“Se con il colpo di stato dello scorso 25 ottobre l’élite politica e militare del Sudan pensava di esaudire la volontà del popolo, si è sbagliata di grosso. Le manifestazioni per il ritorno della democrazia non si affievoliscono, anzi continuano a rafforzarsi”, scrivono i reporter della rete sudanese Ayin sul settimanale panafricano The Continent. Dalla fine di ottobre la repressione violenta delle proteste contro il golpe ha causato almeno 71 morti. Dopo il fallimento dell’accordo con l’ex premier Abdallah Hamdok, che all’inizio di gennaio ha rinunciato a guidare il governo, i generali non sembrano avere degli obiettivi chiari. Per compensare la sospensione degli aiuti internazionali (il paese ha perso circa quattro miliardi di dollari), la giunta ha aumentato il prezzo dell’elettricità, facendo salire il costo della produzione industriale di una percentuale compresa tra il 30 e il 50 per cento. “Molti manifestanti hanno perso fiducia nei politici e nella comunità internazionale. I militari al potere, invece, possono contare sull’aiuto di paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che gli offrono armi e aiuti finanziari in cambio di oro”. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1444 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati