Almeno 169 persone sono state uccise da uomini armati il 1 marzo nel nord del Sud Sudan, dove le violenze si sono intensificate nelle ultime settimane, hanno riferito il 2 marzo all’Afp due funzionari locali.

“Abbiamo sepolto 169 corpi in una fossa comune”, ha dichiarato all’Afp Elizabeth Achol, ministra della salute della regione amministrativa di Ruweng, dove si è verificato il massacro.

“Il bilancio è ancora provvisorio, non escludiamo di trovare altri corpi”, ha affermato James Monyluak, ministro dell’informazione della regione, confermando il numero delle vittime.

Una fonte diplomatica che ha chiesto di rimanere anonima ha riferito all’Afp di “almeno settanta morti, ma potrebbero essere più di cento”.

Secondo la fonte, il massacro è stato compiuto da giovani di etnia nuer provenienti dal vicino stato di Unità, che volevano vendicare l’uccisione di alcuni membri del gruppo etnico in un mercato ad Abiemnom, nella regione di Ruweng.

La fonte ha precisato che gli aggressori non sono legati al partito d’opposizione guidato dal vicepresidente Riek Machar, attualmente in carcere e sospeso dalle sue funzioni, il cui braccio armato è in conflitto con l’esercito fedele al presidente Salva Kiir. Gli scontri tra i due schieramenti si sono intensificati nelle ultime settimane, soprattutto nello stato centrorientale di Jonglei.

Il massacro è cominciato alle 4.30 del 1 marzo nella contea di Abiemnom, vicino al confine con il Sudan, ed è durato più di tre ore, ha affermato Monyluak.

In precedenza il funzionario locale aveva fornito un bilancio di più di 120 morti, tra cui “circa ottanta civili, in maggioranza donne, bambini e anziani”.

Gli altri quaranta erano militari, aveva aggiunto.

Il 1 marzo le Nazioni Unite avevano riferito di “un attacco compiuto da giovani armati non identificati nella contea di Abiemnom” ed espresso forte preoccupazione per “le notizie di decine di morti tra i civili e i funzionari locali”.