Il 27 gennaio il presidente statunitense Donald Trump ha affermato che gli Stati Uniti cesseranno il loro sostegno all’Iraq se l’ex primo ministro Nuri al Maliki, sostenuto dai partiti sciiti vicini a Teheran, tornerà a guidare il governo.

“Ho sentito dire che l’Iraq potrebbe fare la scelta profondamente sbagliata di nominare Al Maliki come primo ministro”, ha dichiarato sul suo social network Truth Social.

“Quando Al Maliki era al potere il paese era sprofondato nella povertà e nel caos. Questo non deve ripetersi”, ha sottolineato, aggiungendo che “a causa delle sue posizioni politiche e ideologiche insensate, se tornerà a guidare il governo gli Stati Uniti cesseranno il loro sostegno”.

Il 28 gennaio Al Maliki ha reagito alle dichiarazioni di Trump denunciando “inaccettabile ingerenze”.

Il 24 gennaio Al Maliki, 75 anni, figura centrale della vita politica irachena da vent’anni, aveva ottenuto il sostegno per la carica di premier della principale alleanza sciita del paese, il Quadro di coordinamento, che ha la maggioranza in parlamento.

Considerato vicino all’Iran, aveva lasciato il potere nel 2014 sotto la pressione di Washington.

Il 25 gennaio il segretario di stato statunitense Marco Rubio aveva messo in guardia dalla formazione di un governo filoiraniano in Iraq.

I proventi del petrolio

La minaccia del presidente statunitense arriva in un momento in cui gli Stati Uniti stanno trasferendo centinaia di detenuti del gruppo Stato islamico dalla Siria all’Iraq.

Di recente l’Iraq aveva annunciato il completamento del ritiro delle forze della coalizione guidata dagli Stati Uniti da tutte le basi in territorio iracheno, con l’eccezione della regione autonoma del Kurdistan (nord).

Il ritiro era previsto da un accordo concluso nel 2024 tra Baghdad e Washington, che sanciva la fine della missione in Iraq entro il 31 dicembre 2025 e nella regione autonoma del Kurdistan entro il 30 settembre 2026.

Washington pretende dal governo iracheno il disarmo delle milizie sostenute da Teheran, e dispone di un importante mezzo di pressione: controlla infatti gran parte dei proventi delle esportazioni di petrolio irachene in base a un accordo firmato nel 2003, dopo l’invasione statunitense e la caduta del regime di Saddam Hussein.

In base al sistema di condivisione del potere in vigore in Iraq, la carica di primo ministro spetta a uno sciita, la presidenza del parlamento a un sunnita e la presidenza della repubblica, un ruolo prevalentemente di garanzia, a un curdo.