Migranti arrivati al porto di Catania, marzo 2017.

Le quote per i migranti dividono il Consiglio europeo

Migranti arrivati al porto di Catania, marzo 2017.
15 dicembre 2017 17:36

Il Consiglio europeo si è chiuso il 15 dicembre a Bruxelles come si era aperto: con un nulla di fatto sull’immigrazione e con l’esplosione di grandi divisioni tra i paesi dell’est Europa e gli stati fondatori dell’Unione europea. La tensione in particolare ha riguardato il principio di redistribuzione dei richiedenti asilo attraverso un sistema di quote obbligatorie che individua un principio di solidarietà tra i diversi paesi, previsto dalla riforma del regolamento di Dublino, appena approvata dal parlamento europeo. Nella riforma, la redistribuzione per quote sostituisce il criterio del primo paese di accesso.

La questione era stata anticipata dalle affermazioni del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk che aveva definito “inefficace e divisiva” l’Agenda europea sull’immigrazione – proposta nel 2015 dalla Commissione – che prevedeva proprio il ricollocamento dei richiedenti asilo con un sistema di quote. Le parole di Tusk avevano scatenato reazioni indignate da parte di molti paesi tra cui l’Italia e soprattutto da parte del commissario europeo per gli affari interni e l’immigrazione Dimitri Avramopoulos che aveva definito “inaccettabili e antieuropee” le affermazioni di Tusk.

Ma dopo la discussione dei capi di stato e di governo durata tre ore il dialogo non ha fatto passi in avanti. “C’è ancora molto da lavorare, le posizioni non sono cambiate”, ha detto la cancelliera Angela Merkel lasciando la riunione. Il presidente del consiglio italiano Paolo Gentiloni alla fine del vertice di Bruxelles non ha nascosto la sua insoddisfazione: “Non siamo riusciti a superare le resistenze che restano dei paesi del gruppo di Visegrád (Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia), che rifiutano la decisione, che pure è stata presa, di obbligatorietà delle quote”.

Dopo aver osteggiato la redistribuzione dei richiedenti asilo, i paesi di Visegrád hanno invece offerto sostegno economico all’Italia che dal febbraio del 2017 ha stretto accordi con la Libia per fermare l’arrivo di migranti lungo la rotta del Mediterraneo centrale. I paesi orientali dell’Europa hanno offerto 35 milioni di euro per finanziare gli accordi che hanno portato a una riduzione degli arrivi di migranti, ma che sono stati molto contestati dalle organizzazioni non governative e dalle associazioni che accusano l’Italia e l’Europa di essere complici delle violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione libici. Secondo un documento riservato pubblicato dalla Reuters, l’Italia ha pianificato di investire 44 milioni di euro nei prossimi tre anni per addestrare la guardia costiera e la guardia di frontiera libica.

Senza unanimità
Le divisioni del Consiglio europeo del 14 e 15 dicembre sono un pessimo segnale rispetto all’approvazione della riforma del regolamento di Dublino, il sistema comune dell’asilo, che è stata appena approvata con una larga maggioranza dal parlamento europeo e che nei prossimi mesi dovrà essere esaminata dal Consiglio europeo. La riforma, presentata dalla parlamentare liberale Cecilia Wikström, è stata frutto di un lungo negoziato parlamentare che ha messo d’accordo sinistra, socialisti, verdi, liberali e popolari.

Dopo questo nulla di fatto – a due anni dalla crisi migratoria del 2015 – in molti chiedono che il Consiglio europeo abbandoni il metodo dell’unanimità e cominci ad adottare il metodo della maggioranza qualificata (i due terzi), previsto dal Trattato di funzionamento dell’Unione europea. Decidere attraverso il metodo della maggioranza qualificata sarebbe una novità e un segnale politico di rottura con il passato, che andrebbe nella direzione di conferire maggiore peso decisionale alle politiche europee proposte dalla Commissione e approvate dal parlamento.

“Il ricorso a un voto di maggioranza è un’arma estrema”, ha detto Gentiloni, sottolineando il disagio dei paesi fondatori dell’Unione europea che negli ultimi anni faticano a raggiungere un accordo unanime con i paesi del blocco orientale. “L’Italia deve fare, e lo stesso faranno credo la Francia e la Germania, ogni possibile sforzo per arrivare a una soluzione consensuale, e bisogna farlo entro quest’anno, facendo un passo avanti a giugno e poi, arrivando a concludere con nuove regole entro la fine dell’anno” riguardo al sistema d’asilo comune del regolamento di Dublino. Un buon proposito che però potrebbe rimanere tale.

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