Il 14 agosto 2013 le forze di sicurezza egiziane sgomberarono con la forza i sostenitori dell’ex presidente Mohamed Morsi accampati nei pressi della moschea di Rabaa al Adawiya e in piazza Nahda, al Cairo. “Quel massacro ha segnato la fine della rivoluzione egiziana”, scrive il giornalista Vincenzo Mattei, autore, insieme al fotografo Carlo Gianferro, del reportage January syndrome, patrocinato da Amnesty international Italia.
Realizzato al Cairo nel 2025, il progetto analizza l’eredità politica ed emotiva delle proteste cominciate nel 2011 e delle successive repressioni per una generazione che ne è stata al tempo stesso protagonista e vittima. “Il titolo richiama un’espressione diffusa sui social media egiziani, usata per descrivere una generazione rimasta simbolicamente bloccata nel momento della rivoluzione e costretta ad affrontare il ritorno di un regime autoritario ancora più repressivo”, spiegano gli autori. Dalle testimonianze raccolte emerge che molti di quei giovani hanno sofferto di depressione, pensieri suicidari e fatto ricorso a farmaci antidepressivi per affrontare il crollo delle aspettative di cambiamento. Molti di loro hanno abbandonato l’impegno pubblico o scelto l’esilio, mentre altri sono rimasti o rientrati nel paese, convivendo con disillusione, senso di sconfitta e, in alcuni casi, con la speranza di futuri cambiamenti.
Le fotografie mostrano uomini e donne ritratti di spalle per tutelarne l’identità, insieme a oggetti e segni materiali delle proteste: magliette insanguinate, graffiti, barriere di cemento, riviste clandestine. Scattate con luce naturale e in contesti intimi, le immagini compongono una visione collettiva di quel periodo a distanza di quindici anni. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 62. Compra questo numero | Abbonati