Il 29 marzo 1988 compare sulla scrivania del ministro dell’interno, Amintore Fanfani, un appunto dattiloscritto del capo della polizia:

“Alle ore 19.45 del 20 corrente, con il volo WT/808 proveniente da Lagos, è giunto presso l’aeroporto di Fiumicino tale Jerry Essan Masllo (il nome compare scritto frequentemente in modi diversi, nda), cittadino sudafricano. Al predetto è stato inibito l’ingresso in territorio nazionale siccome sprovvisto di passaporto e di biglietto aereo di prosecuzione. Non è stato possibile reimbarcare lo straniero immediatamente sul coincidente volo di ritorno nel paese da cui aveva avuto origine il viaggio, essendo stato ritenuto dal comandante soggetto pericoloso per la sicurezza a bordo, perché in evidente stato di agitazione nervosa”¹.

L’arrivo in Italia di Masslo rappresenta una sorta di rebus per le autorità che lo prendono in custodia. Nell’Italia del 1988 il diritto d’asilo – pur riconosciuto e garantito dall’articolo 10 della costituzione – è sottoposto al vincolo della riserva geografica. A parte pochissime eccezioni, solo coloro che vengono dall’Europa dell’est sono considerati come rifugiati politici: per tutti gli altri si apre la strada del respingimento o di provvedimenti una tantum, generalmente tutelati dal coinvolgimento delle organizzazioni internazionali.

Il tentativo iniziale di reimbarcare Masslo verso la Nigeria fallisce per il rifiuto del comandante. Ma nel frattempo, già in aeroporto, si sparge la voce dell’arrivo di un esule dal Sudafrica e la prospettiva del rimpatrio comincia ad allontanarsi. Il Sudafrica è al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica internazionale: il regime razzista e di segregazione dell’apartheid solo poche settimane prima aveva ribadito le leggi eccezionali dello stato di emergenza e aveva decretato lo scioglimento di 17 associazioni per i diritti umani. Ormai da decenni gli omicidi, le stragi, l’apparato repressivo e l’intera struttura dello stato sudafricano sono conosciuti e stigmatizzati in tutto il mondo. Anche per questo il caso Masslo non passa inosservato.

A Fiumicino
Nello stesso appunto del 29 marzo è sempre il capo della polizia a raccontare ciò che accade a Fiumicino:

Durante la sosta in aeroporto, in attesa del volo utile, si sono interessati al suo caso la Sezione italiana dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) e Amnesty international. Mentre il primo organismo non ha ritenuto di poter offrire il proprio intervento perché lo stesso avrebbe dovuto richiedere asilo nei paesi liberi che aveva attraversato, Amnesty si è dichiarata disponibile a mantenerlo in territorio italiano fino al termine delle indagini ed alla definizione della pratica per un espatrio definitivo in altro stato².

Diventata impraticabile la strada del respingimento, le autorità italiane sembrano preoccuparsi solo della possibilità di una ripartenza verso il Canada e della necessità che un ente non statale si preoccupi del mantenimento di Masslo in Italia. La storia di repressione e di persecuzione che lui stesso racconta sembra passare in secondo piano:

Il predetto ha rappresentato di essere perseguitato in patria, perché aderente all’YMCA che fa capo all’arcivescovo anglicano Tutu. Ha sostenuto, inoltre, che durante i tumulti, avvenuti in data 2 corrente a Umtata, sono stati uccisi dalla polizia i genitori e un figlio di sette anni³.

Il giudizio del capo della polizia sulla permanenza di Masslo in Italia – di fronte alla disponibilità di Amnesty – è positivo, come pure quello del ministero degli esteri. Tra i funzionari prevale la necessità di liquidare rapidamente la faccenda. In un appunto redatto dal gabinetto del ministro dell’interno viene chiarita la ragione di questa fretta: “È necessario adottare immediatamente un provvedimento positivo al fine di evitare che del caso se ne occupi la stampa”⁴.

D’altronde le verifiche messe in campo da Amnesty confermano immediatamente la gravità e la veridicità delle violenze avvenute il 2 marzo a Umtata (oggi Mthatha), in Sudafrica: l’inchiesta ribadisce che quel giorno in città sono state uccise alcune persone. Masslo quindi può entrare in Italia, ma il suo ingresso mostra immediatamente i tratti di un passaggio “dalla porta di servizio”.

A Roma
Dopo settimane di detenzione nell’aeroporto di Fiumicino, Masslo è libero, ma rimane in un limbo giuridico. “Non era stato riconosciuto come rifugiato, ma ottenne solo un permesso temporaneo in attesa di emigrazione”, ricorda Daniela Pompei, responsabile immigrazione e integrazione della Comunità di sant’Egidio. Con quel tipo di documento non può essere assunto e lavorare in regola. Diventa quindi uno dei primi ospiti della Tenda di Abramo, il centro di accoglienza aperto a Trastevere dall’associazione per aiutare i migranti in transito. Ma la memoria dell’apartheid e il tema della schiavitù sono ferite ancora aperte.

C’è ancora chi ricorda la sua sorpresa a mensa, quando scopre di poter mangiare seduto accanto ai bianchi. Durante la detenzione, chiede una Bibbia in inglese, dove sottolinea un brano dell’Esodo: “Io sono il Signore! Vi sottrarrò ai lavori forzati degli Egiziani, vi libererò dalla schiavitù”.

Jerry Masslo partecipa al pranzo di Natale organizzato dalla Comunità di sant’Egidio, Roma, 1988. (Marco Pavani)

Già nella seconda metà degli anni ottanta molti richiedenti asilo somali, sudafricani, eritrei e sudanesi passano per Roma sperando in un visto per gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia. I tempi di attesa possono arrivare a due anni. Nel frattempo i migranti fanno corsi di lingua e informatica, e si arrangiano come possono.

“Talvolta gli capitava di fare qualche lavoretto sporadico come aiutante muratore presso qualche cantiere edile oppure scaricatore di merci al mercato ortofrutticolo”, ricorda Jean René Bilongo in una ricostruzione scritta per il Centro Fernandes.

In Campania
Quando arriva l’estate i migranti partono in massa per Villa Literno, in provincia di Caserta. Alla fine degli anni ottanta il mercato del pomodoro è un’economia in forte e disordinata espansione. Richiede un gran numero di braccia immediatamente disponibili, ma non offre alcuna garanzia ai lavoratori. Questa domanda attira persone senza documenti e in difficoltà economica. Le condizioni di vita sono estreme. “Era scoppiata una rissa con gli abitanti quando alcuni nordafricani, non avendo alcun posto per ripararsi, avevano occupato i loculi vuoti del cimitero locale”, scrive Bilongo.

A tanti fanno gola gli aiuti pubblici all’agricoltura. Nelle zone intorno a Villa Literno la produzione del pomodoro sostituisce le coltivazioni di pesca e barbabietola. Il nuovo mercato è “regolamentato dalla Cee e sostenuto dall’Aima, che pagherà fino a 250 lire per ogni chilogrammo di pomodoro raccolto”, ricorda Giulio Di Luzio nel libro A un passo dal sogno. “Nella piana di Villa Literno”, spiega l’allora segretario della Cgil Antonio Pizzinato, “tecniche modernissime di coltivazione vengono utilizzate da gente che vive in città senza fogne”. Il contesto dove vengono seminati e raccolti i pomodori è profondamente segnato dalla speculazione edilizia e dalla presenza delle organizzazioni criminali.

I lavoratori stranieri, a partire dallo stesso Masslo, moltiplicano l’impegno contro lo sfruttamento

Un insieme di interessi economici e violenza a cui si somma l’elemento del razzismo. Tuttavia, la zona non esprime solo degrado. Un insieme di associazioni cattoliche, sindacali e di migranti – come il coordinamento delle comunità africane – tiene vivo il territorio e comincia già nell’estate del 1989 a costruire la piattaforma che nell’ottobre dello stesso anno sarà adottata dalla storica manifestazione di Roma, a cui parteciperanno 200mila persone: sanatoria, interventi per l’integrazione, diritto d’asilo, regole certe per i permessi di soggiorno.

I lavoratori stranieri, a partire dallo stesso Masslo, proprio nell’estate del 1989 moltiplicano l’impegno contro lo sfruttamento, protestando contro le condizioni di ingaggio e il calo costante delle paghe giornaliere.

La morte
“Era impressionante Villa Literno, c’era questa rotonda dove i braccianti si radunavano per essere presi a giornata”. Nell’agosto del 1989 Daniela Pompei va a trovare Masslo e gli altri in Campania. “Vivevano in una casa di mattoni abbandonata, poco fuori dal paese. Jerry era una persona molto elegante, ricordo che la cosa che più lo infastidiva era la difficoltà di fare la doccia. Poi abbiamo parlato dei soldi guadagnati e della paura di tenerli sotto il materasso”.

Pompei non sa che quel giorno avrebbe visto Masslo per l’ultima volta. “Appena due giorni dopo ho saputo la notizia della sua morte dal telegiornale”, ricorda. “Mi è preso un colpo. Ero in vacanza vicino Roma, sono tornata in fretta e ho incontrato gli altri cinque suoi compagni”.

Il campo di braccianti immigrati dove è stato ucciso Jerry Masslo, Villa Literno, in provincia di Caserta, 1989. (Dino Fracchia, Buenavista)

Cos’era successo? La sera del 23 agosto 1989 quattro giovani si riuniscono nella piazzetta di Villa Literno. Sono pluripregiudicati cresciuti con lavori precari, rapine e reati di ogni tipo. Il più giovane ha un’idea per guadagnare soldi facili. Una rapina a qualcuno di quei seimila braccianti che raccolgono pomodori nelle campagne dei dintorni. È periodo di paga, sicuramente hanno i contanti a casa. La serata si conclude con risate e pacche sulle spalle.

Appena fa buio, i fratelli Caputo – chiamati Catenacciello e ‘o Puffo – si aggirano di fronte alle casette basse di via Gallinelle. Entrano con delle armi. Non si aspettano nessuna reazione. Gli africani provano a difendere i pochi soldi guadagnati. Caputo spara. I colpi di pistola trapassano il torace di Jerry Masslo. Mentre il sudafricano crolla sul lettino, i rapinatori prendono a fucilate gli altri rimasti in piedi, ferendoli alle gambe.

Ai funerali di stato c’è, tra gli altri, il vicepresidente del consiglio. Si celebra un rito cattolico con la presenza di un pastore battista, la fede di Masslo. Al termine, i suoi compagni portano a spalla la bara fino alla “rotonda degli schiavi” e officiano un breve rito islamico.

Il primo sciopero dei braccianti
Molti lavoratori come Masslo vanno via da Villa Literno all’indomani dell’omicidio. La paura e la rabbia si intrecciano con il fatto che il lavoro è meno perché la stagione di raccolta del pomodoro sta per finire. Tra loro chi resta comincia la discussione su cosa fare per dare una risposta all’omicidio e al contesto che lo ha favorito. Una strada che viene subito percorsa è quella giudiziaria: le testimonianze dei compagni di Masslo saranno decisive per risalire ai responsabili e per istruire il processo.

Ma serve un segnale forte al territorio e a tutto il paese, capace di alzare il velo di complicità e di ipocrisia che permette lo sfruttamento nelle campagne. I lavoratori e gli attivisti che li sostengono già all’indomani dell’omicidio cominciano a discutere la possibilità di uno sciopero, che blocchi almeno per una giornata il reclutamento dei caporali e la raccolta di mele e melanzane, ora che di pomodoro ne è rimasto poco. Lo sciopero scatta all’alba del 20 settembre 1989, dopo settimane di preparazione. I furgoni che si fermano come ogni giorno la mattina presto alla rotonda per reclutare lavoratori tornano indietro vuoti. Nessuno sale, nessuno si muove. L’adesione è totale: la raccolta è bloccata.

A un mese dalla morte di Masslo l’intera provincia di Caserta resta di sasso di fronte allo sciopero e al corteo, che si muove dalla rotonda in direzione del cimitero. Nella lettera aperta che viene volantinata ai passanti è palpabile l’attenzione a non voler dichiarare una guerra tra italiani e stranieri:

La nostra condizione di clandestini permette a datori di lavoro disonesti e alla criminalità organizzata di usarci per mettere in pericolo i diritti che voi lavoratori italiani avete saputo conquistare. Non siamo disposti a essere strumento per far arretrare i vostri diritti. Chiediamo di appoggiarci in questa lotta.

Manifestano in cinquecento: somali, tunisini, zairesi, sudanesi, ghaniani, angolani. Alcuni di loro sono studenti universitari venuti a lavorare durante la stagione estiva, altri sono fuggiti da regimi e da guerre, ma come Masslo non hanno potuto ottenere lo status di rifugiato, altri ancora non sono riusciti a mettersi in regola con la sanatoria varata nel 1986 dalla legge Foschi, o sono arrivati troppo tardi.

Come in occasione del funerale, le reazioni sono diverse. Sindacalisti, attivisti delle associazioni antirazziste e volontari della Caritas manifestano la loro solidarietà, ma sono tanti coloro che stigmatizzano e contestano l’iniziativa degli immigrati. E pensare che proprio a Villa Literno un bracciante italiano era stato ucciso dalla polizia pochi decenni prima, nel 1952. Si chiamava Luigi Noviello, aveva cinque figli e stava manifestando per i diritti dei contadini a favore di una gestione più giusta dell’assegnazione delle terre.

Una lunga scia di sangue che idealmente arriva fino a Soumaila Sacko, sindacalista dell’Unione sindacale di base, bracciante originario del Mali che viveva nella baraccopoli vicino a Rosarno, in Calabria, insieme ad altri lavoratori impegnati d’inverno nella raccolta delle arance. Il 2 giugno del 2018, mentre raccoglieva lamiere in una discarica abbandonata vicino a Vibo Valentia, è stato ucciso con quattro colpi di fucile alla testa.

Tra questi omicidi ci sono molti parallelismi. Le vittime sono braccianti in lotta per i diritti, uccise in modo violento e colpevolizzate dopo la morte, mentre sullo sfondo c’è sempre la difesa dell’innocenza italiana. Inoltre, già nel 1989 erano evidenti gli errori, i tic, i riflessi condizionati su immigrazione e caporalato. Oggi questi fenomeni sono vissuti come “emergenze”, ma in realtà si trascinano in modo simile da trent’anni.

Ma nel 1989 la reazione all’omicidio fu significativa. I funerali, lo sciopero, la manifestazione del 7 ottobre. L’Italia approvò nel 1990 una legge che riconosce l’asilo indipendentemente dalla provenienza geografica dei richiedenti. Senza i compagni di Jerry Masslo e la loro mobilitazione la storia di un diritto così importante sarebbe stata ancora più complicata.

¹ Archivio centrale dello stato, ministero dell’interno, gabinetto del ministro, fascicoli correnti 1986-1990, busta 828, fasc. profughi – affari generali, sottofasc. fascicoli nominativi, Jerry Essan Masslo, appunto del 29 marzo 1988.
² Ibidem.
³ Ibidem.
⁴Archivio centrale dello stato, ministero dell’interno, gabinetto del ministro, fascicoli correnti 1986-1990, busta 828, fasc. profughi – affari generali, sottofasc. fascicoli nominativi, Jerry Essan Masslo, appunto del 1 aprile 1988.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it