Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan durante un incontro con i rappresentanti provinciali del Partito della giustizia e dello sviluppo ad Ankara, in Turchia,il 10 ottobre 2019. (Adem Altan, Afp)

La macchina del consenso di Erdoğan

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan durante un incontro con i rappresentanti provinciali del Partito della giustizia e dello sviluppo ad Ankara, in Turchia,il 10 ottobre 2019. (Adem Altan, Afp)
15 ottobre 2019 14:18

La incontro nel chiostro del museo Salinas di Palermo, durante il Festival delle letterature migranti: mentre in città c’era una manifestazione molto partecipata contro l’operazione militare della Turchia nel nord della Siria, la giornalista e attivista turca Ece Temelkuran, autrice del libro Come sfasciare un paese in sette mosse (Bollati Boringhieri 2019) e ferma oppositrice del governo di Recep Tayyip Erdoğan, aveva ricevuto la cittadinanza onoraria dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Temelkuran – che nel 2012 è stata licenziata dal giornale per cui lavorava proprio per aver criticato le operazioni militari turche contro i curdi – vive in esilio in Croazia da diversi anni ed è convinta che la nuova offensiva nel nord della Siria non farà altro che alimentare il consenso del presidente e leader del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp), al potere da quindici anni.

“Erdoğan farà leva come al solito sul nazionalismo dei turchi, con la guerra è molto facile attivare questo tipo di sentimenti”, afferma la giornalista che descrive minuziosamente la macchina della propaganda usata dal leader turco e le strutture fondamentali che ne hanno determinato il successo e il potere. Nella propaganda del presidente turco, come in quella di molti altri leader populisti, il fantasma da agitare è quello dei migranti e dei profughi: da una parte minaccia l’Europa con la possibilità di aprire le frontiere ai siriani che abitano nel paese, dall’altra parte convince i turchi che la guerra sia necessaria per creare delle aree cuscinetto nel nord della Siria, in cui rimandare i profughi siriani che vivono in Turchia. Per Temelkuran i partiti populisti seguono sempre le stesse tecniche, in tutto il mondo: “A volte penso che ci sia solo un leader che ha tante facce, la stessa struttura di potere si ritrova in esperienze politiche diverse: dagli Stati Uniti di Donald Trump all’Italia di Matteo Salvini, fino all’Ungheria di Viktor Orbán e alla Russia di Vladimir Putin. Ora che ho la cittadinanza onoraria di Palermo credo che mi dovrò occupare anche di quello che succede in Italia”, scherza.

Il primo problema è che spesso usiamo la parola populismo per mascherare movimenti molto conservatori o legati all’estrema destra: “È come se usassimo la parola populismo per proteggerci dall’idea che questi movimenti possano trasformare lo stato in senso autoritario”. Non è un problema solo dei paesi del Mediterraneo oppure dei popoli mediorientali, “ma c’è stata un’avanzata dei movimenti populisti anche nei paesi del nord Europa o negli Stati Uniti, perché il populismo ha a che fare con diverse questioni: innanzitutto con la crisi della democrazia rappresentativa, poi con la crisi del nostro sistema economico, con i conflitti e la perdita di potere degli organismi internazionali; infine con la crisi dei rifugiati e con quella climatica. L’intero sistema sta crollando e questo sta determinando il successo dei leader e dei partiti populisti in tutto il mondo”.

L’empatia non basta
Tutti i movimenti populisti hanno caratteristiche comuni: “Ogni paese è unico e ha la sua storia, ma ho trovato almeno sette elementi comuni grazie ai quali i populisti riescono ad arrivare al potere e governare. Dovunque il populismo sta dando il colpo di grazia alla democrazia rappresentativa. Ho scritto questo libro perché volevo stimolare una conversazione al livello globale per prendere coscienza di questi meccanismi politici”. E poi aggiunge: “Gli attivisti di tutto il mondo dovrebbero capire che non possono contrastare i populismi di destra con l’empatia, le emozioni e i buoni sentimenti, non serve. Bisogna studiare e cercare di conoscere come funziona quella che è una raffinata e spietata macchina di comunicazione e di costruzione politica”.

In Turchia il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) ha cominciato la sua ascesa dalle aree interne, dalle zone e dalle città di provincia, ha cominciato ad avanzare mentre la stampa e gli intellettuali hanno sottovalutato e in alcuni casi anche deriso la sua capacità di mobilitare le persone e costruire consenso. “Crea un movimento (non un partito)”, è la prima regola dei populisti che partono spesso da una certa idea di “rispetto” e di “orgoglio” che fa leva su una sofferenza reale di alcune categorie di persone, ma che si alimenta però anche di una sofferenza costruita, artefatta.

“C’è davvero una genuina sofferenza, un vittimismo motivato dietro questi movimenti, tuttavia essi non emergono soltanto da questa effettiva sofferenza, ma anche da un vittimismo artefatto, anzi è quest’ultimo che fornisce ai movimenti la massima parte della loro energia e ne determina caratteristiche uniche”, spiega Temelkuran. “La narrazione populista usa il concetto di ‘orgoglio’, invece che quello di ‘dignità’, esasperando il vittimismo di chi si sente escluso dalla storia, di chi prova una sensazione di horror vacui, paura della perdita, del vuoto, il timore di non contare più nulla”, spiega.

Un altro dei meccanismi attraverso cui agisce la propaganda di questi movimenti è “l’infantilizzazione del linguaggio, la disgregazione dei nessi logici”. Per la giornalista turca si è attribuita molta importanza ai meccanismi che hanno prodotto false notizie in quella che è stata definita epoca della post-verità, tuttavia questi meccanismi sono tutt’altro che nuovi, è sempre esistita una forma di manipolazione della realtà operata dal potere. Il tratto comune dell’operazione compiuta da molti movimenti di destra è “l’infantilizzazione delle masse” attraverso l’infantilizzazione del linguaggio politico.

La presa di potere definitiva non avviene con una sola spettacolare conflagrazione del parlamento

Per la giornalista turca questo passaggio è fondamentale e affonda le sue radici nei processi politici cominciati alla fine degli anni settanta: “Il linguaggio politico infantile di oggi che sembra stia causando una regressione nell’intero spettro politico, da destra a sinistra, non è in realtà una reazione contro il sistema, ma piuttosto qualcosa che segue le linee di frattura ideologiche del sistema stesso, generate negli anni ottanta”.

Oggi però la voce dei populisti viene amplificata dalla cassa di risonanza che i social network hanno fornito a questo tipo di discorsi, elemento tanto più esasperato dalla debolezza e dalla perdita di credibilità dei mezzi d’informazione mainstream, che sono diventati un obiettivo polemico per i leader populisti. Inoltre il linguaggio dei populisti è violento e “scorretto”, sposta il limite della vergogna e mette in discussione i fondamenti di una morale comune. L’attacco al sistema giudiziario e allo stato di diritto è un altro pilastro dei sistemi populisti in tutto il mondo. “La presa di potere definitiva non avviene con una sola spettacolare conflagrazione del parlamento, ma è piuttosto uno straziante processo in cui per anni si susseguono molti sporadici piccoli incendi”, conclude Temelkuran.

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Maysa Moroni
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