come vi pare. Ma invito chi fa questo lavoro a domandarsi se la vera, micidiale, mancanza di rispetto non sia quella del sistema di leggi che ci regola. Per quanto mi riguarda, non mi rispetti quando mi costruisci un percorso a ostacoli di burocrazie e pedaggi, dove alla fine perdi il 50-60 per cento dell’incasso. Il teatro non è un idrocarburo. Ho visto le migliori menti della mia generazione doversi pagare la Siae, per un testo scritto e interpretato da loro stessi, e poi incassare i compensi dopo sei mesi, ma tassati del 15 per cento, più il 12 per cento per “spettanze Siae”. È un po’ come prendersi a schiaffi da soli.

E tuttavia sono ancora qui, come tanti altri. Perché anche io, come Anna, molto più che sopravvivere ai calcoli e alle politiche culturali, ho bisogno del teatro per sopravvivere a me stesso. È con me stesso che pago la tassa più alta.

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