Migranti che vivono nell’ex Moi di Torino, marzo 2017. (Federico Tisa)

Un progetto d’inclusione per i migranti all’ex Moi di Torino

Migranti che vivono nell’ex Moi di Torino, marzo 2017. (Federico Tisa)
15 aprile 2019 17:43

“Voglio tornare nel mio paese. Sono troppo stanco di vivere così. Sono venuto in Italia solo per la guerra in Libia, altrimenti sarei rimasto lì, avevo un lavoro”, afferma C.T., un uomo di 36 anni originario del Mali. Viveva nei sotterranei dell’ex Villaggio olimpico di Torino (ex Moi), si era isolato, rifiutava il cibo e perdeva peso. È solo uno dei circa mille abitanti delle palazzine occupate che non avevano accesso ai servizi sanitari di base per motivi burocratici.

Grazie ai compagni, C. T. è stato segnalato agli operatori e ai medici di Medici senza frontiere attivi all’interno dell’ex Moi con uno sportello aperto due volte alla settimana. Si è mobilitato il Centro di salute mentale e C. T. è stato ricoverato per diversi mesi con un Trattamento sanitario obbligatorio (Tso), poi dopo il ricovero è tornato a vivere nelle palazzine dell’ex Moi, costruito per le Olimpiadi del 2006 e che dal 2013 è diventato la casa di rifugiati e migranti beneficiari della protezione umanitaria, rimasti fuori dall’accoglienza in seguito alla chiusura del piano “Emergenza Nordafrica”. Originari dell’Africa subsahariana e della Somalia, l’86 per cento degli abitanti dell’ex Moi è in possesso di un regolare permesso di soggiorno, secondo l’organizzazione umanitaria che dal 2016 ha avviato all’interno della struttura un programma di orientamento ai servizi sanitari pubblici.

“Dall’inizio del progetto al 31 dicembre 2018, sono state assistite 469 persone: sette su dieci non avevano una tessera sanitaria e otto su dieci non avevano un medico di famiglia al momento del primo contatto con Msf”, spiega il rapporto “Inclusi gli esclusi”, che fa emergere uno dei punti più critici del sistema di accoglienza italiano: l’esclusione dai servizi di base e la marginalizzazione delle persone che escono dall’accoglienza senza nessun percorso d’inclusione avviato e che rimangono tagliate fuori, per esempio, dall’assistenza sanitaria. Secondo il rapporto Fuori campo – redatto da Medici senza frontiere a partire dal 2015 – sono almeno diecimila le persone costrette a vivere in insediamenti informali in tutto il paese: aree industriali dismesse, baraccopoli, lungo i fiumi, sotto i ponti o ai valichi di frontiera.

Le palazzine occupate dell’ex Moi, febbraio 2017. (Federico Tisa)

Sono numerose le barriere che ostacolano o impediscono l’accesso ai servizi sanitari territoriali di queste persone soprattutto a causa della complessità delle procedure per ottenere in particolare la residenza anagrafica. Il risultato è che i migranti si rivolgono solo ai presidi di pronto soccorso e agli ospedali e non accedono ai servizi di base. La situazione, inoltre, rischia di peggiorare con l’entrata in vigore del decreto immigrazione e sicurezza che secondo alcune stime potrebbe causare un aumento delle persone irregolari, che quindi cercheranno alloggi di fortuna.

“Prima dell’intervento di Msf, cominciato alla fine del 2016, gli abitanti dell’ex Moi vivevano in un sostanziale isolamento rispetto ai servizi sociosanitari pubblici territoriali a causa di mancanza di informazione e barriere linguistiche”, afferma il rapporto. Il primo ostacolo da superare era dare accesso alle informazioni: per questo è stato istituito uno sportello di orientamento gestito da operatori e volontari di Msf con il supporto di mediatori interculturali, scelti e formati tra gli stessi abitanti delle palazzine.

Il secondo passo è stato la firma di un accordo con il comune e la Asl locale. “Grazie anche alla mediazione interculturale, i tempi d’iscrizione per gli abitanti dell’ex Moi al servizio sanitario nazionale sono passati dai due mesi all’inizio del 2017 a una settimana. In totale al 31 dicembre 2018, gli utenti assistiti presso gli sportelli della Asl sono stati 275, mentre sono state 111 le pratiche istruite per l’ottenimento della residenza virtuale”, si legge nella relazione.

Senza residenza
Uno dei problemi più comuni per i rifugiati e gli immigrati che vivono fuori dal sistema di accoglienza è l’ottenimento della residenza anagrafica, che spesso è richiesta per avere accesso ai servizi di base, che in realtà dovrebbero essere garantiti a tutti. “Quando vivevo all’ex Moi, nessuno ci dava informazioni su come avere un medico, fare la tessera sanitaria o ottenere la residenza. Le persone si aiutavano tra di loro, ma questo non bastava”, ricorda Lamin Sidi Mamman, un mediatore interculturale di Msf.

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Nel 2013 il comune di Torino ha riconosciuto agli abitanti dell’ex Moi la possibilità di ricevere una residenza virtuale in “via della Casa comunale 3”, che consente il rinnovo dei permessi di soggiorno, l’emissione delle carte d’identità e delle tessere sanitarie, ma non il completo accesso ai servizi sociali. La motivazione è che le palazzine sono state occupate illegalmente. Nel 2017 – mentre in altre aree del paese si procedeva a sgomberi indiscriminati degli stabili occupati da immigrati e rifugiati come nel caso del palazzo occupato di piazza Indipendenza a Roma – a Torino si provava a mettere in piedi un progetto pilota per superare l’occupazione dell’ex Moi.

L’idea nata da una collaborazione tra il comune di Torino, la prefettura, la regione, la diocesi e la Compagnia di San Paolo era quella di trasferire gradualmente le persone dalle palazzine occupate ad altre sistemazioni individuate, valutando caso per caso la situazione di ogni singolo all’interno dell’ex Moi. Nell’ambito di questo progetto sono state chiuse due palazzine, mentre il comune ha annunciato che il piano dovrebbe concludersi entro la fine del 2019. “Nel mio paese ero assistente sociale, poi una volta in Italia ho vissuto per due anni nella palazzina blu dell’ex Moi”, racconta M.A.B. un uomo di 56 anni, originario del Sudan.

“Quando sono arrivato a Torino ero solo, non conoscevo nessuno. Avevo tanti problemi di salute, il diabete, l’ernia del disco. La palazzina blu adesso è stata murata e io sono stato trasferito in una casa gestita da una cooperativa”, racconta. Per Medici senza frontiere e le altre organizzazioni che hanno lavorato al progetto, l’esempio dell’ex Moi potrebbe rappresentare un modello da replicare anche negli altri insediamenti informali in tutta Italia.

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