Èuna giornata di metà novembre insolitamente calda e Jo Powell, 43 anni, si rimbocca le maniche entrando in una camera da letto piena di vestiti e borse stipate fino all’orlo di documenti e altri accessori. È difficile muoversi senza inciampare. Due piccole cassettiere ai lati del letto sono sommerse di libri e fazzoletti di carta. L’unica cosa che non è sepolta sotto gli oggetti è il materasso, addobbato da un copriletto lavorato all’uncinetto. Powell, fondatrice dell’azienda Hoarder clean up Uk (pulizie per accumulatori del Regno Unito), sta passando la mattinata in una villetta bifamiliare in un quartiere periferico del sudest di Londra. La sua cliente, Emily (uno pseudonimo), è una donna sulla trentina che ha chiesto di restare anonima per ragioni di privacy.
Emily ha ingaggiato Powell per pulire la camera della madre anziana, visto che deve arrivare un letto nuovo. Quando è arrivata, Powell ha incontrato la madre al piano di sotto. La donna, minuta e dall’aspetto fragile, è sospettosa nei confronti del progetto di riordino. Emily con delicatezza le ha ricordato il motivo per cui Powell si trovava lì e l’anziana ha accettato con riluttanza.
Powell posa i sacchetti della spazzatura, i guanti di gomma, lo spray detergente, una scopa e uno spolverino sopra una scrivania vicino alla porta. Con le mani sui fianchi esamina lo spazio pieno di oggetti. “Questa è la situazione”, dice Emily, le mani che gesticolano verso i cumuli di oggetti, il volto arrossato. “C’è anche della muffa sulle finestre e bisogna occuparsi del bagno. Forse non è il caso peggiore che hai visto, voglio solo che mia madre si senta a suo agio”.
“Nessun problema”, dice Powell, sorridendo mentre prende una scatola vuota che ha notato sotto la scrivania. Chiede a Emily se può aiutarla a decidere quali oggetti tenere e lei accetta.
Powell indossa una maglietta grigia e leggings neri, i capelli biondi tinti sono raccolti in una coda ben curata. Nella vita privata fa battute, sul lavoro, invece, è premurosa e un po’ ironica. Sembra abituata ad aver a che fare con persone vulnerabili. Quando parla con Emily la sua voce è rassicurante ma assertiva. Prende in mano la situazione suggerendo quali zone pulire per prime e muovendosi con passo leggero da un punto all’altro della stanza, senza far cadere nulla.
Le due donne lavorano a un ritmo rilassato, chiacchierando. Emily parla di suo fratello, che ha un disturbo dello spettro autistico e che vive lì. Reagisce negativamente ai cambiamenti nel suo ambiente ed Emily è preoccupata di come si comporterà oggi: “L’ultima volta che ho cercato di liberare la stanza ha quasi sfondato la porta. Stavo per chiamare la polizia”. Poi con un sospiro fa una confessione inaspettata: a sua madre è stato diagnosticato un cancro all’ultimo stadio due settimane fa. “Ha avuto una vita molto intensa, trova ancora difficile accettarlo”, dice a bassa voce. “La prognosi è di tre o sei mesi”.
“Mi dispiace”, dice Powell rialzandosi. Per qualche istante le sue mani frenetiche restano ferme.
Da salvare
Gradualmente, man mano che le due donne lavorano, la stanza comincia a rivelare il passato della madre, una dipendente pubblica appassionata di viaggi. Il mucchio di cose “da salvare”, i reperti della sua vita, riempie due scatole verdi. Dentro ci sono fascicoli con appunti di un corso di linguistica, foglietti con saluti in vietnamita da una vacanza in crociera, monili dalla Patagonia, bigliettini ingialliti scritti al suo defunto marito prima del matrimonio, inviti ai funerali e guide di viaggio.
Powell è svelta e risoluta. I vari cumuli crescono. Alcuni contengono volantini di supermercati, vecchi prodotti per la cura della pelle e scontrini per il cibo di un gatto ormai morto da tempo. I sacchetti riempiti vengono portati al piano di sotto nei bidoni della raccolta differenziata, oppure messi nel bagagliaio dell’auto dell’azienda. Emily sembra rilassarsi mentre la stanza si libera del suo fardello.
Improvvisamente sulla soglia compare la madre di Emily. I suoi occhi guizzano da una parte all’altra della stanza parzialmente sgomberata. “Avevo paura di trovare questa situazione!”, dice con la voce rotta e le mani tremanti. “Qui c’è tanta storia, nessun altro capisce. Non riconoscerò la mia casa!”.
Dall’inizio del 2022 Powell lavora nelle zone di Londra e del sudest dell’Inghilterra aiutando persone affette da disposofobia, meglio nota come disturbo da accumulo, a riordinare le proprie case. Colonne alte fino al soffitto di scatole vuote, cibo marcio, materiale fecale e porte ostruite da cumuli di oggetti sono lo scenario di una sua tipica giornata di lavoro.
I suoi occhi si muovono veloci, sempre in cerca di qualcosa da pulire
Prima di mettersi in proprio Powell lavorava per un’azienda che forniva una serie di servizi, tra cui pulizie nelle abitazioni di accumulatori e interventi in case di persone defunte per cause naturali o in modo traumatico. Il suo ruolo consisteva nel rispondere al telefono e parlare con i clienti, ma ben presto è rimasta colpita dalle forti emozioni espresse in quelle telefonate. “Sentire persone che piangevano al telefono ha avuto un forte impatto su di me”, ricorda. “Gli accumulatori si vergognano. E spesso in fin dei conti si tratta di un problema di salute mentale”.
La svolta è arrivata nel 2021, quando una ragazza ha chiamato per chiedere delle pulizie in seguito al suicidio di suo padre. Powell, il cui fratello si era tolto la vita dodici anni prima, è rimasta al telefono con la donna, offrendo un supporto molto più a lungo di quanto sarebbe durata di solito la chiamata di lavoro. A quel punto si è resa conto di doversi presentare diversamente ai clienti che attraversavano momenti di crisi.
Poi è successa un’altra cosa: l’azienda aveva una cliente che negli anni aveva completamente riempito il bagno di carta e feci, per cui dopo un po’ aveva cominciato a usare contenitori e sacchetti dei quali poi non riusciva a liberarsi. La donna l’ha chiamata in lacrime, umiliata perché un vicino si era lamentato per l’odore e aveva chiesto di rimuovere il cassonetto che era stato messo dalla ditta nel parcheggio comune. A quel punto Powell si è resa conto che troppi accumulatori venivano messi in imbarazzo invece di essere trattati con delicatezza. “Lì mi sono detta: ‘Devo fare qualcosa per conto mio’”, ricorda.
Pur non avendo dipendenti né una formazione professionale per il settore delle pulizie, ha messo in piedi la sua attività. Le difficili esperienze personali, spiega, l’hanno aiutata a superare la paura e il dolore dei suoi clienti. “Avevo vent’anni quando è morto mio padre. Anche mia mamma all’epoca era già malata, ma non lo sapevamo”. Quando la madre è morta due anni dopo, si è trasferita da un’amica e ogni notte restava sveglia fino alle tre del mattino a pulire per affrontare il dolore. All’epoca prendeva anche antidepressivi e lavorava in un negozio di abbigliamento. “Ero uno zombie. Ma nessuno se ne rendeva conto”, ricorda.
Più di vent’anni dopo la salute mentale di Powell è ancora instabile, ma lei pensa che questo la aiuti a entrare in relazione con le persone che assiste e a capire cosa vuol dire nascondere la sofferenza.
Molti dei suoi clienti accumulatori quando sono in pubblico magari hanno un aspetto composto, ma le loro case sono zeppe di oggetti tra i quali a malapena riescono a camminare. Alla sua ditta si rivolgono banchieri, chirurghi, funzionari pubblici e magistrati. “Le persone pensano che l’accumulo sia solo una questione di disordine”, aggiunge. “Non è così”. Quando qualcuno fatica a separarsi dai propri beni, spiega, “c’è di mezzo la paura, e spesso il trauma”.
Powell ha notato che il lutto è un fattore comune ai suoi clienti: dopo aver perso una persona cara, alcune persone reagiscono accumulando cose che agli occhi degli altri sono senza valore. “Molto spesso comprare e conservare oggetti è una questione di controllo: hai tutte queste cose che non apri nemmeno, ma che ti rendono felice”.
Atmosfera tesa
A un certo punto nella camera da letto della madre di Emily l’atmosfera si fa tesa. Mentre l’anziana indietreggia alla vista della stanza parzialmente sgombra, il fratello sale le scale a passi rapidi e pesanti, tenendo in mano alcune brochure di viaggio che ha recuperato dal secchio della spazzatura. “Le avete buttate!”, dice accusando sua sorella. Lei scatta all’istante, la rabbia le contorce il viso: “Non sei per niente di aiuto!”. Lui allora si allontana.
Powell interviene. Senza tentennare o precipitarsi verso la madre di Emily, stempera la situazione afferrando una delle scatole verdi e mostrandogliela. “Stiamo facendo molta attenzione”, dice con delicatezza. “Conserviamo tutte le cose che per lei sono importanti. Per favore, non si preoccupi”.
A quel punto l’anziana si rilassa e si siede sul bordo del letto.
◆ 1982 Nasce nel Regno Unito.
◆ 2002 Muore suo padre e due anni dopo anche sua madre.
◆ 2009 Suo fratello si suicida.
◆ 2022 Fonda l’azienda Hoarder clean up Uk, che si occupa principalmente di fare pulizie nelle case abitate da persone affette da disturbo da accumulo.
Il labbro inferiore di Emily freme, mentre negli occhi le salgono le lacrime. “Mi dispiace se ho alzato la voce”, dice a Powell. “Penserai che sono una persona insensibile”. Powell scuote la testa e le accarezza una spalla.
Emily si ricompone, poi accompagna sua madre al piano di sotto. Quando torna pochi minuti dopo è più serena.
Powell interrompe la cernita degli oggetti. “Stai bene?”, le chiede preoccupata. Emily annuisce, trattenendo l’emozione. Powell le dice che momenti come questi sono normali in situazioni di stress e che non deve sentirsi in colpa.
“Stai facendo tanto, da sola”, dice Powell e le chiede se ha qualcuno che la sta sostenendo in questa situazione.
“Non proprio”, ammette Emily. “Solo mio marito, che è fantastico”. Powell annuisce, prima di riprendere il lavoro. Quando finisce, mette da parte una serie di oggetti sulla scrivania, per lo più souvenir dei viaggi della madre di Emily che secondo lei potrebbero darle conforto. “Per oggi dovremmo fermarci”, suggerisce. “Sarebbe troppo per lei”. Tornerà la settimana successiva per continuare la pulizia.
Qualche ora dopo il telefono di Powell vibra. È un messaggio di Emily. Sua madre è contenta di com’è sistemata la stanza. Powell ammette che si tratta di uno dei lavori più complicati che le siano capitati.
Una settimana prima era a casa sua a Whitstable, nel Kent, dove vive con i tre figli piccoli e il compagno. Nella stanza che usa come ufficio gli scaffali sono pieni di cartellini ironici con parolacce e figurine con il dito medio alzato. I muri della casa sono coperti da foto di famiglia e sulla scrivania ce n’è una di Bailey, la sua dobermann morta qualche anno fa. Mi ha detto che l’ha salvata quando era depressa dopo la morte dei genitori. “Se non fosse stato per lei, non sarei qui”, dice.
Anche quando è in casa, gli occhi di Powell si muovono veloci, sempre in cerca di qualcosa da pulire. Restare ferma, dice, significa dover “pensare a me stessa, che è la cosa peggiore”, dice con un fremito. Ammette che fa fatica a rilassarsi. Quando il suo compagno le propone di guardare un film insieme, non riesce a stare seduta.
Le chiamate e i messaggi da potenziali clienti arrivano ogni quarto d’ora. Molti chiedono se lei e i suoi collaboratori – oggi ha cinque dipendenti – possono rimuovere la muffa dalle loro case, un compito che rappresenta il grosso dei loro interventi. Quando il telefono squilla con una suoneria rap, Powell risponde al telefono in modo amichevole, affrontando ogni domanda con pazienza e chiedendo delle foto prima di mandare un preventivo.
Di solito la tariffa per mezza giornata di lavoro costa 600 sterline (circa 700 euro), mentre una giornata intera costa 1.200 sterline. Anche se cerca di mantenere delle tariffe accessibili rispetto alla media, sa che costi del genere potrebbero essere troppo alti per alcune persone. In futuro spera di ottenere dei finanziamenti da enti di beneficenza.
Quando ricorda i vecchi casi si emoziona, come se si trovasse di nuovo lì sul posto. Ha avuto una cliente che viveva a due passi dal centro commerciale Harrods, in una delle zone più costose di Londra: “Sai come funziona quando non riesci a trovare una cosa e pensi ‘Vabbè, ne compro un’altra’? Ecco, lei faceva così con gli ombrelli. Penso che ne abbiamo contati ventiquattro”. Durante le pulizie lei e la sua collega avevano costruito una buona relazione con la donna, spesso pranzando insieme a lei. Un giorno Powell l’ha convinta a donare in beneficenza molti dei suoi oggetti superflui. Alla fine hanno liberato il letto, permettendole di dormirci per la prima volta dopo anni, invece di usare una sedia.
Alcuni incarichi, peraltro, l’hanno turbata. Una volta, mentre liberava lo studio di un cliente da montagne di carta e libri, una sua assistente è entrata sussurrandole preoccupata che l’uomo era seduto all’esterno ad accarezzare la sua collezione di grossi coltelli. “Mi ha seguito a lungo in giro per la casa”, ricorda Powell. “È stata dura”. La sua assistente, cintura nera di jujutsu, ha fatto in modo di non lasciarla mai da sola in una stanza con l’uomo. Eppure, nonostante la preoccupazione per la propria incolumità, Powell ha provato compassione per lui.
Il coraggio di chiedere aiuto
Una cosa che Powell dice sempre ai clienti per metterli a proprio agio è che tutti, lei compresa, “in qualche modo sentono il bisogno di accumulare”.
Mentre sono a casa sua, a un certo punto tira fuori un contenitore di plastica pieno di effetti personali della madre che non tocca da decenni. “Non so nemmeno cosa siano queste cose”, confessa. “Probabilmente risalgono a quando andò negli Stati Uniti per lavoro”. Si emoziona quando trova un libro di poesie per bambini. “Oddio, me lo ricordo! Mamma me lo leggeva sempre”, dice. Mentre rimette delicatamente tutto nella scatola aggiunge: “E adesso tornerà in garage e non lo guarderò mai più”.
Le è appena arrivata una richiesta per un lavoro a casa di un accumulatore. Quando trova un nuovo messaggio pensa sempre che ogni potenziale cliente è una persona che ha trovato il coraggio di chiedere aiuto dopo anni passati ad affrontare il problema in solitudine. “Le persone devono sapere che possono ricevere aiuto senza essere giudicate”, commenta.
Le esperienze nella vita personale e nel lavoro le hanno insegnato a comprendere cosa vuol dire superare le avversità: non serve essere perfetti, ma avere determinazione e cercare l’aiuto degli altri. “È quello che cerco di fare con la mia azienda”, dice. “Stare accanto ai clienti, e aiutarli in una situazione difficile, se possibile con una risata”. ◆ fdl
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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati