28 gennaio 2022 13:40

Il posto dove vivo a Pechino secondo il linguaggio corrente è sanduo shequ, cioè una comunità residenziale dei “tre molti”. Significa che ci sono molti intellettuali, molti funzionari in pensione, molti anziani. È un agglomerato di palazzine costruite alla metà degli anni ottanta, che occupa un’area perimetrata di 220mila metri quadri, con diversi ingressi che sono aperti o chiusi a seconda del livello di allarme rispetto all’epidemia.

Tra chi ha lo status di residente e chi invece è “popolazione fluttuante” (liudong renkou), cioè migrante (a fini statistici, rientro anch’io in questa categoria) qui ci vivono 8.816 persone. Facendo un rapido calcolo, la densità corrisponde a 40mila abitanti per chilometro quadrato. È più o meno la stessa di Dhaka e Manila, considerate le città a più alta densità al mondo. Tuttavia, lo sviluppo verticale della palazzine di 18 piani libera spazio al livello stradale e permette di sbandierare che il 40 per cento di Liufang Nanli – questo il nome del complesso – è destinato al verde.

In questa comunità modello che sembra un po’ un villaggio ma che è tipicamente urbana, a farla da padrone è il comitato di partito (shequ dangwei), in cui arcigni vecchietti preservano i “valori socialisti” (così c’è scritto in un articolo dedicato proprio a noi – perdonate l’immedesimazione – comparso su Sohu nel giugno scorso) e “sotto la cui guida” sono stati creati “un think tank di anziani funzionari, una società di mutuo soccorso per i residenti, un coro, un gruppo di ballo, una troupe dell’Opera di Pechino, un corso di pittura e calligrafia, un complessino di fisarmoniche e altre iniziative culturali”.

Durante i mesi più duri dell’epidemia, all’inizio del 2020, il comitato di partito ha coordinato tutti gli organismi formali (come il comitato dei residenti e l’amministrazione) e informali (il gruppo dei giovani, quello degli anziani) per presidiare gli ingressi della comunità, isolare eventuali positivi, garantire l’approvvigionamento ai residenti. Nel 2021, ha lanciato invece la campagna “Sii un pioniere nella prevenzione e nel controllo delle epidemie, dai l’esempio nella pulizia delle case”, in cui sostanzialmente squadre di volontari pulivano i corridoi e le scale delle palazzine, che di solito sono abbandonati in un desolante stato di incuria, e si prodigavano per la raccolta differenziata, la grande novità che ha messo in agitazione tutta la comunità residenziale. Davano l’esempio.

Come tutte le cose socialiste e cinesi, la mobilitazione di massa della mia comunità residenziale è un po’ puntuale e un po’ alla bell’e meglio

Con l’approssimarsi delle Olimpiadi invernali e l’allarme generalizzato per la comparsa della variante omicron anche in Cina e soprattutto a Pechino, l’organizzazione di base della mia comunità dei “tre molti” si è riattivata, è scattata la mobilitazione e su tutti i portoni delle palazzine, nell’atrio o all’interno degli ascensori, il 23 gennaio è comparso un avviso del comitato dei residenti che diceva: “Abbiamo bisogno di un test dell’acido nucleico oggi!”. Bisognava andare presso la comunità di fronte alla nostra – “munitevi di mascherina e carta d’identità” – e mettersi in fila di fronte a tendoni simili a quelli di un ospedale da campo militare, da cui una inserviente tutta imbacuccata con tutina bianca, mascherina, occhiali e visiera trasparente faceva il test attraverso una finestrella.

Dato che mi sono accorto dell’avviso solo il giorno dopo, ho scritto un messaggio al responsabile della comunità residenziale chiedendogli come potessi fare. Prima mi ha detto di andare a farlo il giorno dopo a mezzogiorno; poi si è corretto dicendo che si era già al secondo giro di test (si sono messi in testa di farlo a tutti ripetendolo ogni 2-3 giorni), quindi io dovevo aspettare che ripartisse il primo giro; dopo di che, mentre mi trovavo da tutt’altra parte della città, mi ha scritto di andare immediatamente perché si era aperto uno slot.

Come tutte le cose socialiste e cinesi, la mobilitazione di massa della mia comunità residenziale, “sotto la guida del comitato di Partito”, è un po’ puntuale e un po’ chabuduo (alla bell’e meglio), comunque sempre solenne. E alla fine, una soluzione si trova comunque.

Gestione a circuito chiuso
Moltiplicate questo sistema per centinaia, forse migliaia, di comunità residenziali in tutta Pechino, e avrete un’idea del fervore che anima la capitale in cui per garantire la pace olimpica si rispolvera “la lotta di popolo contro il coronavirus”, slogan che andava per la maggiore nel 2020. Il fatto è che negli ultimi 15 giorni sono stati scoperti casi di variante omicron nel quartiere occidentale di Haidian e in quello meridionale di Fengtai e la municipalità ha ordinato il tampone di massa in quelle zone. Ma siccome quando parte l’ordine comincia anche la gara a chi è più zelante tra i vari comitati, ecco che tutte le comunità della metropoli da 23 milioni di abitanti ordinano il test.

Era il 25 gennaio e ho fatto finalmente il mio tampone. Il 26 gennaio, il sistema elettronico pechinese di tracciamento è andato in tilt da sovraccarico e nessuno poteva più verificare se fosse negativo o positivo. Il 27 è stato ripristinato. Sono negativo, in attesa del prossimo test.

Pechino, 25 gennaio 2022. Una fila per il test dell’acido nucleico. (Kevin Frayer, Getty Images)

Poi ci sono loro, quelli all’interno della bolla olimpica, il mondo parallelo o, più correttamente, la “gestione a circuito chiuso”: atleti, accompagnatori, giornalisti, per un totale stimato sulle undicimila persone, cioè non troppi di più rispetto alla mia comunità residenziale. Solo che loro fanno il tampone tutti i giorni, non si scappa.

Qualche giorno fa si è saputo che in quell’universo cosmopolita e al tempo stesso circoscritto erano già emersi 72 positivi. Le autorità hanno subito chiarito che un numero del genere rientra nei margini previsti. Qui in Cina, nessuno pretende di avere davvero zero casi, bensì di “tendere allo zero”; il che significa che appena scopri un positivo lo spedisci in uno degli ospedali del covid – così chiamati – che stanno intorno alla bolla olimpica.

Se per caso risulta infetto già al momento dello sbarco dal charter che l’ha portato in Cina, finiscono in ospedale anche quelli che sull’aereo erano seduti fino a due file davanti e dietro a lui. Un giornalista di una grande rete televisiva dedicata allo sport, mi ha raccontato che la sua spedizione ha adottato una strategia: metti che ti porti in Cina quattro cameraman; sull’aereo li fai sedere lontanissimi tra loro, così non rischi di rimanere senza. Idem per tutte le altre funzioni. Sembra quasi una tattica di avvicinamento alle trincee nemiche: se un cecchino mi ammazza il mitragliere, devo avere qualcuno vivo e vegeto che lo sostituisca.

Niente pubblico
Le misure reali si alternano alle leggende metropolitane. Per esempio, stamane mi hanno detto che tutti i tassisti non residenti a Pechino sono stati rispediti a casa. La logica di una misura del genere non mi è chiarissima: vogliono cacciare il più lontano possibile dei lavoratori che sono costantemente a contatto con altre persone e che quindi potrebbero infettarsi e infettare con l’aggravante di portare a spasso il virus per la città? Oppure vogliono scoraggiare i pechinesi ad andare in giro? O tutte e due? E se molto semplicemente i tassisti non pechinesi, come ogni anno, fossero tornati a casa per il capodanno cinese (1 febbraio)? Non ho ancora avuto modo di verificarlo. Fatto sta che ieri sera sono uscito con un amico che, a differenza del sottoscritto, non era munito di bicicletta. A fine serata, ho aspettato con lui per qualche minuto che trovasse un taxi, senza successo, poi mi ha detto “vai pure”. Stamattina, mi ha scritto che è riuscito a tornare a casa dopo un’ora e mezza.

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Quanto alla relazione tra le due bolle – quella olimpica e quella chiamata Cina – le strade di Pechino sono state dotate di una corsia preferenziale per i veicoli del comitato organizzatore dei giochi ed è stato istituito un sistema di trasporto a circuito chiuso tra le diverse località dove si svolgono le gare: Pechino città, il distretto di Yanqing e Zhangjiakou, nella provincia dello Hebei.

Ogni veicolo è una piccola bolla semovente, un acquario separato dal mondo esterno dove atleti e accompagnatori fanno la parte dei pesci rossi. Se per disgrazia qualche automobilista non olimpico ha un incidente con un pulmino olimpico, tutti i coinvolti devono restare rinchiusi nei rispettivi abitacoli finché non arriva la polizia; finiti gli accertamenti, gli agenti comunicheranno l’esito alle due parti, che continueranno a starsene rinchiuse; a quel punto, potranno andarsene, sempre senza uscire dall’abitacolo e sperando a questo punto che entrambi i veicoli siano in grado di allontanarsi sulle proprie ruote; chiunque si azzardi a uscire dal proprio mezzo di trasporto, sarà messo in quarantena per 21 giorni.

Già lo scorso settembre era stato annunciato che i biglietti per assistere alle gare dei giochi sarebbero stati venduti solo ai residenti in Cina (sia cinesi sia stranieri), niente forestieri, niente Beijing huanying nin – Pechino ti dà il benvenuto – come ai tempi delle Olimpiadi 2008. Nei giorni scorsi, appena il primo caso di omicron è stato registrato sul suolo patrio, è stato annunciato che nessun tagliando sarà messo in vendita, si assisterà solo su invito. Tuttavia, si sapeva già da tempo che i lavori per mettere a punto la piattaforma online per la vendita dei biglietti erano stati sospesi almeno otto mesi fa, quindi non si prevedeva pubblico pagante.

A stretto giro, l’ufficio del ministero degli esteri che si occupa della stampa estera mi ha mandato, con un messaggio su WeChat, un invito per assistere a una gara olimpica di mia scelta. Il fatto è che anche se appartengo a una categoria prescelta, in quanto giornalista straniero residente in Cina, nell’invito si specificava però che avrei dovuto solo “assistere”, non “lavorare”, mica sono un collega dentro la bolla. Da quando sono in questo paese con visto giornalistico, mi sento molto categoria prescelta, sia che mi invitino alla gare olimpiche o mi diano la precedenza per la terza dose del vaccino, sia che mi impediscano di andare in Tibet, mi impongano la scorta mentre sono in vacanza o mi rompano le scatole in qualche sperduto villaggio. Per la cronaca, ho scelto la discesa libera. Se proprio non sarà possibile, la finale di hockey su ghiaccio. Sono curioso di vedere se e come mi avvicinerò fisicamente al luogo dell’evento sportivo, che è dentro la bolla mentre io ne sono fuori, come due insiemi che non si intersecano. Percorrere il confine.

A distanza di un paio di giorni, un altro messaggio su WeChat mi ha avvertito che potrebbero esserci problemi per assistere allo sci alpino, perché Yanqing – dove si svolgono le gare – “è lontana”. In cambio della mia quasi sfumata discesa libera, il ministero ci offre quattro alternative, tutte, inevitabilmente a Pechino città: short track, pattinaggio di velocità (maschile), curling (maschile pure questo), pattinaggio artistico (individuale femminile). Non ne ho scelta nessuna, non mi interessano, a questo punto gioco la puntata secca e spero che trovino il modo di farmi arrivare nella lontanissima Yanqing (85 chilometri) o che mi regalino le emozioni della finale di hockey.

La sensazione è che vogliano rinchiudere i pechinesi a Pechino, tanto più se stranieri e giornalisti. Ma c’è ancora tempo: da qui all’inizio dei giochi, il 4 febbraio, la situazione potrebbe cambiare ancora cinque o sei volte, magari all’ultimo secondo ti propongono perfino di fare il tedoforo. Bisogna solo mettersi tranquilli e aspettare. Le Olimpiadi e tutto quello che ci gira intorno saranno un processo in divenire fino a un minuto dopo la loro fine.

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