La strada statale superiore padana collega Torino a Venezia, attraversando la parte settentrionale della pianura padana, in cui è storicamente concentrato il cuore produttivo e industriale italiano.

Siamo in quella parte del paese che negli anni novanta la Lega nord (oggi solo Lega) aveva ribattezzato Padania, invocando la secessione da “Roma ladrona” e dal sud, disprezzato come assistenzialista. Una battaglia identitaria che negli anni ha sviluppato una retorica protezionista, antieuropeista e razzista.

Tomaso Clavarino, fotografo nato a Torino nel 1986, è cresciuto in questi luoghi senza sentirsene mai parte. Nel suo ultimo libro, Padanistan, ci accompagna in un percorso che dal senso di estraneità evolve nella ricerca di una connessione con un territorio detestato ma per il quale sente il bisogno di creare una nuova narrazione, che superi l’idea di una presunta identità padana.

Quando però parliamo del progetto, Clavarino precisa subito che Padanistan nasce da una necessità personale, non politica. Dal 2018 compie diversi viaggi che si ripetono nei tre anni successivi. La scelta della pratica on the road, ispirata più da Alec Soth e Paul Graham che da Luigi Ghirri o Guido Guidi, è un’evasione, una fuga dal dolore di un lutto, che però nel tempo comincia ad assumere una forma più precisa. Personale o politico, o forse entrambi, nella sua impaginazione essenziale – non ci sono mai didascalie a precisare date e luoghi – Padanistan costruisce una geografia sociale rivelatrice di una crisi nel modello di nord instancabile e produttivo che ci è stato raccontato.

Clavarino s’immerge in questo paesaggio, desolato e impersonale, in maniera controllata: per non perdersi si pone dei limiti geografici precisi e usa, come nei suoi precedenti lavori, il formato 6x7, una cornice che obbliga a concentrarsi sui dettagli senza lasciare che lo sguardo si perda nell’orizzonte. Ma chi sfoglia Padanistan sperimenta esattamente l’effetto opposto, ed è qui la bravura del fotografo, capace di lavorare entro confini prestabiliti per costruire un’atmosfera di spaesamento, in cui perdersi e capire che, in fondo, la Padania non esiste.

A questo processo contribuisce anche Peter Bialobrzeski, fotografo tedesco che nei suoi ritratti di spazi urbani, soprattutto in Asia, si muove tra l’arte e il documentario. Per la prima volta Clavarino si lascia affiancare da qualcuno nell’editing e, pur lavorando con un autore molto diverso, sa che questa collaborazione può rivelarsi una sfida interessante, perché lo sguardo estraneo di un collega non italiano gli offre la possibilità di liberare la sua opera dai condizionamenti visivi di un fotografo che torna in luoghi conosciuti.

Padanistan è pubblicato da Guest editions e studiofaganel ed è in mostra a Gorizia fino al 24 novembre.

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