Nel febbraio 1977 un uomo entrò in un ufficio del centro di Indianapolis e prese in ostaggio un dirigente di una finanziaria che secondo lui l’aveva truffato, puntandogli un fucile alla testa (fissato con del filo di ferro) e pretendendo delle scuse e cinque milioni di dollari. Questo terribile piano e le assurdità che ne seguirono per le successive 63 ore, ampiamente documentate dai notiziari prima locali e poi nazionali, sono raccontati con straordinaria energia nel nuovo thriller tragicomico di Gus Van Sant. Un altro film indicativo della sensibilità per lo stato della nazione del veterano indie, da aggiungere a Da morire, Elephant e Milk, con cui condivide la preoccupazione per le armi come manifestazione dell’ambizione e della disfunzione statunitense. Oltre un certo umorismo acido, una genuina ambientazione anni settanta e un gusto per l’estetica da repor-tage giornalistico, c’è un’insolita parabola vagamente anticapitalistica a catturare in qualche modo il momento attuale. Nell’ottimo cast, la presenza di Al Pacino sembra più che altro un omaggio a Quel pomeriggio di un giorno da cani, thriller drammatico di Sidney Lumet a sua volta ispirato a una storia vera, ma con un finale molto diverso. I colpi di scena che invece concludono Dead man’s wire potrebbero sembrare inverosimili se non fossero assolutamente veri.
Phil de Semlyen, Time Out
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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati