Che il giornalista Andrev Walden fosse un raffinato autore nei formati brevi lo sapevamo già. Come cronista del quotidiano svedese Dagens Nyheter versa sassolini grigi di quotidianità nel suo cappello e li trasforma in rubini. Il suo esordio romanzesco, Maledetti uomini, si espande fino a diventare un universo linguistico a sé soffuso da un alone di magia. Walden passa senza soluzione di continuità dalla prima alla terza persona, esce dalla narrazione per commentarla, offre scorci di future ricerche e cambia tempo e spazio senza che il tutto risulti caotico. Seguiamo l’infanzia del piccolo Andrev, cresciuto da una madre girovaga che si sposta per il paese facendo le pulizie, sempre povera e spesso in fuga da uomini violenti che costituiscono la struttura del racconto: sette “padri” che si sono susseguiti in sette anni. Vivono ai margini e, certo, per loro c’è spazio per viaggi in auto in cui si canta insieme fino in Germania, per una sensazione di libertà e per una forma di fratellanza, ma è uno stile di vita che resta costantemente pericoloso per le donne. C’è qualcosa d’insidioso nel modo in cui Walden fa brillare sia le banalità sia le atrocità. In particolare, gli pseudonimi dati ai personaggi in base alle loro caratteristiche conferiscono al libro una qualità fiabesca. Ma la miseria è nascosta dietro la magia.
Petter Larsson, Aftonbladet
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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati