Il miglior libro del mondo dello scrittore Manuel Vilas, originario di Barbastro, nella Spagna nordorientale, è un canto potente sulle verità nascoste che ogni scrittore custodisce come segreti. Vilas mette in gioco tutto se stesso: ciò che porta sulla pagina sono quasi le sue stesse viscere. Viene da chiedersi come l’autore sia riuscito a restare in piedi dopo una trasfusione emotiva così estrema. In compenso, e in netto contrasto con questa radicalità, la storia è divertente, ingegnosa e difficile da classificare. Il libro parla del mestiere di scrivere e della pulsione narrativa che tiene sveglio l’autore. Perché in ogni paragrafo si nasconde una paura: quella di passare inosservato e di soccombere a una vita che lo spinge sempre di più verso l’oblio. È un’opera onesta, in cui si parla di invidia, di competizione letteraria, dell’arrivo del successo e dell’impossibilità di farlo durare. Vilas ripercorre fatti propri e altrui, biografie di scrittori come Jorge Manrique, Javier Marías e Salman Rushdie, e perfino quella del suo cane Golo.
Sergio Vargas, Culturamas
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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati