Luce fluente (Leila Marzocchi)

L’Africa di Leila Marzocchi

Luce fluente (Leila Marzocchi)
09 maggio 2017 17:26

Su Internazionale 1203, nella sezione di graphic journalism, c’è un reportage a fumetti di Leila Marzocchi dalla capitale del Senegal, intitolato Luce fluente. Il reportage è il frutto di una serie di laboratori organizzati a Dakar, ai quali Marzocchi è stata invitata da un teatro di Ravenna. Con al suo attivo graphic novel come La ballata di Hambone (sceneggiatura di Igort) o la splendida saga surreale di Niger, Leila Marzocchi si inserisce tra gli autori più significativi e originali del fumetto italiano e Luce fluente ci fornisce l’occasione per porre all’autrice bolognese alcune domande.

“Tutto è nato dai racconti di Ermanna Montanari”, attrice che da vent’anni collabora con il teatro delle Albe di Ravenna, insieme a Marco Martinelli, spiega. “Ero così affascinata dalle sue parole sui suoni dei tam tam nella notte stellata della savana, sui gris-gris, questi manufatti con valore magico protettivo, sulla partecipazione della gente del villaggio alle prove nello spazio teatrale, attraversato da galline e capre, che, soltanto al pensiero di essere là mi luccicavano, gli occhi. Appena c’è stata l’occasione di partecipare ho accettato”. E così con Alessandro Argnani, il “capo cordata” di questa esperienza africana, hanno deciso che l’intervento di Marzocchi nel villaggio di Diol Kadd si sarebbe integrato con il lavoro della Non scuola di teatro (altra esperienza ultraventennale del gruppo).

“Abbiamo dunque immaginato un laboratorio d’arte legato a un racconto, una narrazione. È nata così, sotto il cielo di una notte stellata, nel giorno precedente al primo laboratorio, la fiaba di Thoro, la bambina con i piedi scalzi (un sincretismo euro-africano della fiaba di Cappuccetto rosso), che è stata creata tutti insieme e animata da Adama Gueye, Fallou Diop e Malik Mboup. Dopo un’unica prova notturna, la fiaba è stata fatta ‘vivere’ la mattina successiva davanti ai bambini per mezzo delle arti mimiche e delle percussioni di giovani e brillanti attori, allievi di Mandiaye N’Diaye, altro collaboratore del teatro delle Albe, durante la sua permanenza trentennale in Italia”.

Fiaba senza età
“La cosa per me fantastica della modalità dei laboratori delle Albe”, prosegue Marzocchi, “è di rimanere all’ascolto, di non portare mai nulla di preconfezionato e di farsi ispirare dalla realtà trovata nei luoghi in cui si arriva. La fiaba di Thoro è stata ispirata dalla grandissima quantità di bambini che circolavano incuriositi al nostro arrivo”. Gli adolescenti sono arrivati dopo nello spazio descritto nel reportage. “I ragazzi sono più schivi, ma hanno fatto un lavoro teatrale meraviglioso, insieme ad Alessandro Argnani e Alessandro Renda.

“È stata un’esperienza bellissima lavorare con sessanta bambini concentratissimi, insieme a Silvia Pagliani, Renda e ‘Argno’ (Argnani), che mi aiutavano, passando i materiali, e soprattutto a Moussa N’Diaye, l’altro ‘capo cordata’ della sponda africana, che traduceva in wolof le mie parole”.

I luoghi sono come uno se li immagina, ma si viene travolti. Ti travolgono di bellezza, di luce

Di un’esperienza del genere rimane qualcosa nel profondo: “I luoghi sono come uno se li immagina, ma si viene travolti. Perché l’Africa ti travolge di bellezza, di luce”, dice Marzocchi. “E poi mi rimane una grande ammirazione per le persone che ho conosciuto, la loro prontezza e poi, come ho scritto nel fumetto-reportage, questo eloquio fluente, il modo di parlare che hanno, emanazione diretta e ininterrotta del pensiero”.

Secondo natura
Dopo il laboratorio nel villaggio di Diol Kadd, Leila Marzocchi ne ha fatto uno anche a Dakar, rivolto agli studenti dell’École nationale des arts. “Partecipavano giovani sui vent’anni”, precisa l’autrice. “A loro ho proposto un laboratorio per sperimentare la tecnica che uso di più, quella dello scratchboard. Indipendentemente dalla qualità del risultato, gli studenti hanno dimostrato un’attenzione, una comprensione e una capacità di concentrazione invidiabili”.

Nel reportage si fa riferimento alla Cina che, con i suoi cantieri in Africa, toglie spazio alle aziende occidentali. Impossibile non pensare al film Still life, Leone d’oro al festival di Venezia nel 2006, del cinese Jia Zhang-ke: un caotico ma vivido ritratto di una Cina in eterno cantiere che perde insieme alla sua memoria anche il senso della comunità umana. “Ho visto dall’esterno l’enorme cantiere cinese nella periferia nord di Dakar”, racconta ancora Marzocchi. “Ma anche se, come ho scritto, ‘non si capisce se Dakar sia in costruzione o in rovina’, la disgregazione sociale non c’entra. Piuttosto sembra di avere a che fare con qualcosa di naturale, cioè la capacità di morire e rinascere insieme in un movimento continuo e ininterrotto, tipica della natura”.

L’Africa e il laboratorio mi hanno insegnato a fidarmi, a vedere la realtà come una rete che ti sostiene

Il reportage Luce fluente sembra diverso, ma complementare, ad altre opere di Leila Marzocchi, come il già citato Niger o Dieci elegie per un ossobuco: Il fatto stesso di usare il pennello e non, come di solito, la lama e il graffio per rappresentare l’Africa, e poi eliminare il nero, così prevalente nei miei libri, è indice da parte mia di un sentimento di riappacificazione, l’idea di potersi lasciar andare sul momento, abbandonarsi allo sguardo fugace. Lo stare nel mondo (e sul foglio) senza la necessità di scrutare ogni angolo e identificarlo con precisione, è, in qualche modo, un atteggiamento di difesa. L’Africa e il lavoro con i teatranti mi hanno insegnato proprio questo: a fidarmi, a vedere la realtà come una rete che ti sostiene e non come un luogo di trabocchetti. A trovare nell’incertezza di ogni momento (di ogni colatura di colore) un’opportunità e non un’insidia”.

In conclusione Leila Marzocchi parla dei suoi progetti futuri: “Un libro che parla di emigrazione: la lontana (dico così perché sono passati cinquant’anni anni, ma è percepita come ancor più lontana) emigrazione interna dei meridionali italiani nel profondo nord, a metà degli anni sessanta. Naturalmente le tavole sono a colori e senza graffio: mi trovo ancora sotto la luce benigna e persistente dell’Africa”.

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