Tra i pini e gli eucalipti sorge una casa modesta: una grande stanza, un fornello, due divani molto vissuti, una tv. All’esterno, accanto al giardino, ci sono un orto, qualche animale – polli, oche, pecore e cavalli – e un po’ di legna per riscaldarsi. Da cinque anni Carolina Soto Campos, 33 anni, e suo marito di 52 anni vivono su questo terreno con i loro tre figli. Siamo nella regione dell’Araucanía, nel sud del Cile, una zona in gran parte agricola e piena di foreste tra il Pacifico e la cordigliera. Sembra un posto alla fine del mondo: più giù, verso sud, il paese prosegue sbriciolandosi nell’oceano; più su, verso nord, bisogna percorrere seicento chilometri per raggiungere Santiago, la capitale.

Carolina Soto Campos e i suoi familiari sono mapuche, letteralmente “popolo della terra”. Sono la popolazione nativa più numerosa del Cile: 1,7 milioni su diciannove milioni di abitanti. Vivono nell’Araucanía proprio per rivendicare il possesso della terra dei loro antenati. “Come mapuche abbiamo bisogno di coltivare la terra”, dice la donna, che ha un carattere determinato. “Dopo essere stati depredati e ingannati vogliamo stare vicino alla mapu, la terra. Qui mi sento libera”.

Libera e impegnata in un’unica sfida: riscattare i sei ettari che occupa e che in realtà sono di proprietà di un’azienda forestale privata.

Un malessere più profondo
Altre sedici famiglie mapuche che vivono nella zona sono nella stessa situazione. Rivendicano in totale cinquemila ettari, sufficienti per alimentare quello che i cileni definiscono il “conflitto mapuche”, una questione di storia e identità segnata in alcuni casi dalla violenza. Da una parte di questa “lotta”, come la definisce Carolina Sotos Campos, ci sono le cariche della polizia e le visite di droni inquisitori, anche in piena notte.

Prima dell’arrivo degli spagnoli, nel sedicesimo secolo, i mapuche erano allevatori, presenti anche nel sud dell’attuale Argentina. Dopo aver resistito all’invasione dei colonizzatori, sono stati a poco a poco costretti a ripiegare, derubati dallo stato cileno.

Quasi il 20 per cento dei nativi mapuche vive nell’Araucanía, la regione più povera del paese

“Nel 1803 possedevano cinque milioni di ettari. Nel 1927 gliene restavano non più di 500mila”, ricorda Sergio Caniuqueo, storico mapuche e ricercatore del Centro di studi interculturali e indigeni. “Continuano a perdere altre terre. Una parte gli fu restituita negli anni sessanta, nell’ambito di una riforma agraria portata avanti dal presidente socialista Salvador Allende. Ma la riforma fu ritirata dalla dittatura di Pinochet (1973-1990), che accordò dei sussidi alle imprese forestali per stabilirsi nella regione”.

Anche se la questione della terra è fondamentale, secondo molti osservatori il malessere è più profondo. “C’è una ferita aperta, con una società cilena che non accetta che ce ne sia un’altra, e che quest’altra ci fosse da prima”, osserva Rubén Sánchez, mapuche ed ex direttore dell’ong Observatorio ciudadano, con sede a Temuco, capoluogo dell’Araucanía.

Se, come Soto Campos, i mapuche determinati a recuperare le terre si riconoscono in un modo di vita rurale, più di un terzo di questa popolazione è residente a Santiago e nei dintorni. Quasi il 20 per cento vive nell’Araucanía, la regione più povera del paese. I mapuche non sono ai margini della società cilena, ma hanno le loro élite sociali e intellettuali composte da medici, ricercatori, funzionari, avvocati e professori. Alcuni si sentono completamente cileni, altri no.

Uso eccessivo della forza
Qual è il loro posto nel Cile di oggi? L’11 marzo, in occasione del suo discorso d’investitura, il presidente Gabriel Boric (sinistra) ha ricordato “le popolazioni autoctone, derubate delle loro terre ma non della loro storia”, suggerendo la possibilità di un risarcimento sulla base di un dialogo.

Boric ha assicurato di voler mettere fine al dispiegamento militare nel sud deciso dal predecessore Sebastián Piñera (di destra) nell’ottobre del 2021. Piñera aveva giustificato la decisione richiamandosi ai “gravi e ripetuti episodi di violenza legati al narcotraffico, al terrorismo e alla criminalità organizzata” di cui erano accusate alcune organizzazioni indigene. Mesi prima, nel maggio del 2020, le Nazioni Unite avevano chiesto l’apertura di un’inchiesta “sull’uso eccessivo della forza”, esprimendo preoccupazione per “la discriminazione e le espressioni di odio contro questo popolo”.

Queste operazioni “mirate” hanno cominciato a moltiplicarsi intorno agli anni duemila. Secondo gli esperti del settore forestale, il fenomeno ha avuto un’accelerazione: diciassette manifestanti sono stati attaccati nel 2017, ventiquattro nel 2021. Piñera all’epoca aveva usato l’espressione “terrorismo”, giudicata eccessiva dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. “Chiediamo il diritto alla sicurezza e alla pace”, afferma José Hidalgo, leader dell’associazione dei fornitori di servizi forestali.

L’indice mondiale del terrorismo, sviluppato dall’Istituto per l’economia e la pace, un gruppo di ricerca con sede in Australia, colloca il Cile al secondo posto tra i paesi dell’America Latina, dopo la Colombia. “Nel 2021 gli estremisti mapuche hanno rivendicato 206 attentati che hanno provocato una vittima”, si legge nel rapporto. “Non si lavora tranquilli. Dove c’è un’impresa forestale ci sono attentati”, afferma José Calbuqueo, dipendente dell’azienda di Gerardo Cerca e lui stesso mapuche. “Un conto è rivendicare le terre usurpate, un altro sono il vandalismo e il terrorismo”.

Secondo il ricercatore Gonzalo Bustamante, docente di psicologia e specialista di popolazioni native, il conflitto si è complicato negli ultimi cinque anni, con la presenza di gruppi armati, tra cui la Coordinadora arauco-malleco, un’organizzazione militante che rivendica gli incendi dei camion ma non gli attacchi contro le persone.

“Non sappiamo bene neanche com’è strutturata”, ammette. Secondo l’antropologa Natalia Caniguan, “la frustrazione è cresciuta di pari passo con la sensazione che non cambi mai niente. C’è anche questo alle origini della rivolta sociale del 2019 contro le profonde disuguaglianze del paese”. Eppure dopo il 1993 e il riconoscimento giuridico delle popolazioni native, la questione “è sempre stata presente” sul piano politico, osserva Caniguan. Poi sottolinea un punto secondo lei fondamentale: “L’errore dei diversi provvedimenti è stato concentrarsi sulla riduzione della povertà, che presenta indici molto elevati tra i mapuche, tralasciando i diritti”.

Sicurezza e pace
Non tutti quelli che rivendicano le terre si muovono nell’illegalità. “Noi non siamo per lo scontro. Nella nostra comunità le cose si fanno con il dialogo”, afferma così Marta Guillermina Colimil, una mapuche di 53 anni che parla per conto della sua famiglia e dei suoi vicini. Anche lei è entrata in possesso nel modo più legale del mondo di un terreno di quindici ettari appartenente a uno specifico proprietario nella periferia di Ercilla, una cittadina dell’Araucanía.

Il mapudungun si parla sempre meno a causa delle discriminazioni e delle migrazioni interne verso le città

Questo sistema di restituzione fu istituito nel 1993 dalla Corporación nacional de desarrollo indigena (Conadi), legata al ministero dello sviluppo. Consente allo stato di riacquistare dei terreni privati per ridistribuirli alle famiglie native che ne fanno richiesta. Finora lo stato ha ricomprato 215mila ettari di terra. “È ancora poco, e il sistema non è abbastanza trasparente”, sostiene Hernando Silva, dell’ong Observatorio ciudadano.

Nel suo laboratorio di sartoria, Marta Guillermina Colimil tira fuori da un sacchetto di plastica dei grembiuli e alcune camicette colorate. Dopo tredici anni di lavoro nelle famiglie ricche di Santiago, Colimil è tornata nella regione che aveva lasciato da ragazza a causa della povertà. Grazie a un sussidio pubblico, ha lanciato la sua piccola impresa. “I vestiti che vendo mi permettono di vivere. Con questa terra mi sento bene, ho recuperato una cosa che era appartenuta al nostro popolo”.

Colimil però ha un rimpianto: “Non parlo nemmeno la mia lingua, e questo mi rattrista”, dice con un gesto d’impotenza. Il mapudungun si parla sempre meno a causa delle discriminazioni e delle migrazioni interne verso le città. Oggi solo il 10 per cento dei nativi mapuche comunica in questa lingua.

Condizioni per il dialogo
In mezzo a questa popolazione che ha aspirazioni e richieste diverse, senza un leader o un’unica organizzazione, alcuni fanno dei discorsi molto più aggressivi.
Un esempio è Mijael Carbone, capo mapuche di 34 anni, padre di cinque figli. Ha in mente un solo obiettivo: l’autodeterminazione. Vive a Temucuicui, una zona emblematica per il conflitto. “Non diciamo che le città dovrebbero sparire, ma vorremmo averne la gestione, e controllare anche le strade”, dice. Carbone, che ha uno sguardo deciso e un tono determinato, denuncia la persecuzione costante della polizia: “Sentiamo il vento degli elicotteri sulle nostre case”. Qui sono stati recuperati più di duemila ettari, racconta prima di fermare di colpo il suo 4x4. Sul ciglio della strada si vede un trattore con i segni dei proiettili e decorato con dei fiori. Al volante del veicolo, ormai trasformato in un altare, nel novembre del 2018 la polizia uccise Camilo Catrillanca, un mapuche di 24 anni.

Quell’omicidio, i cui colpevoli sono stati condannati nel gennaio 2021, ha reso ancora più tesi i rapporti tra lo stato e la popolazione nativa. Non è stato dunque un caso che il 15 marzo la prima visita della ministra dell’interno Izkia Siches sia stata a Temucuicui. Il viaggio doveva essere un gesto di apertura al dialogo, ma alcuni colpi esplosi in aria hanno messo fine all’incontro. Carbone, da parte sua, è irremovibile. Gli incendi dei camion senza vittime umane? “Se appartengono alle aziende forestali dico sì, dieci volte sì”. Il dialogo? “Siamo a favore. Ma non ci siederemo a discutere senza la garanzia che si parli anche di autonomia”, afferma.

Lo storico Caniuqueo s’interroga sulla pluralità che caratterizza questa popolazione così particolare: “In quanti desiderano tornare in quelle terre? E a quali condizioni? Una delle debolezze del movimento mapuche è non aver saputo creare un centro di ricerca in grado di dare queste indicazioni”.

L’assemblea costituente, che ha dei seggi riservati ai rappresentanti delle popolazioni native e la cui prima presidente è stata la nativa mapuche Elisa Loncón, sta scrivendo una nuova legge fondamentale. Nelle bozze del testo si stabilisce il principio dello stato plurinazionale, una prima apertura a un riconoscimento costituzionale dei mapuche. La formula potrebbe restare puramente teorica. Oppure permettere finalmente la soluzione del conflitto.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito sul quotidiano francese Le Monde. Internazionale ha una newsletter su quello che succede in America Latina, ci si iscrive qui.

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