09 aprile 2018 10:06

Anne-Sophie Mutter, Daniil Trifonov, Hwayoon Lee, Maximilian Hornung, Roman Patkoló, Schubert (Dg)
Questa recentissima registrazione di capolavori cameristici schubertiani vede protagonisti la violinista Anne-Sophie Mutter (diva di lungo corso) il pianista Daniel Trifonov (divo recentemente conclamato) e tre musicisti dell’accademia guidata dalla stessa Mutter in Germania, Hwayoon Lee alla viola, Maximilian Hornung al violoncello e Roman Patkoló al contrabbasso. Il quintetto D667 soffre di alcune scelte metronomiche alquanto discutibili, nonostante la bravura tecnica di tutti gli interpreti. In particolare il primo e terzo movimento sono affrontati a una velocità tale da raggiungere punte quasi grottesche, in un’atmosfera da musica del cinema muto che sacrifica molto al respiro e alla bellezza del testo originale. Molto meglio vanno le cose nei tempi lenti, dove Mutter può esplorare a fondo lo splendido lirismo della sua cantabilità violinistica, mentre Trifonov si dimostra camerista attento ai dettagli, con un tocco di notevole sensibilità. I tre giovani strumentisti dimostrano di non avere soggezione delle due star principali e dialogano con autentica bravura assieme a loro. Decisamente superiore al Quintetto è però l’incisione del trio D 897, dove la scelta di tempi più equilibrati offre ai musicisti la possibilità di far brillare il loro talento prestando attenzione alle dinamiche, particolarmente curate, evidenziate da una registrazione di qualità davvero eccellente.


Jethro Tull, Heavy horses (New shoes edition) (Chrysalis)
Continua la splendida restaurazione audio di Steven Wilson dei più importanti dischi della band di Blackpool. Siamo arrivati a uno dei loro capolavori assoluti, Heavy horses (1978), che vedeva il gruppo di Ian Anderson continuare la strada dal profumo folk rock inaugurata con il precedente Songs from the wood: brani memorabili come No lullaby, One brown mouse, Ares wild e la title track rimangono tra le loro pagine più entusiasmanti. Questa stagione dei Jethro Tull a mio parere è la migliore di sempre, grazie alle coloratissime tastiere di David Palmer e John Evans, cui fanno compagnia la vigorosa chitarra elettrica di Martin Barre, il basso sempre creativo di John Glascock e la batteria inarrestabile di Barriemore Barlow. Se a tutto questo aggiungiamo Anderson in stato di grazia vocale e compositivo, ecco che raggiungiamo il vertice nella lunga storia di questa gloriosa formazione. Il cofanetto presenta l’album originale remixato in stereo e surround sound da Wilson, cui si aggiungono diversi brani inediti, un formidabile concerto a Berna (disponibile sia audio sia video), un libro ricchissimo di annotazioni, interviste e informazioni e molto altro. Imperdibile per gli appassionati di questo gruppo e una perfetta introduzione per chi ancora non abbia fatto la loro conoscenza.


Van Morrison, Versatile (Exile/Caroline)
A brevissima distanza dal precedente Roll with the punches, Van Morrison ci propone un altro dischetto facile facile, basato sulla ripresa di standard tratti dal songbook americano come They can’t take that away from me, A foggy day e I left my heart in San Francisco, insieme a qualche brano nuovo come Broken record, scritto però nello stesso stile da Broadway. Accompagnato da una big band eccellente, con arrangiamenti che ricalcano fedelmente lo stile dei dischi di Frank Sinatra degli anni cinquanta, Morrison è in buona forma vocale e sembra divertirsi parecchio ad affrontare questa pagine, senza però offrire assolutamente nulla di personale o diverso da decine di dischi simili: probabilmente riuscirebbe a preparare un disco del genere anche ad occhi chiusi, e non ci meraviglieremmo se tra quattro mesi ne arrivasse un’altro simile a questo. Del resto le classifiche (soprattutto quelle statunitensi) lo stanno ampiamente premiando per questa operazione nostalgia, quindi finché c’è un pubblico che apprezza mi sa che dovremo aspettarci ancora diversi volumi dedicati al bel tempo che fu. Piacevolissimo, intendiamoci, ma da un maestro della voce come Van Morrison è lecito aspettarsi qualcosa in più.