Nel romanzo del libanese-statunitense Rabih Alameddine, i volontari dell’isola greca di Lesbo tirano fuori dal mare famiglie distrutte, alcuni con compassione, altri scattando grotteschi selfie accanto a donne fradice. Vogliono “sentirsi meglio con se stessi, sia nel senso di ‘Guardatemi, sono il tipo di persona che aiuta i rifugiati’, sia nel senso di ‘La mia vita può fare schifo, ma la vostra fa ancora più schifo’”. Nel frattempo, i giornalisti cinici cercano storie. Il romanzo di Alameddine è raccontato attraverso la lente onesta della dottoressa Mina. Donna trans, nata come terzo figlio di una famiglia libanese tradizionale, lascia Beirut per Harvard, trascinandosi dietro i ricordi amari di una madre violenta e di un padre che le consigliava: “In privato mangia secondo i tuoi gusti, ma in pubblico comportati secondo quelli del pubblico”. Si afferma come medico abile ed empatico. A cinquant’anni va a Lesbo per fare volontariato. La dottoressa Mina è la voce che i rifugiati si meritano: rispettata dagli europei, ma immersa nelle loro tradizioni e nella loro storia. Per la prima volta, un romanzo dà ampio spazio ai tratti negativi di alcuni volontari del campo e alle umiliazioni che infliggono agli sfollati. Le osservazioni di Alameddine sono incisive e piene di arguzia, e insistono sul tema dell’assurdità umana.
Dina Nayeri, The New York Times

Questo articolo è uscito sul numero 1464 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati