Violet Kupersmith (Adriana de Cervantes)

Gli spettri gemelli del colonialismo e della violenza sessuale si aggirano nell’umida aria viet­namita come serpenti a due teste che strisciano sotto i piedi, nel meraviglioso e sconcertante romanzo d’esordio di Violet Kupersmith. Costruisci la tua casa intorno al mio corpo ruota intorno alla scomparsa di Winnie, una statunitense-vietnamita di 22 anni che arriva a Saigon nel 2010 per insegnare inglese e apparentemente riconnettersi con la sua eredità. Tuttavia, l’ansiosa Winnie sembra più intenzionata ad affogare le sue inibizioni nel sesso senza senso e nella birra tiepida. Non sente affinità né con i colleghi espatriati né con gli abitanti del posto, ma con i cani randagi che si aggirano per la sua strada, “meticci, come lei, e sporchi come lei”. Non essendo abbastanza bianca o asiatica per sentirsi a proprio agio con uno dei due aggettivi, l’identità a due teste di Winnie la rende un’emarginata perennemente oppressa da piccole aggressioni e dal disgusto per se stessa. Alla storia di Winnie s’intrecciano episodi inquietanti che hanno luogo nei giorni e nei decenni precedenti e successivi alla sua scomparsa. Il lettore riesce a cogliere gradualmente le connessioni tra le storie che si presentano in modi ingegnosi e talvolta contorti. Per il suo body horror femminista deliziosamente lurido, il libro non è certo per gli schizzinosi: Kupersmith non ha paura di addentrarsi nell’abiezione e nel grottesco. A infestare la narrazione c’è un sinistro mostro di fumo che potrebbe essere uscito dalla famosa serie tv Lost, e che funziona come una manifestazione dell’anima “irreversibilmente trasfigurata” di una terra dilaniata dalla brutalità coloniale.
Kupersmith spiega di aver scritto Costruisci la tua casa intorno al mio corpo come una sorta di vendetta e come un modo per elaborare “la rabbia che aveva visto nei confronti delle donne… il tipo di violenza che era così accettata da essere percepita come qualcosa di normale”. Questo tema della giustizia e del castigo è sepolto, però, sotto il peso di una narrazione polifonica un po’ troppo complicata. A ogni modo, un eccesso d’idee e d’immaginazione non è certo negativo per un romanziere; e lascia presagire cose ancora più grandi.
Sharlene Teo, The Guardian

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Questo articolo è uscito sul numero 1501 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati