Le trascrizioni delle sinfonie di Beet­hoven per piano a quattro mani di Xaver Scharwenka (1850-1924) erano destinate a esecutori meno virtuosi rispetto a quelle per un solo pianista di Liszt. Ma Scharwenka le riempì con più raddoppi e tremoli di quelli che si potevano fare con solo dieci dita: uno sfarzo sonoro che può sommergere i dettagli. Di conseguenza il Beet­hoven di Scharwenka richiede meno abilità digitale di quello di Liszt, ma un equilibrio più scrupoloso. Inoltre, come in tutta la musica per piano a quattro mani, gli spazi angusti rendono difficile la coordinazione. Non è un problema per Tessa Uys e Ben Schoeman: la loro impressionante sincronia e la perfetta gestione della dinamica e del ritmo assicurano che le sinfonie emergano intatte. Resta da fare un’osservazione. In origine, le trascrizioni servivano a rendere la letteratura sinfonica disponibile per tutti gli appassionati. Oggi stanno tornando popolari perché offrono una nuova prospettiva sui lavori più famosi. Ma è giusto cercare modi diversi per inquadrare i classici anziché cercarne di nuovi? A me sembra controproducente celebrare Scharwenka per la sua riformulazione di Beethoven, quando la maggior parte della sua musica rimane dimenticata. Peccato. Questo è comunque un disco sontuoso.
Peter J Rabinowitz, Gramophone

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Questo articolo è uscito sul numero 1527 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati