Yan Lianke è uno di quei rari geni che trova nelle assurdità tipiche della sua cultura le assurdità che infettano tutte le culture. Il giorno in cui morì il sole è una commedia sociale che sanguina come un’apocalisse zombie. La storia si svolge durante una mortale notte d’estate in un piccolo villaggio della Cina centrale. Il protagonista è Li Niannian, 14 anni. Quasi tutti lo ritengono un idiota, ma questo non è giusto. Infatti, sta raccontando lui stesso questa storia solo perché il suo vicino, Yan Lianke, è sfinito e senza speranza. Finché Yan non potrà recuperare la sua ispirazione, Li dovrà sostituirlo. Quella che segue è una descrizione organizzata ad arte, minuto per minuto, del “grande sonnambulismo”, una terribile notte che “ha oscurato il cielo e coperto la terra, lasciando tutto in uno stato di caos”. Sono i “sognatori” senza gioia dell’economia moderna, terrorizzati – anche nel sonno – di rimanere indietro, di perdere una sola vendita o il più piccolo salario. Questa ironica allusione al “sogno cinese” – lo slogan nazionale del presidente Xi Jinping – è proprio il tipo di protesta mascherata che fa sì che i romanzi di Yan siano censurati nel suo paese natale. Con il passare dei minuti, il villaggio scende sempre più nella violenza e nella follia. Suicidi, omicidi e aggressioni lacerano il silenzio notturno, e ladri storditi vagano per le strade buie sperando di derubare i loro vicini altrettanto storditi. Anche se non vediamo mai le visioni che tormentano i personaggi, ci muoviamo con Li nell’atmosfera viscosa dei sogni. Ma dopo poco ci ritroviamo ipnotizzati dalla logica distorta degli incubi.
Ron Charles, The Washington Post

Questo articolo è uscito sul numero 1454 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati