La giornata internazionale della donna si è celebrata 67 giorni dopo l’inizio del 2022, sette in più di quelli di scuola persi mediamente ogni anno dalle ragazze in Laos a causa della povertà mestruale. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, l’accesso insufficiente a prodotti per l’igiene mestruale e all’istruzione colpisce una ragazza o donna in età fertile su dieci in tutto il mondo. Il problema è particolarmente diffuso nelle società patriarcali come quella del Laos, in cui le mestruazioni sono un argomento tabù. Di tutto quel che riguarda il sistema riproduttivo femminile si parla solo a mezza bocca e le informazioni sulle mestruazioni si limitano per lo più alle superstizioni che circolano soprattutto tra le donne anziane, come quella secondo cui una ragazza con le mestruazioni non deve mangiare mango speziato.

Da un sondaggio del 2016 del Lotus educational fund, un’ong che sostiene la scolarizzazione delle ragazze nel distretto rurale di Champhone, nel sud del Laos, è emerso che il 70 per cento delle donne dei villaggi più poveri non sapeva neanche perché sanguinasse ogni mese. Molte giovani laotiane hanno anche ammesso che quando hanno le mestruazioni non vanno al lavoro o a scuola perché non hanno prodotti per l’igiene mestruale e non sanno bene come prendersi cura di sé. “Le ragazze ci hanno detto che erano troppo imbarazzate per andare a scuola quando avevano le mestruazioni, visto che non avevano assorbenti”, ci spiega Dianne Gamage, cofondatrice di Lotus. “Una mi ha raccontato che in quei giorni indossa due sinh (il tradizionale costume delle donne laotiane) sovrapposti per timore che il sangue passi attraverso il tessuto”.

Nonostante la diffusione della povertà mestruale e le sue conseguenze sull’istruzione delle ragazze, è raro che un governo la consideri una priorità. Così afferma Trine Angeline Sig, amministratrice delegata della Real Relief, un’azienda danese che dal 2013 realizza prodotti sanitari e per l’igiene sostenibili destinati ai paesi in via di sviluppo. “Dagli incontri con i funzionari di governo e i ministri ho raccolto una miniera di storie”, dice Sig. “Se gli parli di combattere la malaria o di distribuire zanzariere ti ascoltano con partecipazione, ma quando si passa a discutere di prodotti sanitari, tagliano corto per mancanza di tempo. In molti paesi il ciclo mestruale è un tema stigmatizzato e agli uomini non interessa affrontarlo”.

Yan Li, docente di trasformazione digitale all’Essec Asia-Pacific di Singapore, fa notare che storicamente la salute delle donne non è trascurata solo dai governi ma anche dall’industria medica. “Siamo la metà della popolazione ma l’assistenza sanitaria delle donne è trattata come un argomento di nicchia”, dice. “Durante la sperimentazione, molti farmaci non sono neanche testati sulle donne, il che le espone al rischio di overdose accidentale”. Lo conferma uno studio molto citato uscito nel 2018 sul British Journal of Clinical Pharmacology: solo il 22 per cento dei soggetti inclusi nelle sperimentazioni di farmaci di fase 1 sono donne.

L’assorbente che uccide i microbi

Così, visto che la salute delle donne non ha spazio a sufficienza nell’assistenza sanitaria, in tutta l’Asia ci sono imprenditori che per far fronte a queste esigenze si rivolgono a una nuova forza: la femtech. Il termine è stato coniato negli Stati Uniti nel 2016 e indica ogni software, prodotto o servizio che usi le tecnologie esistenti per migliorare la salute delle donne. I primi sono stati prodotti sanitari sostenibili pensati per rimediare alla povertà mestruale. Un esempio sono i 3.200 kit che l’ong Lotus ha prodotto e distribuito in Laos nel 2016. Contenevano assorbenti riutilizzabili, biancheria intima e del detergente, ed erano stati prodotti dalle partecipanti al programma educativo promosso dall’azienda stessa.

Il termine femtech indica ogni software, prodotto o servizio che usi le tecnologie esistenti per migliorare la salute delle donne

Se la tecnologia si è evoluta, la femtech non è stata da meno. Nel 2018 la Real Relief ha vinto il premio danese per la progettazione con il suo Safepad, un assorbente riutilizzabile realizzato con un tessuto antimicrobico che uccide in trenta secondi ogni tipo di batterio. Sig spiega che questa tecnologia antimicrobica è necessaria perché nelle regioni più povere dell’Asia molte ragazze non hanno accesso all’acqua pulita. “Anche se lavato in un lago o in un fiume inquinato”, dice Sig, “il tessuto del Safepad uccide qualsiasi batterio nocivo, eliminando il problema delle infezioni”. Attualmente il Safepad è distribuito in dieci paesi dell’Africa e dell’Asia, tra cui il Laos e il Bangladesh.

Lo slancio necessario

L’ultima sfida della Real Relief è stata portare il prodotto in Afghanistan, che dal ritiro delle truppe statunitensi, nell’agosto 2021 sta affrontando una crisi umanitaria e dove, secondo l’Unhcr, l’80 per cento delle settecentomila persone sfollate nel 2021 è composto da donne e bambini. Quando i taliban hanno preso il controllo si è dovuto chiudere immediatamente il centro di produzione del Safepad a Kabul. Tuttavia, dopo mesi di cauti colloqui con le autorità, la Real Relief ha ottenuto il permesso di riprendere la produzione a condizione che le dodici addette all’assemblaggio degli assorbenti fossero accompagnate al lavoro da tutori maschi.

Negli ultimi anni in tutto il mondo si è assistito a una crescita degli investimenti nella femtech. Nel 2021 la FemTech Analytics, che si occupa dell’analisi dei dati del settore, ha contato in tutto il mondo 1.323 aziende, 41 delle quali nel sudest asiatico, con un totale di 1.292 investitori. “La digitalizzazione di massa dell’assistenza sanitaria, dovuta in parte alla pandemia di covid-19, ha dato lo slancio necessario all’industria. Ed è in aumento costante anche il numero delle tecnologie in corso di progettazione per migliorare la salute delle donne”, spiega Kate Batz, la direttrice di FemTech Analy­tics. Anche se ospita solo il 14 per cento delle aziende femtech del mondo, l’Asia è destinata a sfruttare al meglio il suo successo. Secondo la FemTech Analytics, infatti, entro il 2026 l’aumento più rapido del numero delle app per la salute delle donne si registrerà proprio nella regione dell’Asia e Pacifico. Questa crescita sarà alimentata dalla “maggiore consapevolezza e apertura sui temi della salute femminile, e ciò modificherà la percezione dei relativi problemi, consentendo alle fondatrici delle nuove aziende un accesso maggiore ai finanziamenti” nella regione, dice Batz.

Nel 2019 l’Unicef ha lanciato Oky, un’app progettata in collaborazione con alcune ragazze in Indonesia e Mongolia. Oky aiuta a diffondere informazioni sul ciclo mestruale tra chi ha dai dieci ai 19 anni. Offre un sistema per monitorare il ciclo e una funzione diario, ed elenca i centri locali per la salute riproduttiva e per il sostegno alle vittime di violenza sessuale. Attualmente disponibile in tutto il mondo, Oky ha anche una funzione di lettura per utenti poco alfabetizzate o con disabilità visive. Quest’anno l’Unicef ha in progetto di espandere ad altri otto paesi i contenuti linguistici localizzati. Tuttavia, fa notare Gerda Binder, che guida il team Oky nell’ufficio regionale Unicef per l’Asia orientale e il Pacifico, servirebbero un coinvolgimento maggiore e investimenti più consistenti delle grandi aziende, “un enorme potenziale non ancora sfruttato”.

La pandemia ha evidenziato quanto l’Asia abbia bisogno di più innovazione sul piano della tecnologia femminile, e la salute mestruale non è che la punta dell’iceberg. La responsabile delle attività dell’Onu per l’Asia e il Pacifico, Sarah Knibbs, racconta che le conseguenze della pandemia per le donne di questa regione sono state enormi. “In media le donne anche prima svolgevano tre volte più lavoro di cura non retribuito rispetto agli uomini”, dice, “ma durante la pandemia questo impegno è aumentato molto a causa della chiusura dei servizi per l’infanzia e per gli anziani, oltre che delle scuole”. La maggiore pressione sulle donne ha reso più difficile risolvere i problemi di salute precedenti. “Se sei vincolata alla cura dei figli o se le norme sociali t’impediscono di uscire di casa”, dice Knibbs, “rischi di non poter accedere all’assistenza sanitaria, neanche ai vaccini”.

Divario digitale

La MyAva è una startup indiana che ha realizzato un’app per semplificare il monitoraggio e il trattamento della sindrome dell’ovaio policistico (Pcos), consentendo alle donne di poter accedere a centri dove lavorano ginecologi, nutrizionisti e allenatori di fitness. Nel mondo soffre di questa sindrome una donna su dieci tra i 15 e i 44 anni. È una condizione ormonale per cui nelle ovaie si accumulano molti piccoli follicoli, il cui sviluppo è bloccato, che causano sintomi come l’aumento di peso, le irregolarità del ciclo mestruale e la crescita di peli sul viso. Secondo gli studi la Pcos colpisce di più le donne asiatiche, e una su cinque in tutto il subcontinente indiano.

Divya (nome di fantasia) ha 17 anni, abita a New Delhi e soffre di Pcos. Come le mestruazioni, questa sindrome è considerata un tabù, e nella maggior parte delle famiglie non se ne parla con chi prende le decisioni, in genere un maschio. Secondo una ricerca del 2021, nonostante la diffusione della sindrome in India, il 25 per cento delle donne indiane la ignora del tutto e il 65 per cento non ne conosce i sintomi. La MyAva è stata fondata nel 2020 da Evelyn Immanuel, ingegnera biomedica affetta dalla Pcos, per “consentire un approccio olistico alla gestione della sindrome”. La MyAva ha come consulenti circa cinquanta medici, 25 nutrizionisti e dodici allenatori, e offre piani di abbonamento dai tre ai dodici mesi, il cui costo varia dalle 2.500 alle 18mila rupie (fra i 33 e i 239 dollari). Solo che, spiega Knibbs, “nell’Asia meridionale c’è un enorme divario digitale tra i sessi. Qui le donne con accesso a internet dai dispositivi mobili sono il 58 per cento meno degli uomini; quelle che possiedono uno smartphone sono il 28 per cento in meno degli uomini”. Per Pushpendra Singh, docente dell’Indraprastha institute of information technology di New Delhi, la situazione è preoccupante. Singh partecipa a un progetto che usa siti accessibili da telefoni e tablet per insegnare alle donne dell’India rurale come fornire un’assistenza sanitaria di base. “Molte app”, osserva Singh, “sono state sviluppate pensando alle donne delle aree urbane. Le utenti di quelle a pagamento non possono che appartenere ai ceti più ricchi. Per raggiungere le abitanti delle campagne occorre quindi ripensarle radicalmente”.

Il progetto a cui Singh sta lavorando usa WhatsApp per fornire consulti medici gratuiti o a poco prezzo alle donne delle regioni più povere dell’India, concentrandosi su problemi di salute specifici come la gravidanza e la fase dopo il parto. Durante la pandemia, la domanda di prodotti tecnologici legati alla maternità e alla fertilità, che rappresentano il 38 per cento del mercato femtech mondiale, è aumentata. I primi servizi a essere ridimensionati o chiusi quando gli ospedali sono stati costretti a dirottare le loro risorse sulla risposta al covid sono stati proprio quelli. Secondo l’Onu, durante la pandemia in Pakistan una donna su tre non ha potuto accedere alle cure prenatali o postnatali.

Per gli investitori è molto più attraente la salute delle donne più giovani, anche per un fattore emotivo: possono ancora avere figli

Nelle Filippine, il Centro universitario per gli studi sulle donne e sulle questioni di genere rileva che i centri sanitari di comunità hanno sospeso i programmi di salute sessuale e riproduttiva. Jessica de Mesa, un’infermiera diplomata, ha capito che fornire servizi sanitari e farmaci contraccettivi alle filippine, vendendoli on­line e consegnandoli con discrezione, avrebbe assicurato “un forte vantaggio” a chi lo avesse fatto per primo. Nelle Filippine esistono già aziende tecnologiche nel campo della sanità e cliniche femminili specializzate, ma de Mesa insieme ad Abetina Valenzuela ha fondato la Kindred per combinare le due cose. Nei primi cinque mesi, i dodici dipendenti e i ventun medici della Kindred hanno servito circa novecento pazienti. Il ramo dell’azienda dedicato alla contraccezione si chiama Anna e commercializza sei diversi farmaci, oltre a quelli d’emergenza per il controllo delle nascite.

La Kindred offre abbonamenti mensili tra i cinquecento e i mille pesos (tra nove e 18 euro). Sull’app, poi, i consulti medici online partono da 850 pesos. Inoltre sono disponibili pacchetti per la fertilità e la cura della salute sessuale. Per i contraccettivi, il principale canale di vendita è stato Instagram. Le clienti della Kindred, spiega de Mesa, sono donne con un reddito medio-alto che fanno parte della forza lavoro urbana e preferiscono contattare l’azienda con messaggi diretti sulla piattaforma. Per il 2022 la startup prevede di aprire il primo consultorio in presenza e di proseguire la raccolta fondi.

Anche in Vietnam è in aumento l’interesse verso la femtech. Gli investitori hanno preso in parola il partito comunista al governo che promuove l’uguaglianza tra le classi e i generi e cerca di introdurre permessi dal lavoro per le mestruazioni e leggi più favorevoli alle donne lavoratrici. A Ngoc Nguyen, una programmatrice informatica che vive nella regione del delta del Mekong, l’idea di una startup è venuta da un puntino nero apparso su un’ecografia fatta nel 2016, quand’era incinta. In seguito si è visto che non era niente, ma lo spavento l’ha indotta a setacciare il web, i libri e la sua rete sociale in cerca di informazioni sulla gravidanza. Quelle ricerche hanno dato vita a Momby, un’app per la genitorialità. Oggi le utenti la usano per prendere appuntamento con l’ostetrica, fare domande a un chatbot o anche per chiedere consigli sull’allattamento.

Il Vietnam ha posizioni progressiste in tema di diritti riproduttivi, dall’accesso all’aborto al congedo parentale. Secondo la Banca mondiale, questo paese di 99 milioni di abitanti registra i risultati migliori di tutta la regione in fatto di mortalità materna: conta infatti solo 43 morti ogni centomila nati vivi, mentre la media asiatica è 69. Ma, come succede in gran parte del sudest asiatico, la società esercita forti pressioni sulle famiglie. Tra i motivi di tensione ci sono la preferenza per i figli maschi, l’invecchiamento della popolazione e l’idea tradizionale secondo cui la cura dei figli spetta alle donne. L’obiettivo di Momby è spingere anche i padri a collaborare di più sia durante la gravidanza sia dopo. Momby offre contenuti specifici per loro. Il 20 per cento degli utenti è rappresentato da uomini.

New Delhi, India, 7 marzo 2022 (Amarjeet Kumar Singh, SOPA Images/LightRocket/Getty Images)

Menopausa protagonista

Mentre l’Asia esce lentamente dalla pandemia, sulla scena della femtech compare un nuovo, inatteso protagonista. È il trattamento della menopausa, segnata dall’esaurimento delle scorte di follicoli ovarici, di solito tra i 45 e i 60 anni, accompagnata da una varietà di sintomi, tra cui vampate di calore, sudorazione notturna e mal di testa. Secondo la North american menopause society, nei prossimi quattro anni entrerà in menopausa il 12 per cento della popolazione femminile del mondo, pari a 1,1 miliardi di donne. Sono cifre sempre più difficili da ignorare in un continente come l’Asia, dove vivono le popolazioni che invecchiano più rapidamente.

In Giappone, per esempio, più del 29 per cento della popolazione ha superato i 65 anni. Eppure secondo Susan Davis, che all’università di Monash, in Australia, dirige il programma di ricerca sulla salute femminile della scuola di sanità pubblica e medicina preventiva, gli studi sugli effetti della menopausa sulla salute delle donne procedono con lentezza e non ricevono finanziamenti sufficienti. “C’è ancora molto che non sappiamo sul tema”, osserva Davis. “Non c’è interesse a investire nell’assistenza sanitaria per le donne di mezz’età. È molto più attraente la salute delle ragazze giovani, anche per un fattore emotivo: possono ancora avere figli”.

Ma gli studi sulla menopausa, anche se ancora insufficienti, indicano in modo chiaro che il fenomeno influisce seriamente sul benessere mentale delle donne. “La menopausa ha conseguenze sulle ossa, il cuore e il metabolismo. Il calo del livello di estrogeni nel sangue riduce la massa ossea ed è per questo che tante donne in menopausa soffrono di osteoporosi”, dice Davis. Altri studi indicano che in menopausa aumenta anche il rischio di soffrire di diabete, malattie cardiache e tumori. Eppure le cure sono ancora poche. La via più seguita è la terapia ormonale sostitutiva, ma, fa notare Davis, “ci sono ancora medici che non sanno prescriverla. E quello che funziona per una donna potrebbe non funzionare per un’altra. Occorre saperne di più”.

Stanche di aspettare, alcune imprenditrici giapponesi si stanno rivolgendo alla femtech. Viste le difficoltà incontrate qualche anno fa per trovare informazioni e aiuto quando ha cominciato a sperimentare i sintomi della menopausa, Akiyo Takamoto ha deciso che era ora di prendere in mano la situazione e ha fondato la start­up Yorisol. “In Giappone ancora molte donne pensano che per affrontare i disagi dovuti al ciclo e alla menopausa bisogna resistere con pazienza”. La Yorisol, lanciata nell’aprile 2020, usa l’intelligenza artificiale per facilitare la comunicazione tra le utenti in menopausa e i loro partner. “Io stessa ho spesso litigato con mio marito”, ricorda Takamoto, “perché non capiva o diceva che mi lamentavo troppo”. Le utenti ricevono domande da un bot e registrano ogni giorno sintomi e sensazioni. Il bot inoltra le loro risposte ai partner, suggerendo come aiutare le compagne. “L’obiettivo”, dice Takamoto, “è creare una nuova cultura in cui uomini e donne possano attraversare la menopausa insieme”.

Congedo opportuno

Ma le conseguenze sociali della menopausa si estendono anche fuori delle mura domestiche. Secondo la Società giapponese per l’endometriosi, nel 66,3 per cento delle giapponesi in menopausa si registra un calo di almeno il 30 per cento della produttività lavorativa nei giorni in cui i sintomi si fanno sentire. “I luoghi di lavoro dovrebbero fornire un congedo speciale”, dice Davis. “Non basta alzare l’aria condizionata quando alcune dipendenti hanno le vampate di calore”. Attualmente il congedo per menopausa non è previsto per legge in nessun paese. Secondo EloCare, una startup con sede a Singapore, la chiave per ridurre le conseguenze della menopausa sulla produttività delle donne è permettere l’accesso a trattamenti efficaci. Mabel Yen Ngoc Nguyen ha un dottorato in ingegneria biomedica e nel 2020 ha fondato la EloCare insieme a Fandi Peng.

Secondo la FemTech Analytics, è specializzato in menopausa solo il 6 per cento delle aziende femtech di tutto il mondo. Attualmente, la EloCare sta lavorando a un dispositivo indossabile che monitora la temperatura corporea, la pressione sanguigna e altre variabili per fornire “un trattamento personalizzato”, spiega Mabel. L’obiettivo è che le utenti si rivolgano a un medico già con dei dati sulla loro condizione, nella speranza che la diagnosi sia più accurata e il trattamento più idoneo. “Stiamo impiegando tanto per sviluppare il nostro prototipo perché non c’erano ricerche su cui basarsi”, spiega Mabel, “siamo dovute partire da zero”. Secondo lei, in fatto di salute delle donne il panorama asiatico è in piena evoluzione. “Sono in aumento sia le donne che chiedono soluzioni”, afferma, “sia gli investitori interessati.

Forse gli investitori non comprendono fino in fondo l’importanza della femtech, ma si rendono conto che è un settore in crescita. Ecco perché le risorse non potranno che aumentare”. ◆ ma

Questo articolo è uscito sul numero 1456 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati