
Il 15 gennaio il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol – sospeso finché la corte costituzionale non deciderà se destituirlo o reintegrarlo al termine di un processo d’impeachment cominciato il 14 gennaio – è stato arrestato durante un’operazione delle forze di sicurezza che hanno fatto irruzione nella sua residenza a Seoul, dove Yoon era asserragliato da settimane.
È indagato per sovversione dall’unità d’indagini sulla corruzione dei funzionari d’alto grado (Cio) e dalla polizia, che avevano già tentato di farlo arrestare il 3 dicembre senza riuscirci a causa dell’intervento del servizio di sicurezza presidenziale. È la prima volta che in Corea del Sud un presidente in carica è arrestato. “Ho deciso di rispondere alle domande del Cio, pur non riconoscendo la legittimità dell’inchiesta, per evitare un inutile spargimento di sangue”, ha detto Yoon in un videomessaggio. L’arresto, avvenuto alla presenza di migliaia di agenti di polizia e di sostenitori di Yoon, si è svolto senza provocare atti di violenza. In realtà il presidente ed ex procuratore si è avvalso della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio durato circa dieci ore, scrive il Korea Times. Se sarà dichiarato colpevole, rischia la pena di morte. Il giorno prima dell’arresto la prima udienza del processo d’impeachment si era svolta senza la sua presenza. La corte costituzionale avrà tempo fino a metà giugno per confermare o annullare la mozione approvata dall’assemblea nazionale. Se almeno sei degli otto giudici confermeranno la destituzione di Yoon, nuove elezioni presidenziali saranno indette entro sessanta giorni. In caso contrario il presidente, il cui indice di popolarità è ai minimi storici, dovrà essere reintegrato. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1597 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati