Turisti cinesi al Wuse Hai, il lago dei cinque colori, nella riserva di Yading, Sichuan, ottobre 2016. (Atid Kiattisaksiri, LightRocket via Getty Images)

Un viaggio sotto sorveglianza in Sichuan

Turisti cinesi al Wuse Hai, il lago dei cinque colori, nella riserva di Yading, Sichuan, ottobre 2016. (Atid Kiattisaksiri, LightRocket via Getty Images)
20 agosto 2019 09:41

La telefonata arriva mentre siamo di ritorno dal monastero Nanwusi di Kangding, passeggiando per le strade della cittadina ormai hub turistico da cui comincia la prefettura di Garze, nel Sichuan occidentale. È una donna che si presenta come “agente della sicurezza Li” e mi chiede dove può trovarmi. Non so come abbia avuto il mio numero. Ci diamo appuntamento in ostello per la serata.

In fondo mi aspettavo qualcosa del genere. Sulla strada da Chengdu, una giovane poliziotta a un checkpoint, dopo aver dato un’occhiata al mio visto, mi aveva chiesto: “Lei è un giornalista?”.

“Sì, vivo a Pechino. Sono qui in vacanza”.

Sapevo che da quel momento sarei stato segnalato con il tam tam lungo tutte le stazioni di polizia che attraversano quest’area, l’antico regno del Kham, noto per essere patria di guerrieri e cavalieri. Ma sono già stato in altre aree del “grande Tibet” – dato che nel Tibet regione autonoma non ci posso andare in quanto giornalista straniero – Yunnan, Qinghai, Gansu, un altro pezzetto di Sichuan più a nord. Non ho mai avuto problemi.

Finta familiarità
L’agente Li si presenta in albergo con un collega in borghese. “Anche i giornalisti vanno in vacanza”, mi ripeto, e chiacchiero senza problemi: le do il mio passaporto e quello della mia compagna di viaggio, la tessera da giornalista. Lei legge e fa commenti personali, quelle tipiche violazioni della privacy con caratteristiche cinesi che per noi sono intollerabili e per loro così normali, dato che creano familiarità.

“Sono qui in vacanza, non intendo lavorare”.

“Dove avete intenzione di andare?”.

“Su verso Garze, poi magari scendiamo a Litang”.

In realtà vorremmo spingerci fino a Dege, al confine con il Tibet propriamente detto, dove c’è un’antica stamperia di sutra e tangka tibetani, un rarità di livello mondiale. Ma vista l’apprensione che questi due funzionari rivelano, preferisco tralasciare.

L’uomo in borghese mi dice “anquan di yi”, prima di tutto la sicurezza. “Siamo qui per aiutarvi”.

L’agente Li aggiunge: “In quelle zone l’altitudine può far male, si superano i quattromila”.

Spiego che sono stato anche più in alto.

“Sì, ma qui in Sichuan è diverso”, dice l’agente Li.

Decido di giocare a carte scoperte: “D’accordo amici, ho capito che c’è un problema legato al mio lavoro”.

Macché, si affrettano a chiarire: è che l’altitudine fa male, non arriva l’ossigeno al cervello. E loro sono lì per garantire che le relazioni tra la Cina e l’Italia non si danneggino a causa della morte sconsiderata di un giornalista, “che è un lavoro importante”, aggiunge l’uomo mentre mi suggerisce itinerari alternativi, tutti nella zona di Kangding, così non c’è bisogno che ci si spinga più a ovest. Indica sulla mappa un ghiacciaio.

“Ma è a settemila metri”, osservo.

“Ah sì, ma ci si può fermare anche prima”.

Decidiamo di cambiare programmi. So che se andassimo verso Garze non avremmo un secondo di pace, quindi niente rotta verso nordovest bensì verso sudovest, nella zona di Yading, dove c’è una riserva naturale con tre montagne affiancate che sono sacre per i tibetani. È anche una zona turistica, quindi forse è meno sensibile, ci lasceranno in pace. Ci aspettano undici ore di autobus, passeremo da Litang, dove mi hanno “sconsigliato” di andare, ma ci passeremo solo, non c’è altra strada.

A ciclo continuo
Sul pullman che parte alle 7.30 di mattina siamo gli unici stranieri. Dietro di noi c’è un uomo che ha comprato un sacchetto di noccioline. Si addormenta, si risveglia, apre il finestrino, sputa fuori, mangia le noccioline, riapre il finestrino, vomita, chiude il finestrino, si riaddormenta. Farà così per tutto il viaggio, a ciclo continuo.

Il primo controllo arriva a Yajiang una strettoia tra due gole dove si forma una fila di veicoli. È una di quelle casermette prefabbricate che sono il marchio di fabbrica di Chen Quanguo, l’unico funzionario che abbia occupato in successione la carica di segretario del Partito comunista in Tibet e poi in Xinjiang. Sull’altopiano ha sperimentato le tecniche di sicurezza, nel bacino del Tarim le ha adottate su larga scala. Un poliziotto con passamontagna e fucile d’assalto vede noi due stranieri e si affretta a condurci all’interno della stazione di polizia, dove un anziano graduato esamina i nostri passaporti. Non sa bene come orientarsi, fotografa il mio visto del 2017, esclama “thank you” con un sorriso e mi restituisce i documenti. Bastava girasse due pagine e avrebbe trovato il visto nuovo.

Il secondo controllo arriva poco prima di Litang. Questa volta ci fanno il quarto grado. Dove andate? Quanto ci restate? Quando ve ne andate? Per restare soli con noi, spediscono addirittura fuori dalla stazione di polizia due tibetani dall’aria afflitta che evidentemente avevano combinato qualcosa. Il graduato ha da dire sul nostro itinerario: “Non fate in tempo a tornare a Pechino per il 13”. Gli spiego che di tempo ce n’è abbastanza, annuisce ma è visibilmente scocciato. Per lui siamo una grana o forse vuol solo far vedere a tutti come si trattano i guastafeste stranieri.

Tutto deve essere sicuro. Il caos è il nemico, il caos è il terrore

Il terzo checkpoint, a Jiawaxiang, una municipalità di sette villaggi sull’altopiano, è poco più di una formalità. Poliziotti non troppo marziali esaminano e fotografano i nostri passaporti mentre il resto dei passeggeri passa la carta d’identità cinese sullo scanner elettronico, poi danno il via libera.

Il quarto e ultimo controllo arriva a Sangduixiang, poco prima di Daocheng. Due poliziotti seduti su una sedia in mezzo alla strada. È sera, si vede che hanno voglia di smontare. Forse le seccature sono finite anche per noi.

Alla stazione degli autobus di Daocheng, dovremmo trovare qualcuno che ci porti fino a Riwa, un villaggio all’ingresso della riserva di Yading. Così ci ha detto l’autista del pullman, che ha i suoi contatti fidati. Cinquanta renminbi a testa (poco più di sei euro) per i rimanenti 140 chilometri. In effetti, un uomo corpulento è lì che aspetta con il suo shuttle bus, ma mentre mi avvicino mi intercetta un tipo alto, dalla carnagione scura. Si presenta come funzionario di qualche danwei (unità di lavoro) che dipende dal ministero degli esteri. Mi indica il suo collega, che invece è basso ma ugualmente scuro, mi spiega che sono lì per “proteggermi”.

Ci risiamo. Non ho bisogno di protezione, voglio solo essere lasciato in pace. Accenna anche lui all’amicizia tra Italia e Cina e a un americano “che è già morto”. Lui e il suo compare si offrono di accompagnarci a Riwa. Gli dico che siamo molto stanchi, saltiamo sul veicolo e partiamo. Loro ci pedinano su una berlina bianca.

pubblicità

Arriviamo a Riwa che è già buio, i nostri protettori ci seguono all’interno dell’ostello. Adesso sono in tre, ce n’è un altro piuttosto rotondo e apparentemente più anziano. Aspettano che ci registriamo e poi quello alto – che è chiaramente il capo – propone di salire in stanza con noi. Dico di no, sforzandomi di essere più gentile che posso, e gli prometto che scenderò a parlare con loro nel giro di un’ora. Quando torno, sono lì tutti e tre. Si presentano con nomi cinesi anche se sono palesemente tibetani: Lao Wang, Xiao Liu e Wang Dui, ma da adesso saranno il Lungo, il Basso e il Ciccio.

Sono lì per proteggerci, anquan di yi.

“Sicurezza”, che carico di paranoia c’è in questa parola. La “sicurezza” non è solo una mania italiana che giustifica l’ecatombe nel Mediterraneo o la violenza di stato all’interno delle caserme, è un’ossessione globale. Qualche mese fa, a Pechino, parlando di Xinjiang con un cinese del rampante ceto medio che stava per andarci in vacanza, avevo azzardato che forse laggiù le autorità ci stanno andando un po’ troppo pesante: “La sicurezza è molto importante”, aveva risposto, serio. Se devo trovare un termine che identifichi la Cina contemporanea è proprio anquan: tutto deve essere sicuro, è una sicurezza in senso lato, comprende lo stato di polizia così come le passerelle di legno in alta montagna per evitare di storcersi una caviglia sui sentieri. Il caos è il nemico, il caos è il terrore.

Meccanismo di allarme rapido
Secondo Sulmaan Wasif Khan, autore di Haunted by chaos: China’s grand strategy from Mao Zedong to Xi Jinping, la sicurezza interna è sempre stato l’obiettivo fondamentale della “grande strategia” cinese. Ma la definizione di tale sicurezza e degli strumenti per garantirla cambiano nel tempo ed è solo con l’avvento di Xi Jinping che si passa dalla gestione flessibile del caos alla ossessiva necessità di prevenirlo. Con Jiang Zemin e Hu Jintao, una certa dose di instabilità era considerata inevitabile – per esempio in Xinjiang – e si trattava soprattutto di contenerla al meglio, di essere duttili quanto bastava per evitare che il caos dirompesse.

Con Xi cambia tutto, proprio perché la Cina è diventata un paese di successo, una società complessa, e quindi si trova ad affrontare problemi inediti e sempre più complicati, potenzialmente devastanti. Vera o sbagliata che sia, tale è la percezione della leadership rappresentata da Xi Jinping. Ed ecco quindi i campi di rieducazione in Xinjiang, oppure il fatto che l’unico sindacato riconosciuto sia istruito a prevenire i conflitti di lavoro invece che a risolverli. In quest’ultimo caso è stato teorizzato proprio il cosiddetto yujing jizhi xingdong, cioè “azione basata su un meccanismo di allarme rapido”, che restituisce in pieno la dimensione di emergenza che suscita l’idea stessa di conflitto.

Decidiamo che sfrutteremo la situazione. D’ora in poi saranno i nostri autisti personali. Gratuiti

In tutti gli aspetti della vita sociale, prevenire è meglio che curare e il conflitto non deve essere regolato; deve essere estirpato. Anche rinunciando a quella cosa tutto sommato “non necessaria” che è la libertà personale.

In questo momento, l’immagine della sicurezza la incarnano questi tre tipi che mi trovo davanti e che palesemente non sanno bene cosa fare. “Voi scegliete dove andare e noi vi portiamo”, dicono, “siamo a vostra disposizione”.

Decidiamo che sfrutteremo la situazione. D’ora in poi saranno i nostri autisti personali. Gratuiti.

Spiego ai tre nuovi amici il nostro programma dei giorni successivi. Voglio però mettere dei paletti, e qui devo introdurre un’altra parola: yinsi, privacy. È una parola sdrucciolevole, perché il primo carattere che la compone – yin – significa “segreto” o, come verbo, “nascondere alla vista”, “occultare”. La privacy, in cinese, ha in sé qualcosa di sospetto: non è quello spazio vitale per entrare nel quale ti devono chiedere il permesso; sei tu che devi giustificare, spiegare, che non stai nascondendo qualcosa, non hai segreti. Almeno così mi pare, concettualmente. Ecco quindi che mi scopro esitante al momento di dire loro “rispettate la nostra privacy”: e se poi pensano che abbia qualcosa da nascondere? Alla fine glielo dico lo stesso, sembrano capire, in fondo sono funzionari che devono portare a casa il risultato: contenermi da non si sa cosa. Il compromesso sulla privacy può andare bene pure a loro.

Il contenimento, oltre allo scarrozzarci in giro, si traduce soprattutto nello scattare foto con lo smartphone. Il giorno dopo, di buon mattino, ci accompagnano alla riserva di Yading, ci seguono alla biglietteria, al tornello d’ingresso, ci accompagnano con lo sguardo mentre siamo in fila per il pullmino che fa la spola all’interno del parco naturale e scattano una foto quando vi saliamo. In alto, su un muro della stazione turistica scorgo una scritta: anquan di yi.

Un monaco buddista tibetano nella contea di Litang, provincia del Sichuan, luglio 2017. (Wang He, Getty Images)

La riserva si estende dai 4.000 metri in su e il monte Chenrezig – che prende il nome da un bodhisattva – con i suoi 6.032 metri è il picco più alto. È strapiena di turisti cinesi che, bomboletta d’ossigeno alla mano, barcollano fino ai 4.700 metri del Wuse Hai, il lago dei cinque colori, il punto più alto per una passeggiata “normale”, dato che esistono anche itinerari più impegnativi che fanno il circuito intorno alle montagne sacre. I sentieri sono in gran parte pavimentati o ricoperti da passerelle di legno, c’è un contrasto evidente tra la fatica fisica della salita e la sensazione di trovarsi comunque in una natura addomesticata dall’uomo. Qui potrebbe venirti un colpo o un enfisema ma in un contesto da parco urbano, grazioso e rassicurante, l’esatto contrario delle nostre Alpi, dove cerchiamo la natura selvaggia appena usciti dalla strada maestra e non amiamo vedere tracce della presenza umana.

Un amico cinese mi spiegò tempo fa che questo corrisponde a due diverse concezioni del rapporto tra uomo e natura. Per noi occidentali – sosteneva lui – essere umano e ambiente sono separati, per cui quando ci caliamo in esso pretendiamo di trovare l’altro da noi, l’incontaminato, anche vagamente minaccioso; per loro, invece, essendo l’uomo parte della natura, anche la sua opera ne fa parte: una passerella che fende la steppa per chilometri, in quanto opera antropica, si inserisce a pieno titolo nell’ambiente naturale, come la grande muraglia. E poi, già che ci siamo, è più anquan.

Pop e ragion di stato
Mentre si viaggia e per tutti i giorni che trascorriamo insieme, l’autoradio della Toyota dei nostri angeli custodi manda solo tre canzoni, in loop. Sono Di Da, una nenia romantica della cantante Kan Kan, Beijing Beijing, un’altra sbrodolata di melassa del noto cantante pechinese Wang Feng, e Xiao Pingguo, la hit dance prodotta dai Chopstick Brothers nel 2014, oggetto di innumerevoli cover, flashmob, meme, nonché unica iniezione di brio della minicompilation. Per inciso, tra il 2014 e il 2015 fecero scalpore alcuni video diffusi in rete in cui, nell’ambito della campagna antiterrorismo in Xinjiang, si vedevano gli agenti della sicurezza cinese compiere operazioni al ritmo diXiao Pingguo, oppure imam uiguri che danzavano la medesima canzone in eventi pubblici. Il pop al servizio della ragion di stato.

Facciamo amicizia con il terzetto. Il Lungo ha 36 anni e due figli: il primo di 13 anni e il secondo di tre. Osservo che tra l’uno e l’altro è passato un bel po’ di tempo, lui mi spiega che con il controllo delle nascite non poteva regalare un fratellino al primo figlio, ma quando nel 2015 il governo ha dato il via libera al secondo, lui e la moglie si sono messi subito all’opera. Gli chiedo come mai fosse soggetto anche lui alla politica del figlio unico, dato che fa parte di una minoranza. Mi spiega che in quanto impiegato statale pure lui vi era sottoposto. Il Basso ha 30 anni e non è sposato, il Ciccio di anni ne ha 49 e sua figlia di 19 anni studia economia a Chengdu. Dopo l’università, lui vorrebbe che lei tornasse in zona e trovasse qualche lavoro in un ufficio.

Al netto dei nuovi ricchi che sfoggiano consumi esagerati, la realizzazione si misura spesso, in tutta la Cina, nei piccoli passi in avanti che si compiono tra una generazione e l’altra. Di xiaokang shehui – società del benessere moderato – parla il presidente Xi Jinping. Ecco, questi uomini la perseguono, ognuno a modo suo, e in prospettiva intergenerazionale. Oggi devono fare la guardia a due stranieri, le fotografie del telefonino come prova che stanno lavorando bene, e fa niente se magari dormono su un materasso, se hanno addosso gli stessi vestiti da cinque giorni, se tutti e tre dimostrano almeno 15 anni più della loro età anagrafica.

L’ultimo giorno ci accompagnano all’aeroporto di Daocheng-Yading. È il più alto del mondo, a 4.411 metri d’altezza, non riesco a descriverlo altrimenti che con l’immagine di un’astronave assemblata all’Ikea. È il prodotto della convergenza tra turismo e politica delle infrastrutture: si costruisce, si smaltiscono acciaio e cemento, si dà lavoro e poi in quest’area un tempo sperduta arrivano frotte di turisti, soprattutto autoctoni. Questo “sviluppismo” è il retaggio forse più evidente del socialismo cinese: se dai lavoro, soddisfi il bisogno primario, se dai svago, quello secondario; e i conflitti spariranno come d’incanto.

Il Basso e il Ciccio ci seguono all’interno dell’aeroporto e al check-in ci fotografano, devono far sapere che ce ne stiamo andando e il loro compito è finito, la prefettura di Garze torna sicura. Do una pacca sulla spalla al Ciccio: “Finalmente puoi riposarti”. Ride. Mentre passiamo il controllo di sicurezza, fa un ultimo scatto. I poliziotti gli urlano contro e lo puntano con il dito. In fondo, davanti ai loro occhi c’è solo un tibetano sconosciuto che li fotografa.

pubblicità

Anquan contro anquan, sicurezza contro sicurezza, il cortocircuito mi dà una frustata di piacere. Lui distoglie gli occhi e se ne va a testa bassa.
Una decina di giorni dopo questo viaggio, giunge notizia che il 19 luglio le autorità del Sichuan hanno cominciato una nuova campagna di demolizioni nel centro lamaista di Yarchen Gar, che fa seguito alla rimozione forzata di oltre settemila residenti tra i monaci di Palyul. Entrambe le località sono nella prefettura di Garze e più precisamente lungo il primo itinerario che avevamo in mente, quello dove l’altitudine ci avrebbe fatto male.

Si radono al suolo le abitazioni dei monaci, spesso si spediscono i loro occupanti a “rieducarsi”. Sorge spontaneo il pensiero che l’affanno securitario suscitato da un misero giornalista e dalla sua compagna in vacanza – l’antieconomica precettazione di ben tre funzionari affinché tutelassero la loro “sicurezza” – abbia qualche collegamento con questi eventi. Ma forse no. È semplicemente xin changtai – la “nuova normalità” – della Cina, nel settimo anno dell’era Xi.

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

Dall’altra parte del mare, cosa spinge i tunisini a partire
Annalisa Camilli
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.