Una giudice italiana ha sospeso il procedimento per l’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore ucciso al Cairo nel 2016. Secondo lei, gli imputati potrebbero non sapere di essere sotto accusa. La prima udienza del processo contro quattro agenti delle forze di sicurezza egiziane è stata sospesa per valutare se sia corretto processarli in loro assenza. I pubblici ministeri italiani avevano chiesto al tribunale di Roma di celebrare comunque il processo, sostenendo che le autorità egiziane hanno ostacolato le indagini sull’omicidio e hanno impedito all’Italia di contattare i sospettati. “La posta in gioco è il diritto dell’Italia a indire un processo per un crimine molto grave che potrebbe aver avuto luogo all’estero, ma che ha coinvolto un cittadino italiano”, ha detto alla corte il pubblico ministero Sergio Colaiocco.

La giudice Antonella Capri ha però accolto la tesi degli avvocati difensori, nominati d’ufficio dal tribunale, secondo i quali il procedimento è nullo perché non è stato possibile notificare gli atti gli imputati. Capri ha affermato che bisogna garantire un processo equo e ha rinviato gli atti al giudice per l’udienza preliminare, che dovrà tentare di notificare le accuse gli indagati.

Solo una battuta d’arresto

Il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, il generale Tariq Sabir, ex capo della sicurezza, i colonnelli della polizia Usham Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, ex capo investigatore al Cairo, sono accusati di sequestro di persona pluriaggravato, inoltre Sharif è accusato di omicidio e lesioni aggravate.

L’avvocato Tranquillino Sarno, che difende Athar Kamel, ha detto che l’accusa non ha informazioni sufficienti sui quattro imputati e ha perfino sbagliato l’età e il grado del suo cliente, che all’epoca della morte di Regeni era “un semplice poliziotto”. “Gli imputati non sanno di cosa sono accusati. Non sanno che oggi siamo qui. Né chi li difende”, ha detto Sarno alla corte. A maggio il giudice dell’udienza preliminare (gup) aveva stabilito che l’ampia copertura data al caso dai mezzi d’informazione faceva presupporre che la notizia dell’indagine fosse arrivata anche agli imputati. Il 14 ottobre la sua decisione è stata ribaltata.

Secondo Alessandra Ballerini, l’avvocata che rappresenta la famiglia Regeni, la sentenza è stata una “battuta d’arresto che premia l’arroganza egiziana”. “Non ci arrenderemo. Vogliamo giustizia per Giulio”, ha aggiunto. Anche i genitori e la sorella di Regeni erano all’udienza nell’aula bunker del carcere di Rebibbia a Roma.

L’accusa ha presentato alla corte un elenco di tredici circostanze che dimostrano il tentativo dell’Egitto di boicottare le indagini, anche impedendo che i sospettati fossero informati delle accuse. Il pubblico ministero Colaiocco ha dichiarato che gli investigatori egiziani sono sempre stati riluttanti a collaborare, ignorando 39 delle 64 richieste d’informazioni e consegnando spesso materiale inutile, come i video di una stazione della metropolitana in cui mancavano le immagini del momento in cui Regeni è scomparso.

L’Italia ha tentato una trentina di volte, attraverso canali diplomatici e governativi, di avere gli indirizzi degli indagati. L’ex presidente del consiglio Giuseppe Conte aveva detto al presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi che la mancanza di cooperazione stava influenzando i rapporti bilaterali tra i due paesi. “Non credo che fosse umanamente possibile fare di più”, ha detto Colaiocco.

Il ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio aveva accolto con gioia la prima udienza a Roma, definendola un risultato che sembrava insperato dopo il ritrovamento del corpo di Regeni. L’attuale governo ha dichiarato di volersi costituire parte civile, come manifestazione di sostegno alla famiglia Regeni.

La polizia egiziana aveva detto che Regeni era morto in un incidente stradale, poi che era stato rapito da criminali comuni. Nel 2020 ha detto di non sapere chi ha ucciso Regeni. Ma i pubblici ministeri italiani hanno affermato di avere testimonianze oculari e altri “elementi di prova significativi” che dimostrano il coinvolgimento di agenti di sicurezza delle forze egiziane nell’omicidio. ◆ bt

Questo articolo è uscito sul numero 1432 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati