Jill Scott racchiude moltitudini. Fin dal debutto del 2000, ha irradiato calore, presentandosi come narratrice capace di abbracciare il romanticismo e al tempo stesso di analizzarne le contraddizioni. Ogni album è stato un invito a entrare nel suo diario personale. Oggi, a 53 anni, Scott pubblica il sesto disco in studio, To whom this may concern, mantenendo intatto il coraggio che l’ha contraddistinta. Nei testi riflette sulle macerie dei due divorzi con ironia ma lascia spazio anche alla possibilità di un amore inatteso in A universe. Ma è sul piano musicale che il disco sorprende: è il suo lavoro più sperimentale, un progetto ambizioso che attraversa cocktail jazz, big band, rnb cosmico e perfino disco, richiamando le esplorazioni di Erykah Badu. Nei 19 brani Scott coinvolge numerosi collaboratori, da Om’Mas Keith a JID. Nonostante la varietà, tutto suona personale. Scott alterna canto, spoken word e rap con una voce più matura, capace di leggerezza e potenza, come nel singolo Beautiful people, un inno alla comunità. Il tema della famiglia torna, insieme agli omaggi a icone come Nina Simone ed Ella Fitzgerald. Tra riflessioni sulla spiritualità e momenti più giocosi, l’album è ricco. La durata può intimidire, ma fa parte del suo fascino: Jill Scott continua a evolversi senza perdersi e si conferma una presenza centrale nell’rnb contemporaneo.
Steven J. Horowitz, Variety
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati