10 gennaio 2022 11:48

La pandemia, le politiche di “azzeramento progressivo” dei casi e la chiusura delle frontiere stanno offrendo alla Cina l’occasione per fare i conti con problemi irrisolti da decenni. Non che Pechino stia approfittando del covid per chiudersi, anzi, prima o poi dovrà fare i conti con l’interruzione della catena dei rifornimenti che danneggia le sue esportazioni. Ma, dato che le circostanze lo impongono, cerca comunque di non sprecare tempo. Il processo è in corso e probabilmente ha l’obiettivo di raccogliere nuova massa critica per il prossimo “balzo in avanti”, se e quando i confini riapriranno, se e quando le circostanze lo permetteranno.

Quella che gli stessi mezzi d’informazione cinesi in inglese traducono come zero-covid policy (politica zero covid), che spesso sintetizziamo come “tolleranza zero” verso il covid, in realtà ha una sfumatura linguistica più mobile. In cinese si dice dongtai qingling e potremmo tradurlo come “azzeramento dinamico”, “tendenza a zero”, “azzeramento progressivo” (dongtai rappresenta uno stato in movimento, un processo; qingling si usa anche quando si formatta, cioè si “azzera”, la memoria di un computer). Liang Wannian, il capo del team di esperti messo in piedi dal governo cinese per combattere l’epidemia, ha chiarito di recente questo concetto, sottolineando la differenza con quello statico di “zero casi”. “Non sono la stessa cosa”, ha detto Liang, “non siamo ancora in grado di prevenire un singolo caso, ma abbiamo la capacità e la fiducia per sradicare rapidamente l’epidemia quando ne emerge uno”.

Nel frattempo la città di Xian – 13 milioni di abitanti – è in un lockdown che ricorda quello a cui fu sottoposta Wuhan nel 2020. Insomma, l’epidemia c’è e finché non cambieranno le circostanze non si può ipotizzare l’azzeramento. Però verso quell’obiettivo bisogna tendere sempre, bisogna mobilitarsi, per evitare guai peggiori e tenendo presente le cosiddette “caratteristiche cinesi”.

Abitudini rischiose
Pan Yiqiong è un’imprenditrice di Wuhan che vive a Pechino. Nel gennaio del 2020 era tornata nella città d’origine per il capodanno e lì era rimasta intrappolata fino a marzo, quando aveva potuto rientrare nella capitale per farsi un’altra quarantena tra le mura domestiche. Pan ha vissuto sulla sua pelle la pandemia fin dagli inizi. “Le misure suggerite da Zhong Nanshan (il più famoso epidemiologo cinese, quello che detta la linea) si basano sulle caratteristiche specifiche della Cina”, mi dice oggi. “Prima di tutto, la densità di popolazione è troppo alta e le persone vivono in ambienti troppo affollati. Una volta che l’epidemia arriva, si diffonde molto rapidamente”. Inoltre “le risorse mediche sono concentrate in maniera eccessiva nelle città di primo livello, come Pechino, Shanghai e Guangzhou”, aggiunge. “Quando l’epidemia si diffonde alle città di livello inferiore, le risorse mediche di base, molto semplicemente, non sono sufficienti. Quando a Wuhan scoppiò l’epidemia, non ci fu un errore di valutazione, ma le poche risorse furono usate per i pazienti con patologie respiratorie e molti altri malati morirono proprio in quella fase non solo per il coronavirus, ma per complicazioni varie che non si potevano curare”.

Infine, dice Pan, “le abitudini dei cinesi sono diverse da quelle degli europei e degli statunitensi. Siamo animali sociali e a tavola c’è contatto tra i piatti e tra le persone”, riferendosi, per esempio, all’abitudine di usare le proprie bacchette per prendere il cibo da un piatto comune, facilitando la diffusione dei virus.

Il punto sui vaccini
La Cina, che tiene in piedi la mobilitazione per l’azzeramento tendenziale e che fa selezione all’ingresso nel paese con la “gestione a circuito chiuso del covid-19”, non sembra però perdere di vista le questioni da sbrigare nel medio-lungo periodo. E lo fa sfruttando le circostanze. A partire proprio dal settore medico-sanitario.

I due principali vaccini cinesi, quelli inoculati a più di un miliardo di cittadini in Cina e a centinaia di milioni di persone soprattutto nei paesi più poveri, non sarebbero sufficienti a scongiurare la diffusione della variante omicron. Lo dicono due studi pubblicati all’inizio di dicembre, uno svedese relativo al vaccino Sinopharm (poi confermato dall’università Jiao Tong di Shanghai e dall’Istituto di malattie respiratorie) e uno di Hong Kong relativo al Sinovac, il più diffuso al mondo. L’azienda produttrice del Sinovac ha risposto immediatamente che una terza dose del suo vaccino genera abbastanza anticorpi per attenuare gli effetti della nuova variante, ma su questo i pareri divergono. Nessun vaccino impedisce alla nuova variante di diffondersi, ma le notizie sui due vaccini cinesi sono emerse proprio mentre il primo caso di omicron compariva in Cina (una donna polacca che si trovava già in quarantena a Tianjin). Questo lascia intendere che le misure di azzeramento progressivo proseguiranno ancora a lungo.

C’è però un’altra faccia della medaglia: a oggi, la Cina produce sei dei 24 vaccini già approvati in almeno un paese (ma spesso l’unico paese in cui sono approvati è la Cina stessa) mentre 12 sono nella fase dei test clinici. Tra questi, ci sono due vaccini a rna e uno, quello della Walvax di Kunming, è già nella fase 3 dei test (abbiamo chiesto all’azienda la possibilità di visitare il suo quartier generale e di intervistare i suoi specialisti, ma ci è stato risposto con gentilezza che non è possibile, sia per policy interna sia per volontà politica del governo di contea). Una funzionaria di un paese europeo che lavora in ambito scientifico a Pechino e che preferisce l’anonimato dice che la Cina sembrerebbe ancora indietro sulla tecnologia dei vaccini, ma sta dispiegando tutte le sue forze (economie di scala, grandi numeri, investimenti, diffusione gratuita del vaccino nei paesi in via di sviluppo e progressivi miglioramenti scientifico-tecnologici) non solo per raggiungere il livello dei paesi occidentali, ma per competere con loro a livello internazionale. E in più sta puntando molto anche sulla medicina tradizionale cinese per le cure accessorie.

Hefei, provincia di Anhui, Cina, 31 dicembre 2021. Studenti delle elementari scrivono la parola fortuna per dare il benvenuto al nuovo anno. (Ge Yinian, Costfoto/Future Publishing/Getty Images)

Tra le strategie per far crescere non solo il settore dei vaccini, ma tutto il comparto scientifico-tecnologico, c’è anche l’ingresso agevolato per i talenti stranieri, cioè l’aspetto virtuoso del filtro all’ingresso. In un discorso tenuto a settembre e pubblicato il 16 dicembre su Qiushi, la rivista teorica del Partito comunista, Xi Jinping ha detto che la Cina “darà fondo a tutte le risorse” per reclutare professionisti intelligenti e innovativi da tutto il mondo, soprattutto in ambito tecnologico. Il presidentissimo ha aggiunto che l’età compresa tra i 25 e 45 anni è quella più creativa, ma molto spesso i giovani ricercatori stranieri sono costretti a sprecare energie per intercettare borse di studio e sovvenzioni, per trovare alloggi e scuole adeguate ai figli. La Cina è disposta a offrirgli pacchetti più che interessanti. È la tecnica del rubinetto che si apre e si chiude: attirare i meritevoli, lasciar fuori gli altri.

Vizi da correggere
Un altro esempio di come Pechino apra e chiuda i rubinetti a piacere è arrivato all’inizio di dicembre dalla banca centrale cinese, che ha deciso di ridurre il coefficiente di riserva obbligatoria delle banche (cioè la quantità di denaro che devono mantenere nei loro forzieri) rendendo disponibile liquidità a lungo termine per 1.200 miliardi di yuan (circa 190 miliardi di dollari). Il 20 dicembre sono stati anche abbassati i tassi d’interesse. Sono tutte misure inequivocabilmente a sostegno della crescita economica, che sta rallentando. Il punto è che per il 2022 Pechino ha messo al primo posto la stabilità, e dal punto di vista economico questo significa una crescita intorno al 5 per cento per il 2022.

Nei primi due trimestri del 2021 la crescita cinese è stata impressionante (18,3 e 7,9 per cento), il che era dovuto in gran parte alla differenza rispetto allo stesso periodo del 2020, segnato dal covid, ma nel terzo trimestre è scesa al 4,9 anno su anno e si prevede che nel quarto sarà analoga se non inferiore (le previsioni più pessimistiche parlano di 3,5 per cento). Solo grazie al boom dei primi sei mesi sarà raggiunto l’obiettivo di crescita intorno al 6 per cento stabilito all’inizio dell’anno, ma il trend è negativo e dipende da molti fattori: i blackout energetici che hanno danneggiato la produzione industriale, il rallentamento del settore immobiliare, gli elevati costi di spedizione delle merci e il rallentamento della catena di rifornimenti globale per via del covid, l’aumento dei prezzi delle materie prime che hanno strangolato la piccola industria.

Il bello è che alcuni di questi problemi sono stati provocati dalle scelte politiche della Cina stessa, cioè proprio da tutte quelle misure finalizzate a “rassettare la stanza” mentre le porte erano chiuse: il controllo delle emissioni, che ha provocato la crisi energetica; le regole anti indebitamento imposte alle aziende immobiliari, che hanno depresso il settore del mattone; e il giro di vite sulle aziende tecnologiche. Sembra che Pechino stia sperimentando dei correttivi ai vizi di lungo periodo della sua economia, cercando poi di porre rimedio con politiche monetarie di allentamento quando i rischi aumentano. Per questo molti pensano che anche nel corso del 2022 assisteremo a questa continua apertura-chiusura dei rubinetti.

Contro le ripetizioni private
Un altro settore in cui la Cina sta facendo un po’ di ordine è quello dell’insegnamento. L’estate scorsa era stato vietato a qualsiasi ente privato di offrire lezioni di recupero su materie che fanno parte del curriculum scolastico. Stop al doposcuola per profitto. A un mercato da circa 120 miliardi di dollari è stato messo il cappio al collo, parecchie scuole private sono finite gambe all’aria e i mezzi d’informazione occidentali hanno parlato soprattutto del partito-stato che vuol riprendere il controllo di ciò che si insegna, per evitare che contenuti sensibili circolino tra le giovani menti in formazione. Ma l’esigenza di controllo, se presente, è del tutto marginale: le materie per cui le famiglie investono molto denaro in ripetizioni sono quelle che servono a trasformare i figli in perfetti bolidi da competizione quando si presenteranno al gaokao, l’esame d’accesso all’università: materie tecnico-scientifiche e lingue straniere, e non scienze umane, utili allo sviluppo del senso critico. Non c’è tempo, non serve, l’investimento dev’essere ottimizzato. Le stesse imprese di tutoring non hanno interesse a indugiare in insegnamenti “non essenziali”, sono in competizione tra loro, devono portare alle famiglie risultati concreti e misurabili nell’accesso della prole alle migliori università.

La vera ragione per cui l’industria dell’insegnamento privato è stata messa alla gogna è che ampliava il divario tra ricchi e poveri. Chi poteva permetterselo, andava avanti; gli altri, restavano indietro. Siamo nell’epoca della gongtong fuyu, “ricchezza condivisa”, bisogna invertire la tendenza e ridurre la forbice tra chi ha e chi non ha. Perché? Perché sul benessere, o meglio sulla promessa di benessere, si fonda la legittimità del partito. Il proliferare di doposcuola privati provocava inoltre un effetto domino tra le famiglie del ceto medio; in nome della più sfrenata competizione, il rampollo (di solito figlio unico) era sottoposto a un crescendo di lezioni private che lo privavano della sua infanzia e adolescenza.

Una direttiva emessa il 18 novembre dalla municipalità di Pechino, che probabilmente farà da modello al livello nazionale, ha reintrodotto le ripetizioni attraverso una piattaforma online. Saranno gratuite, tenute da insegnanti della scuola pubblica particolarmente bravi, che saranno retribuiti fino a 50mila yuan (circa settemila euro) al semestre a seconda delle prestazioni. Scrive il sito SupChina: “Il principio generale dell’iniziativa è anche in linea con la politica della ‘doppia riduzione’ (shuang jian zhengce), l’ampia revisione annunciata dalle autorità in estate per allentare la pressione accademica sugli studenti e ridurre il tutoring nel doposcuola. Per garantire che la piattaforma non tenga gli studenti svegli fino a tarda notte oppure occupi i loro fine settimana, il servizio è disponibile solo dalle 18 alle 21 nei giorni feriali, le sessioni individuali e le lezioni di gruppo sono limitate a 30 minuti”.

Accentramento? Sicuramente. Controllo? Forse. Tentativo egualitario? Non c’è dubbio. L’approccio è stato probabilmente un po’ rozzo, non si cambia un sistema orientato alla competizione sfrenata vietando semplicemente i doposcuola privati e questo comunque non impedirà ai ricchi di sottoporre i poveri figli a ulteriori lezioni private di inglese o matematica, magari travestite da scuola calcio o corso di pianoforte, oppure di assumere insegnanti sotto mentite spoglie di colf o babysitter, o ancora di spedirli a studiare all’estero quando i confini si riapriranno. Ma il messaggio intanto è stato lanciato: “Non è una bella cosa”. Questi esempi sono solo briciole in un paese dove si sta mettendo mano praticamente a tutto, ma rendono l’idea di come la Cina stia tentando l’ennesima metamorfosi al riparo da occhi indiscreti. Rimane un’ultima cosa da aggiungere.

Una sorta di continuità
Siamo di fronte a delle fratture? A una discontinuità rispetto alla storia degli ultimi quarant’anni? Sì, se si osserva quel che sta accadendo dal punto di vista dei nuovi ricchi, il prodotto dei vizi e delle virtù dello sviluppismo successivo a Deng Xiaoping, che sono stati legittimati dalla teoria delle tre rappresentanze di Jiang Zemin in quanto “forze produttive più avanzate” e che in questo momento devono riposizionarsi. Tuttavia, non sono pochi i cinesi che si sentono inseriti in una sorta di continuità.

Il tassista che mi riporta dal distretto collinare di Mentougou, a Pechino, al capolinea della metropolitana è leggermente brillo, meglio mettersi la cintura di sicurezza, se non fosse rotta e inutilizzabile. L’alcol lo rende loquace e tra le altre cose mi dice: “Voi in Europa avete uno stato di diritto più sviluppato del nostro”.

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Questa frase mi colpisce perché proprio in questi giorni stanno circolando in tutto il mondo le immagini provenienti da Jingxi, al confine con il Vietnam, in cui si vedono quattro uomini in tuta protettiva bianca sottoposti alla punizione della youjie shizhong (letteralmente “parata ed esposizione”), la sfilata dei reietti per le vie della città che ricorda i tempi della rivoluzione culturale e che era stata messa fuorilegge a due riprese, nel 1988 e poi nel 2007. Sono ritenuti colpevoli di traffico di esseri umani e immigrazione illegale attraverso il confine con il sudest asiatico. Una pratica su cui prima forse si chiudeva un occhio (e magari si intascava qualche mazzetta), in tempo di pandemia diventa imperdonabile.

È plausibile che le autorità locali abbiano voluto dare l’esempio con metodi “classici”, anche perché se scoppiasse un focolaio ci andrebbero sicuramente di mezzo loro. Ma nella Cina evoluta di oggi, la sfilata dei penitenti, che probabilmente voleva mostrare lo zelo dei funzionari e servire da monito, ha prodotto indignazione e imbarazzo sui mezzi d’informazione e sui social network. A dimostrazione che in Cina continuano a convivere primo, secondo e terzo mondo.

Le parole del tassista brillo non sono né l’accettazione della situazione così com’è – un rule of law (stato di diritto) con caratteristiche cinesi che di fatto è un rule by law (governo attraverso la legge) e talvolta, come a Jingxi, nessun governo – né la riduzione dell’esperienza cinese a una incorreggibile e tragica disfunzionalità, come vogliono le descrizioni della Cina che vanno per la maggiore in occidente. “Voi in Europa avete uno stato di diritto più sviluppato del nostro” va preso alla lettera: c’è una continuità sul cammino dello sviluppo. Rassettare la stanza mentre la porta è chiusa a causa delle circostanze fa parte di questo percorso.