Durante le proteste a Soweto, nel 1976. (Keystone/Getty Images)

La rivolta di Soweto

16 giugno 2016 14:38

Soweto è una township alla periferia di Johannesburg, in Sudafrica. Costruita dopo la fine della seconda guerra mondiale, negli anni settanta ci vivevano segregati i neri e gli indiani, arrivati in città per lavorare nelle miniere d’oro. Il 16 giugno 1976 cominciò qui una protesta che divenne fondamentale nella lotta contro l’apartheid.

Un decreto governativo entrato in vigore nel 1975 obbligava tutte le scuole nere sudafricane a utilizzare come lingue per l’insegnamento l’inglese e afrikaans, una lingua germanica derivata principalmente dall’olandese. Per i neri, però, l’afrikaans era “la lingua degli oppressori”. In protesta per questa decisione governativa organizzarono una serie di scioperi e, il 16 giugno 1976, 20mila studenti provenienti da tutte le scuole nere di Johannesburg marciarono verso lo stadio. Durante la manifestazione intervenne la polizia e cominciarono le violenze.

Hector Pieterson, un bambino di 12 anni, morì durante gli scontri. La foto dello studente che lo porta in braccio fece il giro del mondo. Le violenze continuarono fino all’aprile del 1977. Una commissione d’inchiesta anni dopo accertò che morirono 575 persone, di cui 451 uccise dalla polizia. Altre fonti sostengono invece che il numero delle vittime sia stato molto più alto.

In seguito alle proteste del 16 giugno, il governo sudafricano decise che le scuole potevano usare la lingua di insegnamento che preferivano.

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