Ukhia, Bangladesh, 17 dicembre 2025 (Munir Uz Zaman, Afp/Getty)

Il 12 gennaio alla Corte internazionale di giustizia sono cominciate le audizioni della causa del Gambia contro la Birmania, accusata di genocidio nei confronti della minoranza musulmana dei rohingya (nella foto in un campo profughi). “La minoranza è stata presa di mira per essere distrutta durante un’operazione di polizia nel 2017”, ha detto il ministro della giustizia gambiano davanti alla corte. Il Gambia, paese a maggioranza musulmana, ha presentato il caso con il sostegno dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) nel 2019 in base alla Convenzione sul genocidio del 1948, firmata anche dalla Birmania, che però finora ha respinto le accuse. Nella fase preliminare del processo Aung San Suu Kyi, allora leader di fatto del paese, era comparsa davanti alla corte per difendere il suo governo. I rappresentanti della giunta militare birmana hanno quattro giorni di tempo per rispondere alle accuse. Concluse le udienze, scrive The Diplomat, la sentenza potrebbe richiedere mesi. Intanto in Birmania si è svolta la seconda fase delle elezioni, che si stanno tenendo solo nelle zone controllate dall’esercito (circa un terzo del paese) e con l’esclusione della Lega nazionale per la democrazia (il partito di Suu Kyi, deposto con un golpe nel 2021). L’affluenza è stata bassa e il partito vicino ai militari ha conquistato la maggioranza.

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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 35. Compra questo numero | Abbonati