Sharon Van Etten è un’acrobata. Oltre a essere una cantautrice, una polistrumentista e una produttrice, fa anche la funambola. È una drammaturga in volo, o una palla di cannone che viene lanciata in una notte illuminata solo dai neon. La musicista statunitense ha già dimostrato di essere uno dei nomi più forti nell’indie rock degli ultimi anni e tutto questo è confermato dal suo ultimo album, il sesto, che ha prodotto con Daniel Knowles e sembra a tutti gli effetti il suo lavoro più riuscito. La sensazione che abbia fatto passi da gigante prevale dall’inizio alla fine, già con Darkness fades, in cui la chitarra morbida e la voce disadorna guidano un crescendo grandioso, come nelle migliori ballate degli U2. In una parola, è perfetta. Van Etten è sempre stata una brava cantante, ma mai come adesso sembra nel pieno controllo delle sue capacità. La maggior parte del disco è una catarsi appagante, come se si disfacesse di quello che non le serve per abbracciare quello che la rende più forte. Dal suo debutto abbiamo osservato un’artista che tira fuori il meglio di sé, raggiungendo sempre nuove vette. Ma le sue canzoni non sono mai state così significative.

Jeremy J. Fisette,
Beats Per Minute

Questo articolo è uscito sul numero 1460 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati