L’ex presidente della Catalogna Carles Puigdemont (al centro sullo schermo) si connette da Bruxelles, in Belgio, durante un comizio del partito Junts per Catalunya a Barcellona, il 19 dicembre 2017. (Celestino Arce, NurPhoto via Getty Images)

Cosa succederà dopo le elezioni in Catalogna

L’ex presidente della Catalogna Carles Puigdemont (al centro sullo schermo) si connette da Bruxelles, in Belgio, durante un comizio del partito Junts per Catalunya a Barcellona, il 19 dicembre 2017. (Celestino Arce, NurPhoto via Getty Images)
20 dicembre 2017 11:37

Il 21 dicembre i catalani votano per rinnovare il parlamento regionale, sciolto dal governo spagnolo il 27 ottobre per aver approvato la dichiarazione d’indipendenza unilaterale presentata dal governo di Carles Puigdemont. La decisione del premier spagnolo Mariano Rajoy di convocare elezioni anticipate era sembrata una mossa intelligente: il voto avrebbe permesso di risolvere democraticamente il muro contro muro fra indipendentisti e unionisti, e avrebbe messo fine dopo meno di due mesi al commissariamento delle istituzioni catalane imposto da Madrid con l’applicazione dell’articolo 155 della costituzione. Gli unionisti inoltre speravano che andare subito alle urne avrebbe penalizzato gli indipendentisti, messi in imbarazzo dal fiasco della secessione e dalla fuga di Puigdemont in Belgio.

Poi è entrato in scena un tribunale di Madrid, che ha ordinato la custodia cautelare del vicepresidente catalano Oriol Junqueras e di sette ministri del suo governo, indagati per sedizione, ribellione e malversazione, e ha chiesto al Belgio l’estradizione di Puigdemont. La mano dura della giustizia spagnola ha ridotto le spaccature emerse tra i partiti indipendentisti e ha permesso loro di spostare nuovamente il dibattito dai loro errori nella gestione del processo separatista alla lotta contro la repressione. La campagna elettorale è subito rientrata nel binario dello scontro totale fra indipendentisti e unionisti. E soprattutto è quasi svanita la speranza che le elezioni possano offrire una via d’uscita dallo stallo.

I sondaggi indicano che il blocco indipendentista formato dalla Sinistra repubblicana di Catalogna (Erc) di Junqueras, da Junts per Catalunya di Puigdemont e dalla Candidatura di unità popolare (Cup) dovrebbe ottenere più seggi rispetto al fronte unionista composto da Ciutadans, dal Partito popolare (Pp) e dal Partito socialista catalano (Psc), ma potrebbe non raggiungere la maggioranza assoluta.

Una vittoria degli indipendentisti aprirebbe comunque uno scenario molto complicato, prima di tutto perché non c’è accordo su chi diventerebbe presidente. L’Erc è in vantaggio su Junts per Catalunya, ma Junqueras è ancora in prigione a Madrid e ha affidato la campagna elettorale alla sua vice Marta Rovira. Puigdemont, che ha condotto la campagna in videoconferenza da Bruxelles, sostiene che la sua destituzione è stata illegittima e che il presidente è ancora lui.

Ma la principale domanda è cosa faranno gli indipendentisti se dovessero tornare al potere. Entrambi i partiti hanno ammesso che la dichiarazione unilaterale d’indipendenza è stata prematura e si sono impegnati a intraprendere un dialogo con il governo di Madrid per avviare un processo consensuale. Ma la loro maggioranza dipenderebbe nuovamente dalla Cup, che ha posizioni ben più intransigenti. E non è chiaro come reagirebbero a un nuovo rifiuto da parte di Rajoy, che ha lasciato intendere che l’articolo 155 sarà revocato solo se gli indipendentisti saranno sconfitti.

Un’affermazione degli unionisti non sarebbe meno problematica. Il partito più forte dello schieramento è Ciudadanos, una formazione liberalconservatrice fondata in Catalogna anche per contrastare l’indipendentismo. Ciudadanos e la sua candidata, Inés Arrimadas, hanno saputo trarre profitto dalla difesa dell’unità nazionale molto più del Pp di Rajoy, che i sondaggi danno in forte calo. Proprio per la sua intransigenza, però, difficilmente Arrimadas riuscirebbe a ottenere il sostegno del Partito socialista, l’unica forza unionista che ha chiesto apertamente di avviare un processo di riforma costituzionale per risolvere la crisi catalana.

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Se nessuno dei due schieramenti ottenesse la maggioranza assoluta, l’ago della bilancia potrebbe rivelarsi Catalunya en Comù (Cec), la lista sostenuta da Podemos e dalla sindaca di Barcellona Ada Colau. Cec però ha preso le distanze da entrambi i fronti e ha fatto appello per costituire un’alleanza di sinistra con Erc e Psc. Sarebbe l’unico modo per evitare un’altra “grande coalizione” destra-sinistra che metterebbe nuovamente in secondo piano tutti i temi “reali” oscurati dallo scontro sull’indipendenza, a cominciare dalla disoccupazione.

Molti scommettono già che si tornerà a votare a marzo: la legge prevede infatti la convocazione automatica di nuove elezioni se entro tre mesi non si riesce a formare un governo. In ogni caso, il voto potrebbe avere conseguenze inattese per Rajoy, che dall’ottobre del 2016 guida un governo di minoranza grazie al sostegno di Ciudadanos e alla “non opposizione” del Partito socialista. Sulla gestione della crisi catalana il premier aveva ottenuto il pieno appoggio di entrambi i partiti e aveva sperato di rafforzare la sua posizione sfruttando l’argomento dell’unità nazionale. Ma la sua scommessa non ha pagato: il Pp è in calo nei sondaggi anche a livello nazionale. Una netta affermazione di Ciudadanos e un buon risultato dei socialisti in Catalogna potrebbero convincere entrambi i partiti a rivedere i loro calcoli.

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Dan Savage
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