Han Shaogong, che ha lavorato nelle campagne cinesi durante la rivoluzione culturale, tra il 1966 e il 1976, ha scritto un eccentrico manuale su un villaggio dimenticato. In questo romanzo in forma di dizionario, le voci descrivono la provenienza delle espressioni locali. Il risultato è un collage di storie che vagamente si uniscono man mano che il lettore familiarizza con la logica bizzarra di Maqiao (“impossibile da trovare, quasi scomparso dalla mappa”). Durante il regno di Mao, la standardizzazione minacciava di smussare la variegata trama dei dialetti cinesi. Il lavoro di Han illustra le perdite di sfumature – così come gli esilaranti scontri – che hanno accompagnato il progetto. Ben lontano dall’idillio pastorale, Il dizionario di Maqiao racconta le abitudini violente degli abitanti dei villaggi, il sangue e il sudore che sono all’origine degli eufemismi locali. Il libro resiste ostinatamente all’analisi. Entrare nelle sue pagine è come attraversare un mondo di banditi e fantasmi, dove “rude” significa “carino” e la gente non muore, si “disperde”. I riferimenti incrociati abbondano, e lentamente il romanzo emerge come un unico grande idioma. Una meditazione sulle zone oscure del linguaggio e sulle microstorie sepolte nelle parole. Katherine Wolff, The New York Times

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1406 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati