Cent’anni a nordest

Un racconto-inchiesta di Wu Ming 1 in tre puntate

Fantasmi asburgici

16 marzo 2015 12:30

I mostri di oggi e la guera granda

Prima puntata di un racconto-inchiesta in tre parti

Un uomo magro, atletico, in maglietta grigia. Capelli corti brizzolati, occhiali dalla montatura nera. Sta in piedi su un crinale. Sotto di lui, lungo un declivio erboso, si stende un cimitero che sta per andare in fiamme. The burning cemetery.

È il 7 agosto 2013 e il sole tramonta su Bocchetta Paù, insellatura nelle Prealpi Vicentine, 1.286 metri sul livello del mare.

Siamo sull’orlo meridionale dell’altopiano di Asiago, o meglio, “dei Sette comuni”. Per tutta la durata della grande guerra, l’altopiano fu prima linea. Quarantuno lunghissimi mesi, quarantuno cimiteri di guerra censiti qui in zona, più di cinquantamila soldati sepolti, ma quello che vediamo è un altro cimitero, il quarantaduesimo, mai censito da nessuno perché non censibile: è apparso qui solo oggi. Le croci bianche sono centoquattro, di compensato. Presto, bruciando, illumineranno la sera.

L’uomo in maglietta grigia è Alberto Peruffo, scrittore, alpinista e performer. Lo circondano amici, fotografi, volontari di Pax Christi. Di fronte, laggiù nella piana, una base militare americana. È la famigerata Nuova Base Dal Molin-Del Din. Contro la sua costruzione, i cittadini di Vicenza han protestato per anni.

Alberto ha organizzato questa performance, un “rito laico di purificazione”, per mettere la politica locale e nazionale di fronte alla sua ignavia, perché queste zone la guerra la conoscono, tra il 1915 e il 1918 subirono l’indescrivibile, e più tardi subirono l’occupazione tedesca.

Guerre di ieri, di oggi e di domani.

Sul prato, un volantino mosso da refoli d’aria:

Il degrado morale di una terra si vede dall’arsura spirituale delle sue genti.
Brucia la memoria sopra la pianura vicentina.
Assetati di pace in territori artificiali di guerra.
L’Italia, ancora una volta, dimentica se stessa.
Remota è l’origine di questa sua dimenticanza.
Un paese che non riconosce gli errori del passato e gioca a dadi con il diritto
ripudia il destino dei suoi uomini migliori.
E di giovani senza nome.

Più tardi, Alberto si aggira tra le croci annerite, nel blu della sera le svelle una a una, e in ciascun buco pianta una margherita. Domattina presto, i viandanti troveranno un prato con centoquattro fiori.

Campioni delle ceneri del camposanto saranno inviati per posta all’ex sindaco di Vicenza Enrico Hullweck, all’attuale sindaco Achille Variati, alla base americana Caserma Carlo Ederle e alla Nuova Base Dal Molin-Del Din.

Nordest.

Queste sono le zone della grande guerra come la vissero gli italiani. La guera granda, nelle parlate venete. Qui c’era il fronte, qui ebbero luogo le grandi mattanze, la ritirata dopo Caporetto, il profugato di massa (oltre seicentomila i civili sfollati) e, infine, la controffensiva. Qui troviamo tutti i luoghi simbolo e i nomi che campeggiano sulle targhe di vie e piazze d’Italia.

C’è il monte Grappa, contro cui nel 1918 “s’infranse il nemico / che all’Italia tendeva lo sguardo. / Non si passa un cotal baluardo / affidato ad italici cuor”.

C’è Vittorio Veneto, nome dell’ultima grande battaglia, della sconfitta austriaca, della riscossa nazionale.

C’è il Piave che fu visto “rigonfiar le sponde, / e come i fanti combatteron l’onde. / Rosso di sangue del nemico altero, / il Piave comandò: ‘Indietro va’, straniero!’”.

Come ha ricordato Paolo Rumiz, prima della guerra si diceva “la Piave”, ma il fiume dell’eroismo nazionale non poteva essere femminuccia. Oggi è maschio e inquinatissimo e scorre in un alveo molto più stretto di allora, tra argini erosi dalle escavazioni di ghiaia… ma è più facile dar tutte le colpe alle nutrie e alle loro tane.

Il Veneto fu scoperto dal resto d’Italia proprio durante la guerra. Scrive lo storico Mario Isnenghi:

Nelle lettere dei soldati a casa […], nei taccuini e diari degli ufficiali si trovano nominati snodi ferroviari come Mestre e luoghi veneti che segnano la penetrazione in zona di guerra e l’avvicinamento alla linea del fuoco. Un’infinità di nomi qualunque, in attesa che le vicende del conflitto rendano protagonisti il Piave e il Grappa, sul finire, come lo furono Trento e Trieste sul cominciare.

Spostandoci più a nord e più a est troviamo l’altopiano del Carso, il fiume Isonzo, Gorizia la “maledetta” e, scendendo verso il mare, Trieste, la Trieste da tempo “redenta”, dove fu impiccato l’eroe “italianissimo” Guglielmo Oberdan, che in realtà si chiamava Wilhelm Oberdank. Nel settembre 1882 cercò di uccidere Franz Joseph, ma fu scoperto ben prima di attuare il piano, condannato a morte e giustiziato. Centinaia di vie e piazze d’Italia hanno il suo nome.

Di là dall’attuale confine con la Slovenia ecco l’alta valle dell’Isonzo, e Tolmino, e soprattutto Caporetto, o meglio Kobarid, il luogo della “rotta”, di quella disfatta che nel 1917 fece vacillare l’idea stessa di Italia. La rotta di Caporetto è un fantasma che ancora ossessiona l’immaginario nazionale, nascosto in un banale modo di dire.

“Com’è andato l’esame di storia?”.

“Una Caporetto”.

“E la partita di calcetto?”.

“Una Caporetto pure quella”.

Quanti uomini sono morti, in queste zone, poco meno di cent’anni fa?

Quasi mezzo milione. Dalle immediate retrovie nella piana veneta fino a Kobarid (e oltre) è un’inimmaginabile distesa di cimiteri di guerra, sacrari, ossari, mausolei, monumenti.

E trincee, oggi restaurate per il centenario, per portarci i turisti e le scolaresche.

Spostiamoci fino all’altro cantone di nordest, fino a Trento, anch’essa “redenta”, la Trento dell’eroe italianissimo Cesare Battisti.

Trento, che è lontanissima e diversissima da Trieste ma molti italiani credono siano vicine, per via di quel binomio allitterativo: “Trento e Trieste”. Il poeta Umberto Saba lo descrisse come le “diastole e sistole” del battito cardiaco, ma tra diastole e sistole corrono trecento chilometri in linea d’aria. Linea d’aria che, se volessimo farla esistere sul terreno, dovremmo perforare parecchie montagne.

“Di dove sei?”.

“Di Trieste”.

“Davvero? Sai che io ho una cugina a Trento?”.

“…”.

Più a nord, ecco Bolzano, che non era “irredenta” né italiana, ma già che ci siamo prendiamocela. La Bolzano del monumento alla Vittoria che sbatte in faccia la conquista ai germanofoni e sembra trattarli da zotici:

Hinc ceteros excoluimus lingua legibus artibus.

Da qui educammo gli altri nella lingua, nelle leggi, nelle arti.

Negli ultimi anni, per lavoro e per affetti, ho girato il nordest in lungo e in largo: Veneto, Trentino, Alto Adige, Friuli e “Venezia Giulia” (spiegherò le virgolette tra poco).

“Nordest” è un’espressione tutta geografica, serve per l’orientamento minimo, ma non racconta nulla. Con tutte le loro differenze (e non sono poche), c’è molto ad accomunare queste terre, ma per capirlo la geografia non basta, occorre la storia.

“Siamo nella stessa lacrima”, dice una canzone che – caso raro – ha un sottotitolo: “Tramonti a Nord Est”.

Un tempo, per indicare queste zone nel loro complesso, si usava un’espressione coniata nell’ottocento, suggestiva ma italocentrica e per fortuna oggi desueta.

Si diceva: “Le Tre Venezie”.

Venezia Tridentina, corrispondente alle attuali province di Trento e Bolzano.

Venezia Euganea, corrispondente all’attuale regione Veneto più le attuali province di Udine e Pordenone.

Venezia Giulia, che andrebbe dai confini occidentali dell’attuale provincia di Gorizia fino alla Dalmazia, includendo Trieste, tutta l’Istria e il Quarnero.

L’espressione, basata sulla prevalenza di parlate venete nelle zone prese in esame, serviva a rimarcare la loro italianità. Eppure, in Dalmazia gli italofoni non superarono mai il 5 per cento della popolazione, e in Sud Tirolo, prima della grande guerra, superavano di poco il 6 per cento.

L’una dopo l’altra, come in una corsa a staffetta (la corsa dell’imperialismo italiano), queste terre sono state di frontiera, borderland tra mondi e culture. Per usare la terminologia della tettonica a placche, sono state “margini di zolla” tra Italia e impero austroungarico. Lungo la curva più orientale, il confronto aveva toni da crociata e da guerra razziale: l’Italia, la Civiltà Latina, la Romanità da un lato; un grande, indifferenziato “mondo slavo” dall’altro.

Nel 1866 il Regno d’Italia fu sconfitto nelle battaglie più importanti della terza guerra d’indipendenza (Lissa e Custoza), ma grazie all’intercessione di Napoleone III ottenne comunque Veneto e Friuli.

Non molti anni dopo, nel 1883, l’Italia stipulò un’alleanza con il nemico di ieri, l’Austria, e con la Germania. Gli “imperi centrali”, così erano chiamati. Per non urtare la sensibilità di chi ancora riteneva “incompiuto” il risorgimento, i precisi termini della Triplice alleanza rimasero segreti.

Da allora, regnanti e governanti italiani si disinteressarono alle terre “irredente”. “Trento e Trieste” erano parte dell’Austria. Trieste era Mitteleuropa, il porto più importante dell’impero di Franz Joseph. Trento era parte del Tirolo, regione con capitale Innsbruck.

Poi cominciò una nuova fase, greve di appetiti sull’Adriatico orientale, e le promesse del memorandum di Londra convinsero l’Italia a capovolgere le alleanze.

Nel 1918, con la sconfitta degli imperi centrali, il Regno d’Italia spostò i suoi confini orientali molto più a nord e molto più a est, annettendo il Trentino, il Sud Tirolo (poi “Alto Adige”), il Friuli orientale, Gorizia, Trieste, parti di entroterra sloveno e tutta la penisola dell’Istria. Zone meticce e mistilingui, che da quel momento subirono decenni di “italianizzazione” forzata.

Dicevo: ho girato per queste borderland in lungo e in largo, e sentivo avvicinarsi il centenario, cominciavano le iniziative, e le chiacchiere, e le offerte turistiche:

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Il passato si confondeva con il presente. Il nordest si addentrava nel centenario con un misto di memorie rimosse, tensioni culturali, incertezze identitarie ed eredità inconfessate. Ho deciso di studiare, intervistare, mappare, scrivere.

La pianura veneta. Divorata dalla psoriasi del mattone e del cemento, sconquassata dopo il passaggio di quella che chiamavano la “locomotiva nordest”.

In meno di quarant’anni questa terra è passata dalla miseria di una società contadina – con la sua impronta fortemente cattolica, i suoi valori e le sue pudicizie, la sua frugale etica del lavoro – a un’affluenza arrembante, a una ricchezza perseguita con pochi freni. Il conto in banca è fuggito in avanti portandosi dietro un culto del lavoro autosacrificale e rapporti familistici perfetti per la piccola impresa. L’accelerazione è avvenuta senza aspettare la cultura, che è rimasta molto indietro. La società veneta non aveva anticorpi né adeguati contrappesi alla forsennata hybris imprenditoriale, affaristica, cementizia. Oggi vedi il tumulto di capannoni, altri capannoni, ancora capannoni, ipermercati, parcheggi, altri ipermercati, capannoni, outlet, asfalto, capannoni. Il Veneto è la seconda regione più cementificata d’Italia, e ancora si vuole costruire e asfaltare. I progetti hanno nomi altisonanti e grotteschi: Veneto City, Città della Moda, Polo Logistico di Giare.

È la parte di storia che conoscono più o meno tutti: gli anni in cui crescevano la Liga e poi la Lega, imperversavano gli slogan su “Roma ladrona” e faceva breccia la protesta contro il fisco vampiro, e poi gli anni della giunta Galan e quindi della giunta Zaia, punteggiati da scandali su corruzione e grandi opere e culminati nella storiaccia del Mose. Intanto la Lega governava anche a Roma con Berlusconi.

Oggi cosa c’è dentro quei capannoni, che ne è delle piccole imprese dove l’articolo 18 non valeva neanche prima del Jobs Act e il sindacato è sempre stato una presenza remota, una favola, roba da spaventarci i bambini? Sshhh. Se no te dormi riva a catàrte la cigielle!

Negli ultimi otto anni la crisi ha colpito con mazza e piccone. Il modello superlavorista veneto si è ritrovato a corto d’ossigeno: chiusure di fabbriche, licenziamenti, suicidi di imprenditori (meno raccontati quelli dei dipendenti) e, soprattutto, paura. Molta paura. Che diventa paranoia, sospetto sistematico per il “diverso”, xenofobia.

Se c’è una cosa che non manca, nel nordest, è la disponibilità a dar tutte le colpe agli “altri”, ovvero all’Altro. Ogni giorno si denunciano complotti orditi “là fuori”, fuori del piccolo mondo veneto. Xè colpa dei clandestini e de quei che i ghe verze le porte. È colpa di quelli che vogliono costruirsi le moschee, qui, in casa nostra! Fioriscono, in un vero tripudio, leggende per babbei su fantomatici soldi che i migranti riceverebbero dallo stato.

La Lega nord, accusata di essersi “omologata” e “romanizzata” negli anni di governo con Berlusconi, ha subìto scissioni e scavalcamenti. Molti sono tornati a parlare di secessione, di indipendenza, e a scrivere sui muri “VENETO STATO” (qualcuno aggiungeva sotto: “COMATOSO”).

Ha fatto notizia in tutta Europa il “plebiscito” telematico per l’indipendenza del Veneto, che si è svolto nel marzo 2014, ma pochi sanno com’è andata a finire.

Festeggiando il risultato in piazza dei Signori a Treviso, gli organizzatori, guidati dall’imprenditore ex leghista Gianluca Busato, dichiarano due milioni e mezzo di voti in una settimana. Urca!

Tre giorni dopo, la doccia fredda: stime del traffico verso il sito plebiscito.eu, fatte da tre diverse società di rilevazione, parlano di sole centomila visite. La notizia è riportata, non senza sarcasmo, dal Corriere del Veneto. Centomila visite non sarebbero comunque poche, anche se il nostro blog Giap ne fa sovente di più.

Ma non finisce qui: si scopre che il 10 per cento dei voti è arrivato da un unico indirizzo di Santiago del Cile. Forse gli organizzatori, leggendo in fretta, hanno capito “Sacile” e si son detti:

“Par stavolta seremo un ocio, in fondo xé qua vizìn, poco oltre el confin col Friuli!”.

Altri voti sono arrivati, a pacchetti, dalla Serbia, dalla Germania, dagli Stati Uniti.

Insomma, la consultazione è passata in burletta, ma in futuro potrebbe essercene un’altra e stavolta vera, istituzionale. Nel giugno 2014 il consiglio regionale ha approvato la legge 16, che consente di indire un referendum consultivo sull’indipendenza. L’iniziativa è della Lega, ed è significativo. Le tensioni interne al partito derivano anche da tentativi – spesso maldestri – di recuperare street credibility su quel versante.

Sarebbe un grave errore sminuire il neoindipendentismo veneto e i movimenti “cugini” nel resto del nordest (Front furlan, Movimento Trieste libera e altri). Siamo di fronte a un sintomo e – l’ha detto Lacan, mi sembra – “bisogna saperci fare, con il sintomo”.

“Saperci fare” non vuol dire lamentarsi dello scarso amor patrio di molti veneti, rispondere con sventagliate di tricolori e retorica da ciampinapolitano eccetera. Non mi viene in mente modo più rapido di andare fuori strada.

No, “saperci fare” significa leggere in questi neoindipendentismi le contraddizioni dell’oggi. Per esempio, la tensione dialettica tra integrazione europea (processo gestito in modo tecnocratico, neoliberista, austeritario) e “rinazionalizzazione delle masse”. Il nazionalismo, del resto, è la miglior falsa soluzione a quasi tutti i problemi, il continente pullula di demagoghi e le derive fasciste sono un rischio concreto. Mai sottovalutare il ventre d’Europa e la sua capacità di partorire mostri.

Su scala più piccola, la tensione è tra nazionalismi e neoindipendentismi. C’è qualcosa di frattale in questo, perché gli indipendentismi come quello veneto non sono altro che micronazionalismi, hanno retoriche uguali a quelle dei nazionalismi che contestano. Infatti, i difensori della patria italiana e i difensori della patria veneta indicano gli stessi nemici esterni. Soprattutto i migranti, ovvio. I migranti sono come le nutrie, sono “gli altri” che permettono di non indagare le cause vere dei nostri problemi.

Proprio in questi giorni (prima settimana di marzo 2015) il leghismo è in convulsione: il sindaco di Verona Flavio Tosi contesta la nuova linea del partito ispirata al Front national di Marine Le Pen. Linea, diciamolo pure, nazional-patriottica.

Tosi è uno dei pochi veri “animali politici” di una classe dirigente, quella leghista nel nordest, generalmente raccogliticcia. Tra le varie cose ha capito che, con certi malumori sempre più diffusi sul territorio, la svolta di Salvini – troppo platealmente “tricolore” – potrebbe risultare sconveniente. Per questo e altri motivi (strategie personali, equilibri di potere interni al partito e sul territorio), Tosi rivendica “l’eredità di autonomia della Liga veneta” e, mentre scriviamo, è ai ferri cortissimi con la dirigenza nazionale (cioè lombarda) e con il governatore Zaia, uscente e forse rientrante.

A maggio, per l’appunto, in questo Veneto sfibrato e confuso ci saranno le elezioni regionali (e molte comunali).

Per una strana coincidenza, negli stessi giorni si comincia a ricordare il centenario della prima guerra mondiale. O meglio: il centenario dell’entrata in guerra dell’Italia. Era infatti il 24 maggio 1915 quando il Regno d’Italia compì la giravolta per la quale fu disprezzato perfino dai suoi nuovi “amici” – Churchill definì il nostro paese “la puttana d’Europa” e Lloyd George “la nazione più spregevole” – e dichiarò guerra all’Austria, sua alleata fino a poco prima.

Quasi cent’anni esatti dopo, il Veneto va alle urne, e i due piani e le epoche si confondono, ieri e oggi sembrano aggrapparsi l’uno all’altro.

Sul sito del quotidiano Il Mattino di Padova, sotto un articolo del 17 gennaio 2015 dedicato al restauro dei sacrari e delle trincee, trovo questo commento di un lettore:

Come commemorazioni sono giuste anche se sanno di presa in giro. I poveri ragazzi poco più che ventenni, sono morti per difendere la patria da invasori e conquistatori e consegnarci un territorio ove vivere tranquilli. Ora siamo occupati da nuovi invasori, forse peggio, ma ci predicano di essere tolleranti e accoglienti e in caso di aggressioni ci suggeriscono di non reagire per non aver ulteriori danni.

Gli austriaci di ieri come i migranti di oggi. E dopo la “rotta”, chi guiderà la controffensiva? Il generale Diaz? Il governatore Zaia? Il dissidente Tosi? Il condottiero telematico Busato? O il benzinaio Graziano Stacchio, nuovo eroe del popolo veneto (suo malgrado) dopo che ha ucciso un rapinatore – per giunta un rom – in un conflitto a fuoco?

“Saperci fare con il sintomo” vuol dire anche rintracciare nella confusa ideologia “venetista” le rimozioni storiche e le mitologie tossiche che non cessano di plasmare il presente.

Rimozioni storiche: molte risalgono alla grande guerra e stiamo per raccontarle.

Mitologie tossiche: se guardiamo dentro il paiolo dell’indipendentismo veneto, sulle prime ci parrà di scorgere, sul fondo, il solito leone di San Marco, ma se abbiamo pazienza, se guardiamo bene, il leone si dissolverà e vedremo formarsi due volti.

Il primo è quello di sua maestà l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe d’Asburgo-Lorena, che regnò su Veneto e Friuli occidentale fino al 1866 e sul resto dell’attuale nordest fino al 1916, anno della sua morte alla veneranda età di ottantasei anni.

“Con il Veneto Austriaco avevamo lavoro”, scrive un commentatore sul sito di Indipendenza Veneta, “eravamo una delle regioni più ricche dell’ Impero. [Avevamo] serietà e onestà. Ora cosa ci è rimasto? Le briciole”.

E ancora: “Se se fossi restai sotto l’Austria ancuo […] no se sarie stai mal e infinidamente mejo ke dea repubblica dee banane taliana”.

Il revival asburgico caratterizza anche altri movimenti indipendentisti del nordest, in particolare quello triestino.

È lo stesso revival espresso qualche anno fa, in modo meno rozzo, dallo scrittore Enzo Bettiza. Era il 26 aprile 2010, l’occasione era un’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo e imperniata su un coming out: Bettiza ammise di votare Lega nord, ed ecco le sue pezze d’appoggio:

Pontida è un mito immaginario, come i druidi, i celti e le bevute dell’acqua del Po. La Lega non è figlia della battaglia di Legnano, condotta dai lombardi contro un imperatore germanico. Al contrario: la Lega discende dal Lombardo-Veneto asburgico. Gli antenati di Bossi sono Maria Teresa, Giuseppe II, il lato umano di Radetzky. Il suo antecedente è la buona amministrazione austriaca […] Ora la Lega è un partito serio, solidificato. La sua grande forza è la correttezza amministrativa, la cura del Rathaus, il Comune.

Quell’intervista è un documento prezioso, ci dice moltissimo sul kitsch leghista e poi venetista.

È nota la definizione di kitsch data da Milan Kundera: “Un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse”.

Nel Bettiza-pensiero questa rimozione del fecale è ben evidente. C’è l’idealizzazione di un passato idilliaco sotto gli Asburgo, possibile solo rimuovendo il militarismo, il parassitismo dell’aristocrazia, la brutalità del dominio, la sanguinosa repressione delle lotte operaie. E c’è la nostalgia di un Lombardo-Veneto caratterizzato da una “buona amministrazione” che oggi rivivrebbe grazie alla Lega. Su questo Bettiza è stato sfortunato: pochissimo dopo è cominciata la stagione degli scandali leghisti.

Curiosa l’inclusione tra gli antenati di Bossi del “lato umano di Radetzky”. E il lato ferino?.

Ed ecco lo stesso kitsch cinque anni dopo, nella nota su Facebook di un neoindipendentista triestino che si firma Vota Franz Josef:

Siamo nostalgici dell’Austria e della Mitteleuropa, siamo stufi dell’Italia. Agiamo in nome di Franz Josef per ristabilire la verità storica e riabilitare la sua figura, oltre che quella dei nostri nonni che per Egli combatterono ed anche morirono. Per noi, l’unica cosa che conta è liberarsi dall’Italia.

Un altro neoindipendentista triestino, l’ex militante di Lotta continua Paolo Deganutti, su Facebook si firma Francesco Giuseppe e in un’intervista apparsa sul Piccolo del 3 luglio 2014 ha dichiarato:

Francesco Giuseppe è un mito positivo come Che Guevara. Con luci e ombre. Un tempo erano miti positivi anche Mao e Stalin.

Ieri, a Milano, nella antica chiesa di san Sigismondo, con una santa messa tradizionale in latino, il Fronte della tradizione ha ricordato e onorato sua altezza imperial-regia apostolica l’arciduca Otto d’Asburgo Lorena.

Erano presenti (riconoscibili nella foto, da sinistra): cavalier Saverio Grancagnolo (presidente del Circolo reale Carlo Alberto), il nobile cavalier dottor Roberto Jonghi Lavarini von Urnavas (delegato per l’Italia della Walser uradel kulturverein), l’onorevole Mario Borghezio (eurodeputato della Lega nord e presidente della Fondazione Europa dei popoli).

Presenti alla cerimonia (ma non nella foto) anche: Massimiliano Bastoni (consigliere comunale della Lega nord di Milano), i conti Giuseppe ed Elena Manzoni di Chiosca e Poggiolo, il marchese Enrico Giuliano di Sant’Andrea, il nobile cavaliere Andrea Boezio Bertinotti Alliata, il cavalier dottor Flavio Nucci (in rappresentanza del movimento Destrafuturo del Popolo della libertà), il cavalier ufficiale Federico Pizzi e il cavalier Alberto Di Maria dell’Associazione internazionale cavalieri degli ordini dinastici di casa Savoia (Aicods), i giovani gentiluomini Federico Sagramoso e Giovanni Visconti, l’architetta Leonarda Pansera (nota araldista).

[Comunicato firmato Destra per Milano, postato sul forum Termometro Politico il 12 luglio 2011]

Il secondo volto a formarsi nel pentolone è quello di Vladimir Vladimirovič Putin, uomo forte idolatrato dalle destre xenofobe di mezza Europa, che da lui ricevono moneta sonante. Si va dai nove milioni di euro prestati al Front national (scoperti dal giornale francese Mediapart) ai finanziamenti all’Alleanza europea dei movimenti nazionalisti, che sotto la guida del partito ungherese Jobbik aggrega formazioni fasciste e fascistoidi di mezzo continente.

Per un approfondimento, rimando al rapporto The russian connection: the spread of pro-russian policies on the european far right a cura del Political capital institute di Budapest.

I venetisti stimavano Putin già prima del referendum sull’autodeterminazione della Crimea (marzo 2014), ma dopo… ne portano il ritratto in processione, tipo padre Pio.

E la moneta sonante? Non ho elementi per dire che c’è.

Il miscuglio di austronostalgia e putinismo è presente in tutti gli indipendentismi dalla riva veneta del Po al confine con la Slovenia, e non è un caso.

Nel romanzo Franziska di Fulvio Tomizza la protagonista, ancora ragazzina, vede per la prima volta un ritratto di Franz Joseph e lo trova “incurvito dagli anni, mascherato dal pelo su gran parte del viso, sembrava reggersi dritto per far vedere tutte quelle medaglie al petto mentre lui in cuor suo preferiva andarsene, morire, e per la rabbia che non lo si volesse ascoltare pareva sul punto di abbaiare come un cane”.

Poco tempo dopo, Franziska vede una foto dove l’imperatore è giovane, “alto e snello nella casacca bianca e i calzoni azzurri”, e s’illumina, ma per rabbuiarsi subito: “Ma ora è vecchio […] E io come potrò incontrarlo? Chi mi vorrà alla corte se lui non ci sarà più?”.

Appunto. Il kaiser è vecchio e cadente, è solo un caloroso ricordo non spendibile nel presente, non possiamo obbligarlo a starsene lì con le medaglie sul petto, tantomeno se pol travestirlo da Che Guevara come el disi Deganutti. Lasemolo andar. Lasciamolo morire. Se non possiamo avere il kaiser, avremo lo zar. Tanto, zar vuol dire kaiser e viceversa, sono due traduzioni di Caesar, Cesare. Putin sarà il nostro Cesare.

Taglio con l’accetta, e in apparenza scherzo, ma sto parlando di qualcosa di profondo, di una “persistenza di mentalità”, di certe strutture invarianti dell’ordine simbolico. In queste borderland un sentimento austronostalgico è sempre rimasto vivo, benché discreto, implicito, sottotraccia. Negli ultimi anni è tornato a palesarsi, ma non ha applicazioni concrete: l’Austria attuale è una ben piccola e pallida erede del vecchio impero, a Vienna non c’è più alcun kaiser sul quale indirizzare queste pulsioni, e le messe in latino per Otto d’Asburgo sono solo palliativi.

Per un certo periodo un po’ di costoro avevano puntato a Jörg Haider…

… ma Haider è morto, ed è pure morto facendo – almeno ai loro occhi – una figura di merda: chi lo gavesi mai dito che l’era recion…

A quel punto è stato provvidenziale l’arrivo dello zar. L’investimento libidico è stato fatto su Putin, uno che con i ricchioni non va tanto per il sottile.

Nella grande guerra Austria-Ungheria e Russia erano nemiche, ma va bene lo stesso, è “mito tecnicizzato”, il passato ridotto a “pappa indifferenziata”, come diceva Furio Jesi.

Il cimitero di guerra austroungarico di Prosek/Prosecco è appena fuori l’abitato andando verso Križ/Santacroce. Bisogna scendere a sinistra dalla strada provinciale del Carso e addentrarsi in un boschetto che porta a una grande dolina.

Lo visito il 6 agosto 2013, alle quattro del pomeriggio. È l’anniversario di Hiroshima. Mi aggiro nell’erba alta, tra le lapidi a forma di croce, tutte uguali, unico vivo tra più di cinquemila morti. Targhette dorate con nomi tedeschi, sloveni, ungheresi, italiani, friulani. Sono le nazionalità dell’impero di Franz Joseph. E una tomba può contenere più morti: Anton Tikovicz riposa per sempre con Leone Marigulis.

Marigulis è un cognome ashkenazita. Deriva dall’ebraico margalit, che significa “perla”. In greco margaros è la conchiglia. La parola “margherita” viene da lì.

Nessun fiore adorna questo camposanto. Solo erba, resa giallastra dalla siccità del Carso.

Domani, a Bocchetta Paù, Alberto Peruffo darà alle fiamme un altro cimitero, e nel buco di ogni croce arsa infilerà una margherita.

L’anno scorso, a ripulire e sistemare questo scampolo di Mitteleuropa sono venuti dall’Austria i Giovani vigili del fuoco volontari della Stiria.

Ogni 11 novembre, anniversario dell’armistizio di Compiègne che pose fine alla grande guerra e all’impero, una parte dell’anima austronostalgica di Trieste e dintorni viene qui a commemorare i caduti che “difesero la patria sovranazionale comune”, una “appartenenza condivisa sino ai doveri estremi”.

La nostalgia per l’Austria-Ungheria, semplicistica, reazionaria e ridicola quanto vogliamo, a volte ha motivazioni non peregrine e fondamenta reali.

Con l’annessione all’Italia, Trieste non fece un buon affare: da porto più importante dell’impero, diventò un porto tra i tanti, in posizione marginale rispetto alla nuova madrepatria. Da capitale commerciale dell’impero, vivacemente multietnica e plurilingue, Trieste divenne una città italiana di estrema provincia, per giunta in preda ad ansie sulla propria identità. Ansie che, sebbene attenuate, perdurano tutt’oggi.

Questo spiega la “retrospezione rosea” neoasburgica in cui si crogiola una parte della cittadinanza. E non si tratta solo di attempati signori.

Già a partire dall’ottobre 1918 la comunità germanofona cominciò ad abbandonare la città. Ne parlo con lo storico Piero Purini al bancone del Knulp, il locale che frequento a Trieste. Non potrei avere interlocutore migliore: Piero parla quattro lingue (italiano, sloveno, serbocroato e tedesco), conosce a menadito queste storie e ha scritto un libro fondamentale, Metamorfosi etniche. Sottotitolo: I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria. 1914-1975. La sua voce tonante passa in rassegna il progressivo impoverimento etnico e culturale di Trieste:

“Ci fu una vera e propria fuga dei triestini non italiani e dei cosiddetti ‘austriacanti’, che temevano l’arrivo delle truppe italiane. Si parla di 40mila persone che lasciarono la città. Altro che la solita fandonia di una città che attendeva unanime e trepidante l’Italia! Pensa che una delle prime ordinanze del governatore militare Petitti di Roreto fu il divieto di rientro per reduci e profughi del litorale che non fossero di nazionalità italiana”.

Dopodiché, partì l’italianizzazione forzata, con un’immigrazione massiccia dall’Italia: 39mila arrivi nel solo 1919, a cui vanno aggiunti migliaia di soldati, carabinieri, poliziotti e agenti penitenziari. Intanto, le comunità slovene di Trieste, Gorizia, del Carso e del litorale cominciavano a subire una lunghissima serie di prevaricazioni, violenze, espropriazioni. Stessa sorte toccava ai croati dell’Istria.

Tutto questo già prima del fascismo.

Negli ultimi anni, al cimitero di Prosecco, la commemorazione era targata Movimento Trieste libera. Su YouTube, contemplo l’intellettuale neoindipendentista Paolo G. Parovel, sotto un tetto di ombrelli che lo riparano da una pioggia scrosciante, mentre legge preghiere cattoliche, ortodosse, ebraiche, musulmane, e fa un’orazione in più lingue.

Di fronte a questi sfoggi di multiculturalismo, il mio amico Tuco mi ha sempre messo in guardia:

Innanzitutto, il multiculturalismo austroungarico non era tutto rose e fiori, c’era una gerarchia tra nazionalità, c’erano discriminazioni e tensioni. In secondo luogo, rimpiangere il multiculturalismo di cent’anni fa non implica affatto essere favorevoli a quello di oggi, men che meno a qualsivoglia meticciato. All’epoca erano tutti europei e bianchi. Oggi, basta guardare i profili Facebook dei neoindipendentisti, leggere le invettive contro i senegalesi, i nordafricani, ‘quei dei barconi’, ‘le merde che riva de l’Africa’ e così via.

Per l’appunto, nell’estate 2014 la sigla Sicurezza Trieste libera (neoindipendentisti in conflitto con Parovel) ha organizzato un “presidio” e veri e propri giri di ronda contro “scritte dappertutto, sporcizia, mendicanti”, perché era ora di “fare pulizia”. La frase “non è questa la multietnicità che noi vogliamo” chiariva che per “sporcizia” si intendevano gli immigrati. In un dispaccio successivo, infatti, si parlava di “micro criminalità romena” e di “cossivari [sic] albanesi”.

La richiesta dei promotori era che i vigili urbani diventassero una “guardia civica triestina” dotata di “divisa nera e storditore elettrico”. Il volantino che indiceva il presidio terminava con queste frasi:

“Solo in un clima di sicurezza sarà possibile instaurare la pacifica convivenza fra tutte le comunità etniche ed ambire alla multiculturalità che dovrebbe essere una delle peculiarità di Trieste”.

Il tutto è culminato in piazza Cavana, il 6 settembre, con uno sconnesso comizio del leader, Alessandro Gotti detto Tonfa:

La città xe diventada una merda, va ben?… Musicanti… Gente che domanda l’elemosina in modo aggressivo… Quei che vende i fiori… Quei deficienti che fa le scrite… Volemo esser comandadi da un triestin, no da un napoletan! Noi se femo comandar da livornesi e tarantini… Livorno xé la città più stronza d’Italia…

A Trieste, la nostalgia per gli Asburgo può nasconderne una più lercia: quella per le Ss.

Dal 10 settembre 1943 al 1 maggio 1945 Trieste fu annessa de facto al terzo reich. I nazisti sapevano bene che la borghesia triestina rimpiangeva gli affari di un tempo, così giocarono la carta dell’austronostalgia: animo, brava gente! Trieste torna a essere il porto di un reich!

A Trieste furono mandati alti ufficiali austriaci, come il carinziano Friedrich Rainer, Obester Kommissar della Zona operazioni litorale adriatico, e addirittura di origine triestina, come il comandante superiore delle Ss Odilo Globocnik, che in città istituì il lager della Risiera di San Sabba. Trasmissioni radiofoniche, giornali, musichette, nulla fu trascurato per creare l’impressione che l’Austria fosse tornata. Certo, non la stessa Austria di un tempo, ma comunque l’Austria, di nuovo parte di un grande reich. I favoriti di Franz Joseph avevano lasciato il posto al baffetto di Adolf Hitler. Austriaco pure lui, tra l’altro.

E molti triestini se la bevvero, accolsero i tedeschi con sollievo, si sentirono liberati dall’annessione italiana. In città collaborazionismo e delazioni si espansero a macchia d’olio.

Qualche tempo fa, leggendo una discussione su un forum triestino, mi sono imbattuto in questo commento di un dirigente del Comitato porto libero di Trieste:

“[Quella tedesca del 1943 è] ocupazion/liberazion a seconda dei vari punti di vista… La mia opinion xè che i ne ga liberà”.

Una sera di ferragosto, in piazza Unità, mentre guardavamo i bagliori rasenti all’orizzonte dei fuochi artificiali di Grado, Tuco ha riassunto così la questione:

A Trieste ci sono due tipi di destra: quella ‘italianissima’ (fascista) ha fatto sempre molto rumore, quella austronostalgica (criptonazista) è stata più carsica, più discreta. Le due destre convivono e non si elidono a vicenda, anzi, spesso si sovrappongono, vedi le stesse persone passare dall’una all’altra e ti ritrovi il fascista divenuto indipendentista che fa gli stessi discorsi di prima, soprattutto invettive contro i migranti e apologie di Putin, ma coperti da un diverso velo identitario, molto sottile. Una volta è l’italianità, la volta dopo è la triestinità, in ogni caso i xe scovaze, sono immondizia… E comunque, la cultura di destra non è basata sulla coerenza ma sul mito. Senza questa premessa non lo capisci, come questa città possa tenere insieme entrambi i rimpianti: quello per Cecco Beppe e quello per il duce.

Al netto delle specificità triestine, non è così in tutto il nordest?

(Primo articolo di una serie di tre. Il prossimo uscirà lunedì 23 marzo)

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