L’opposizione trumpiana a Joe Biden è partita all’attacco prima ancora dell’inizio del suo mandato di presidente degli Stati Uniti. Va interpretato in quest’ottica il viaggio in Arabia Saudita del segretario di stato uscente, Mike Pompeo, per incontrare il 22 novembre il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Pochi giorni prima Donald Trump aveva proposto ai vertici militari un attacco contro le installazioni nucleari iraniane. E il 27 novembre il padre della non ancora realizzata bomba atomica iraniana, Mohsen Fakhrizadeh, è stato ucciso a novanta chilometri da Teheran, presumibilmente dai servizi segreti israeliani.
L’obiettivo di queste manovre è impedire a Biden di riprendere i negoziati con l’Iran. Una delle decisioni peggiori di Trump è stata il ritiro dall’accordo sul nucleare iraniano firmato da Barack Obama nel 2015, con cui Teheran rinunciava alla costruzione dell’arma atomica accettando di sottoporsi ai controlli dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e rientrando progressivamente nella comunità internazionale. Quell’accordo multilaterale rappresentava un grande passo avanti contro la proliferazione nucleare, oltre che un esempio dell’efficacia della diplomazia e delle sanzioni nel rapporto con i regimi pericolosi.
Il regime iraniano, criticabile sotto molti aspetti, ha scelto di non reagire, in attesa della nuova amministrazione statunitense. Un Iran isolato e radicalizzato converrebbe solo al brutale regime saudita e al suo alleato segreto, Israele, guidato da un Netanyahu logorato politicamente e alle prese con guai giudiziari. Biden deve poter contare sull’appoggio della comunità internazionale e dell’Unione europea. È il solo modo per scongiurare un aumento pericoloso delle tensioni e aprire un dialogo che allontani l’Iran dalla tentazione nucleare e garantisca la sicurezza degli alleati nella zona. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1387 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati