Una fabbrica abbandonata a Potočari, il 1 luglio. In questo luogo sono state tenute prigioniere circa seimila persone. (Dado Ruvic, Reuters/Contrasto)

Le ferite di Srebrenica

09 luglio 2015 13:46

L’11 luglio saranno vent’anni dal massacro di Srebrenica, in Bosnia Erzegovina: ottomila uomini e ragazzi musulmani furono uccisi dalle forze armate serbobosniache dopo un’offensiva durata cinque giorni. È stata la più grave strage commessa in Europa dopo la seconda guerra mondiale.

L’11 luglio 1995, negli ultimi mesi della guerra in Bosnia, le milizie serbobosniache conquistarono l’enclave di Srebrenica dove si erano rifugiati migliaia di profughi – in gran parte musulmani – fuggiti dalla pulizia etnica in corso nella Bosnia orientale. Srebrenica era considerata dalle Nazioni Unite una zona di sicurezza. L’esercito guidato dal generale Ratko Mladić e i gruppi paramilitari ultranazionalisti provenienti dalla Serbia conquistarono la città: separarono uomini e ragazzi dalle donne e procedettero a esecuzioni di massa, seppellendo i corpi in varie fosse comuni. Secondo le stime, in pochi giorni morirono più di ottomila persone. I 600 caschi blu olandesi posti a difesa dell’area non intervennero.

Nel marzo del 2007 il Tribunale penale internazionale dell’Aja dispose l’arresto di Radovan Karadžić, ex leader politico dei serbi di Bosnia, e di Ratko Mladić, con l’accusa di crimini di guerra e genocidio. Ora sono entrambi detenuti all’Aja mentre il processo per il genocidio di Srebrenica è ancora in corso.

Di mille persone non sono mai stati trovati i corpi e ancora oggi nelle campagne e nei boschi intorno alla città bosniaca emergono resti delle vittime.

Le foto sono state scattate in diversi luoghi della Bosnia Erzegovina, intorno a Srebrenica, tra il 24 giugno e il 1 luglio 2015.

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