“A novembre la Malaysia ha lanciato un’operazione di soccorso vicino al confine marittimo con la Thailandia dopo che si era diffusa la notizia del ribaltamento di un’imbarcazione. Quattordici superstiti sono stati tratti in salvo e 36 corpi sono stati recuperati in mare su un totale stimato di novanta passeggeri, tutti profughi rohingya”, scrive Asia Sentinel. “L’operazione è stata elogiata come un intervento positivo, in netto contrasto con i respingimenti e il ritardo con cui Kuala Lumpur ha avviato operazioni di ricerca e soccorso negli ultimi anni”. Dal 2006 i rohingya attraversano regolarmente il mare delle Andamane per raggiungere la Malaysia e in media una persona su cinque non ce la fa. Aceh, in Indonesia, ha accolto il maggior numero di arrivi (45 tra il 2009 e il 2025), ma da novembre non ne è stato segnalato quasi nessuno. Ma meno avvistamenti non significano meno partenze. I rohingya continuano a partire dallo stato birmano del Rakhine e in numero significativo da Cox’s Bazar, in Bangladesh, dove la protezione e l’assistenza di base sono molto peggiorate. Alcuni campi sono controllati da bande criminali che attaccano i residenti impunemente e i giovani sono spesso costretti da miliziani armati ad arruolarsi nell’esercito birmano. Né il governo bangladese né l’Unhcr sono in grado di garantire la sicurezza nei campi. La maggior parte cerca di raggiungere la Malaysia, dove la comunità è cresciuta dalle circa cinquemila persone degli anni novanta a oltre duecentomila di oggi. Ma il passaggio marittimo diretto non è più praticabile a causa dei respingimenti, così i trafficanti portano i profughi fino al confine tra Birmania e Thailandia, da dove devono attraversare la frontiera a piedi. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati