Il 9 febbraio è stato piantato l’ultimo chiodo nella bara delle libertà che per molto tempo avevano fatto di Hong Kong un territorio a parte nel mondo cinese: tre giudici nominati da autorità asservite a Pechino hanno condannato il sostenitore della democrazia ed ex editore Jimmy Lai a vent’anni di carcere.
Durante il processo cominciato nel 2023 la condanna di Lai, che ha 78 anni, è sempre sembrata ineluttabile. La legge sulla sicurezza nazionale, imposta nell’agosto 2020 per sopprimere il movimento di protesta contro Pechino, ha trasformato Lai in un bersaglio prioritario. L’imprenditore d’altronde era stato uno dei primi a essere arrestati appena un mese dopo l’introduzione del nuovo regime liberticida.
Lai è la vittima più emblematica di questa deriva. Diventato una sorta di martire di Hong Kong, non si è mai scusato per le critiche al regime né per i contatti con i democratici taiwanesi e con funzionari statunitensi. La sua condanna colpisce una città dove gli abitanti misurano ogni giorno quanta poca libertà gli resta: i mezzi d’informazione diventati scadenti, le librerie indipendenti costrette a chiudere e i professori universitari preoccupati per ciò che dicono in aula. Dopo la restituzione dell’ex colonia britannica alla Cina nel 1997, gli abitanti hanno creduto per un po’ di tempo che il rispetto dei suoi tratti distintivi – libertà d’espressione e di manifestare, e la possibilità di indire elezioni locali – potesse servire a convincere Taiwan a intraprendere a sua volta un riavvicinamento con la Cina continentale. Invece la sottomissione di Hong Kong è diventata una prova di forza.
Oggi Hong Kong è stabile perché è imbavagliata. Il presidente cinese Xi Jinping ha vinto la sua scommessa con un allineamento spietato. Eppure questo non ha dissuaso il primo ministro britannico Keir Starmer dal visitare Pechino e Shanghai alla fine di gennaio, e Donald Trump potrebbe andare in Cina ad aprile. Rimane una debole speranza: che le autorità cinesi permettano a Lai di lasciare il paese, in un gesto di buona volontà diplomatica a basso costo. In pochi ci credono.
I leader cinesi pensano di aver sconfitto il presidente degli Stati Uniti nella guerra commerciale del 2025 e osservano la crisi in cui Trump ha precipitato il suo paese e le difficoltà industriali dell’Europa. E sono convinti che non c’è più nessuno che possa dargli lezioni. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati