Guida pratica per viaggiatrici solitarie

15 agosto 2016 12:45

“Non voglio più morire di noia, di birra, di una pallottola vagante. Di infelicità. Me ne vado”. Sono le parole di Catherine Poulain, l’autrice di Le grand marin, un romanzo che racconta i suoi anni rudi vissuti a bordo di una nave in Alaska: mani spaccate dal sale, temperature polari, convivenza non sempre facile con i marinai.

Il libro è un bestseller in Francia, dove Poulain è stata paragonata a Herman Melville e Jack London (in Italia il romanzo sarà pubblicato a novembre da Neri Pozza). Se la letteratura è uno specchio più o meno deformante della realtà, allora conviene far caso che per la prima volta una storia di questo tipo – avventurosa, estrema, ma scritta da una donna – ha ricevuto in Europa tanto interesse di pubblico e critica.

Carisma naturale

Lo stesso era successo negli Stati Uniti qualche anno fa con Wild di Cheryl Strayed, la storia di una donna che percorre a piedi da sola più di quattromila chilometri nell’America selvaggia (mentre in Australia già a fine anni settanta aveva fatto un certo scalpore Tracks di Robyn Davidson). E in Italia? Nel paese dove sono morte quasi ottanta donne dall’inizio del 2016 nelle loro case, uccise dai loro mariti, e dove il pregiudizio sul “viaggiare sole” è ancora fortissimo, da qualche settimana il libro più venduto nella sezione viaggi su Amazon è Mondonauta. L’autrice, Darinka Montico, 37 anni, è nata a Baveno sul lago Maggiore: lo scorso maggio è partita per un giro del mondo in solitaria in bicicletta che la porterà a visitare cinque continenti nei prossimi cinque anni.

Dotata di un carisma naturale e una generosità di sorrisi, Darinka nella narrazione che fa di sé non si pone come la grande viaggiatrice esperta – nonostante viaggi da quando aveva 19 anni – ma come una ragazza normale, la every-woman che si mette ogni volta alla prova, una Forrest Gump con lo zaino in spalla.

Alle partenze radicali hanno contribuito la crisi di valori e lo spaesamento ideologico

Come molte altre viaggiatrici, anche Darinka è partita per la sua prima avventura “estrema” – nel 2014 ha attraversato l’Italia a piedi da sola e senza soldi – dopo un incidente finito bene. Sarà un caso, ma ho letto e ascoltato varie storie di donne che, dopo un evento traumatico, un lutto, un abbandono, un incidente grave, hanno deciso di cambiare la propria vita.

Elena Sacco lo racconta bene nel suo Siamo liberi, Mirna Fornasier ne scrive Nel silenzio dell’aquila e anche Marianna De Micheli racconta come abbia cominciato a fantasticare sulla possibilità di vivere in barca dopo aver vissuto in prima persona lo tsunami del 2004 in Thailandia.

Senza dubbio alle partenze radicali ha contribuito anche la generale crisi di valori e lo spaesamento ideologico di questi tempi, con il suo effetto annichilente sulle nuove generazioni. “Da un lato ci sentiamo stretti nella società che abitiamo, piena di contraddizioni e regole soffocanti; mentre dall’altro abbiamo approfittato di una estrema mobilità e flessibilità. Quando ho deciso di partire, l’ho fatto dopo un periodo di stasi che mi stava completamente schiacciando verso il basso”, commenta Manuela Antonucci, 33 anni, viaggiatrice e blogger.

Per le generazioni più adulte anche la crisi economica è stata l’elemento decisivo: magari la perdita del lavoro o del posto fisso o un calo di stipendio o di responsabilità hanno spinto molte donne a rivedere le loro priorità.

La storia di Marianna De Micheli mi ha molto appassionato ed è esemplare in questo senso. Quando l’attrice a 40 anni perde improvvisamente il lavoro, decide di vivere sulla barca di nove metri che si è comprata lavorando per quasi un decennio a Centovetrine. Di lì a breve si trova a compiere un’impresa che non avrebbe mai nemmeno sognato di fare qualche anno prima quando, già a più di 30 anni, s’era iscritta a un corso di vela all’isola d’Elba.

Quasi per gioco coglie la sfida lanciata da un amico e si avventura: parte dalla Spezia e compie il viaggio intorno alla penisola a bordo della sua barca arrivando a Trieste. Da sola. Anzi no, con un gatto. La sua avventura – nulla di eroico o sovrumano, solo molta dedizione, autoironia, voglia di provarci e grande umiltà – è raccontata in Centoboline. Il diario di bordo di un’attrice passata dal set alla navigazione in solitaria (con gatto). L’effetto positivo e contagioso che hanno libri come Centoboline o Mondonauta per me si riassume più o meno così: “Se c’è riuscita lei ci riesco anche io”. Immagino sia un effetto abbastanza universale.

Ma non avevi paura?

Secondo il Visa global travel intentions study viaggiatori e viaggiatrici in solitario sono aumentati di quasi il 10 per cento. Secondo i dati raccolti da TripAdvisor tra i solitari le donne sono il 53 per cento e nella penisola la cifra scende al 23 per cento. È innegabile tuttavia che perfino in Italia il numero delle viaggiatrici solitarie sia in costante crescita. “Nei miei ormai quasi dodici mesi di viaggio in oriente”, mi racconta la travel blogger Francesca Naglieri, “ho incontrato più donne che uomini. E gli uomini sono spesso in coppia”.

In tutti i casi, che cosa spinge una donna a partire da sola e mettersi a fare qualcosa che “tradizionalmente” farebbe un uomo? Deve superare solo ostacoli fisici? O anche sociali o mentali? Si può fare a qualsiasi età? Ci sono delle regole? Dei consigli utili? Ho provato a chiederlo ad alcune donne che si sono “buttate”. La prima domanda è quella che tutti ci vergogniamo di fare: “Ma non avevi paura?”. Con delle varianti: “Dormire di notte da sola nel deserto non ti terrorizzava?”, “La foresta di notte non è piena di animali feroci?”. “Non ti sentivi sopraffatta dalla solitudine a stare dall’altra parte del mondo in una cultura che non è la tua?”.

“La cosa che mi spaventa sempre di più è proprio la partenza!”, confessa Darinka Montico. “Mi ricordo un’insegna stupenda che trovai su un ufficio di traduzioni in Cina, diceva: ‘Nothing in life is to be feared, it is only to be understood’, nella vita niente deve farci paura, va solo capito. Abbiamo sempre paura di quello che non conosciamo, che non capiamo. Prima di partire l’idea di quel salto ci affascina ma allo stesso tempo ci fa tremare le gambe. E più i giorni passano più le scuse per non saltare aumenteranno, fino a quando la nostra paura sarà talmente razionalizzata che inizieremo a pensare che chi abbia saltato sia un pazzo”.

La risposta che mi hanno dato tutte, è che certo, hanno avuto paura eccome e proprio mettendosi alla prova hanno superato i timori iniziali. Non solo, è proprio avendo paura che si scatena la creatività. Come dice Elizabeth Gilbert, l’autrice di Mangia, prega, ama, non dobbiamo cercare di liberarci della paura, ma farle spazio, molto spazio, perché la paura è “una gemella siamese” della creatività.

Non è detto che a impresa straordinaria corrisponda un romanzo straordinario

Sono certa che Catherine Poulain, l’autrice di Le grand marin, deve averne avuta molta, di paura, vista l’austera potenza del suo romanzo (e anche la bellezza segnata del suo viso pieno di rughe, dove sembra essere impressa tutta la fatica fatta su quel peschereccio in Alaska).

La questione tuttavia è aperta: non è detto che a impresa straordinaria corrisponda un romanzo straordinario. Isabelle Autissier, la più grande navigatrice francese di tutti i tempi, una che ha compiuto imprese eccezionali, l’anno scorso ha pubblicato un romanzo, una storia drammatica di due naufraghi, dove le sue esperienze “al limite” giocano un ruolo importante. Ma il libro è lungi dall’essere avvincente o bello.

Le differenze esistono

In Italia, scrittrici che si siano messe alla prova con l’aspetto estremo del viaggio sono davvero pochissime. Flavia Piccinni, Valeria Viganò, Francesca Marciano, Marta Perosino hanno scritto romanzi e memoir, anche molto belli sul tema del viaggio, ma si parla pur sempre di “avventure” ambientate all’interno di alberghi, ristoranti o altre comodità occidentali.

La giornalista statunitense Bernadette Murphy si è di recente lamentata su LitHub del fatto che nella narrazione del road-tripping al femminile ci sia sempre un riferimento a un rischio o perfino una tragedia (pensate a Thelma e Louise!); mentre nel caso di quella maschile ci si concentra su una quest, una ricerca di conoscenza e crescita. Ma chi ha detto, si chiede l’autrice del pezzo, che partire all’avventura sia davvero più pericoloso per una donna che per un uomo? Murphy cita alcuni libri (tutti statunitensi), a suo parere interessanti, proprio perché privi di quella retorica del pericolo che molte narrazioni contengono (curioso notare che i libri da lei citati siano tutti fuori commercio o mai tradotti nel nostro paese, a parte Wild di Cheryl Strayed).

Non sono d’accordo con Murphy. O non del tutto. Intanto ci sono tantissime viaggiatrici non statunitensi che hanno fatto la storia della letteratura di viaggio che lei nemmeno menziona. Robyn Davidson, Alexandra David-Neél, Renée Hamon, la stessa Karen Blixen. Ma anche Freya Stark, Isabelle Eberhardt, Anne Marie Schwarzenbach, Beryl Markham, Isabella Bird, Theresa Wallach, Gertrude Bell (protagonista di recente del film di Werner Herzog La regina del deserto) per citare le più famose. Certo se guardiamo le proporzioni le donne sono sempre poche: per Salon tra i dieci migliori libri di viaggio nessuno è scritto da una donna. Su Wordhum su cento libri di viaggio, solo 13 sono firmati da donne. Sul Telegraph tra i migliori 20 solo uno è di una donna.

E poi non sono d’accordo con la giornalista americana perché penso che le donne viaggino effettivamente in maniera diversa rispetto agli uomini: sono mediamente più curiose, più pronte ad assorbire totalmente le altre culture, ad aiutare il prossimo, più in ascolto di quanto non siano gli uomini, ma sono anche più vulnerabili. Se sei donna, un pericolo in più c’è ed è bene tenerlo presente, e non per questo bisogna rinunciare a viaggiare sole.

Marzia D’Ascenzo, da 700 giorni in viaggio per il mondo e autrice del blog Senza meta, ha viaggiato in condizioni durissime, ha rischiato di morire in India e ora è in Sri Lanka come volontaria in una casa-famiglia: “Sono partita con molti pregiudizi che sono crollati con il tempo, ma l’idea di una violenza sessuale non mi abbandona. Ci sono paesi in cui non è dato uscire dopo l’ora di cena, altri in cui devi controllare la possibilità di saltare dalla finestra o chiudere la porta dall’interno della stanza in cui dormirai. Io ho avuto paura poche volte, anche se ho viaggiato su bus e treni notturni, dormito in stazioni e in aeroporti. Una volta però mi sono trovata i gestori della guest house in camera convinti di poter pretendere una prestazione sessuale e, più di una volta, ho dormito con un coltellino sotto il cuscino”.

Un’arma a doppio taglio

“Onestamente”, dice ancora Darinka Montico, “vedo due lati della medaglia. Spesso mi sono sentita dire ‘be’ facile per te farti ospitare!’, alludendo al fatto che fossi una donna e non brutta. Ed è vero… nel senso che una donna passa spesso per indifesa e inoffensiva, quindi chiunque mi aprisse le proprie porte non si sentiva minacciato, facilitandomi l’impresa di trovare tetti sotto ai quali dormire. Ma l’aspetto fisico è un’arma a doppio taglio, quando magari con un sorriso e gli occhi dolci è più facile che ti venga offerta una birra, un panino o un passaggio, è anche più probabile che si venga fraintese e ci si ritrovi a combattere con i tentacoli di chi ci troviamo di fronte”.

I rischi per definizione sono sempre quelli più inaspettati. Claudia Moreschi, autrice di Clamore in Asia e di un blog, ha viaggiato per tutto il sudest asiatico e racconta che ciò che l’ha spaventata di più “sono stati certi incontri poco felici con alcuni cani randagi”, mentre non ha mai avuto “situazioni di paura con esseri umani”. Però a tutto c’è una soluzione: Claudia per esempio ha frequentato un corso di arti marziali o tiene uno spray al peperoncino a portata di mano. Oppure si possono prendere vari accorgimenti, anche molto semplici, come munirsi di una frusta per spaventare i cani (e non per picchiarli!), come suggerisce Darinka Montico nel suo seguitissimo blog in questo post.

Per il resto, i rischi e gli impedimenti sono gli stessi per uomini e donne. Francesca Naglieri è certa che “una donna abbia le stesse potenzialità di un uomo, o forse qualcosa in più: la determinazione. Sì, perché se una donna decide di portare a termine qualcosa, non ci sono problemi, solo ostacoli superabili”. Speriamo che ormai siano noto a tutti che la costanza delle donne nell’apprendere, il loro senso pratico, perfino la forza fisica non sono affatto da meno.

Inspiegabile senso di inferiorità

Mirna Fornasier, 40 anni, di Belluno, appassionata di trekking, un giorno ha deciso di attraversare da sola a piedi il Padjelantaleden, oltre il circolo polare artico, nella più sperduta Lapponia svedese e lo ha raccontato in un piccolo e delicato libro autobiografico: “Noi donne spesso ci autocensuriamo e, soprattutto quando siamo madri, mettiamo da parte i nostri desideri per amore della nostra famiglia”, spiega. “In più, a questa vocazione naturale verso gli altri, si aggiunge un background culturale che passa alle donne il messaggio di non essere in grado di fare certe cose da sole. Ci sono donne straordinarie che trascorrono la loro vita con un inspiegabile senso di inferiorità”.

Senza il superfluo, concentrandosi sull’essenziale, si apprezza tutta la bellezza del viaggiare

Di cliché fastidiosi da smontare ce sono infiniti, ma è vero che fuori della zona di comfort i cliché sembrano svanire: “Per fortuna”, mi spiega ancora la blogger Manuela Antonucci, “quando si decide di partire davvero, la questione di genere diventa un ricordo lontano. Ho incontrato moltissime donne nel mio viaggio e nessuna di loro mi ha raccontato di situazioni di pericolo. Al contrario, le donne erano le più intraprendenti, sicure di sé, perfettamente a loro agio nei loro indumenti sgualciti da viaggiatrice a tempo pieno, nei loro scarponi pieni di sabbia e fango. Inoltre, non mi è mai capitato di avere, con gli uomini che hanno incrociato la mia strada, una conversazione che accennasse al tema. C’è sempre stato un rapporto di intensità e parità che a volte è più difficile vivere nella vita di tutti i giorni”.

Carla Perrotti ed Elena Dak, entrambe documentariste e viaggiatrici, hanno raccontato i loro spostamenti in luoghi sperduti. Perrotti, la “regina dei deserti” italiana, ha percorso in solitaria a piedi sette deserti, uno per continente, tra cui il Taklamakan, chiuso tra le montagne himalaiane: 24 giorni in solitudine assoluta (l’esperienza, davvero estrema, è narrata in Silenzi di sabbia); mentre Elena Dak ha attraversato l’Africa nera in compagnia dei tuareg e degli ororo e scritto due libri magnifici La carovana del sale e Io cammino con i nomadi.

Ma perché una donna dovrebbe andare in giro “con indumenti sgualciti e scarponi luridi”? Perché una signora come Carla Perrotti ha attraversato da sola il deserto massacrandosi di fatica? O perché Elena Dak ha camminato quasi un mese a piedi con una tribù di nomadi?

“Nonostante la fatica, il piede massacrato, la schiena a pezzi, mi sento bene”, scrive Carla Perrotti in Silenzi di sabbia. “È un benessere interiore, quello che tutti noi cerchiamo nel quotidiano. Per questo amo il deserto, perché sa donarmi momenti unici, dal valore inestimabili, che valgono ogni attimo di fatica e sacrificio”.

“Se il mio è un sentire comune”, scrive Elena Dak, “muoversi per il pascolo asseconda anche l’esigenza fisica e mentale di cambiare orizzonte e togliersi di dosso il torpore della stasi”. Come recita un proverbio dei bororo, la popolazione nomade dell’Africa nera con cui Elena Dak ha camminato per un mese, “chi non sopporta il fumo non potrà mai godere del fuoco”. Perché è solo scarnificando un po’ le nostre abitudini, eliminando il superfluo, concentrandosi sull’essenziale che si riesce ad apprezzare di più la bellezza del viaggiare.

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