Non c’è una corrispondenza perfetta tra la parola “tristezza” e la sensazione di barcollare sull’orlo dell’abisso. And so it is, album d’esordio del sassofonista Aaron Shaw, prova a colmare questo scarto: dare voce a quello che sfugge alle parole. Nato dopo una diagnosi di sindrome da insufficienza midollare (bmfs), il disco intreccia temi come l’isolamento, la corporeità e la ricerca di senso, alternando desolazione e gioia, quiete e psichedelia. È insieme viaggio astrale e resa dei conti interiore. Il sax tenore di Shaw pulsa come un organo vitale dentro un ensemble di fuoriclasse della scena jazz di Los Angeles, tra cui Carlos Niño, Nate Mercereau, Sam Reid e Jamael Dean. In Soul journey un’introduzione eterea si trasforma in groove serrato, inaugurando una dinamica di tensione e rilascio che attraversa l’album. Shaw oscilla tra misticismo e ritmo, tra esplorazione e ritorno alla melodia. Windows to the soul divaga e riflette, come un pensiero ossessivo che torna su se stesso. Heart of a phoenix, lunga quasi dieci minuti, affronta il peso della mortalità con urgenza crescente. In Echoes of the heart affiora un’ombra malinconica, mentre altrove emerge l’energia collettiva della scena di Los Angeles, tra echi di Sun Ra e Alice Coltrane. Al centro resta una verità: nella fragilità del corpo, la musica diventa un ponte intimo e necessario.
Linnie Greene, Pitchfork
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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati