Il 6 ottobre il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha votato contro la richiesta, presentata dagli Stati Uniti, di discutere sulla situazione dei diritti umani nello Xinjiang. Diciannove paesi su 47 si sono detti contrari, diciassette favorevoli e undici si sono astenuti. Dei tredici paesi africani presenti, solo la Somalia ha votato a favore; l’Ucraina si è astenuta. Questo risultato, si legge su Hong Kong free press, è stato ottenuto dopo “un’intensa attività di pressione da parte di Pechino e segna una pesante battuta d’arresto per l’occidente”. La portavoce del ministero degli esteri cinese Hua Chunying l’ha definita “una vittoria per i paesi in via di sviluppo”, descrivendo la richiesta dei paesi occidentali come un tentativo di “manipolazione politica” per “macchiare l’immagine della Cina”. Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty international, ha dichiarato che il voto pone il consiglio “nella ridicola posizione d’ignorare i risultati del suo stesso lavoro sui diritti umani”. Il riferimento è al recente, e lungamente atteso, rapporto dell’Onu che accusa la Cina di “gravi violazioni dei diritti umani” nello Xinjiang e afferma che la detenzione “arbitraria e discriminatoria” delle minoranze musulmane potrebbe rappresentare un crimine contro l’umanità.

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Questo articolo è uscito sul numero 1482 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati