Il 16 febbraio Robert Mueller, il procuratore speciale che indaga sulla presunta interferenza del governo russo nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, ha incriminato tredici cittadini russi. Sono accusati di aver contribuito a orchestrare la più grave minaccia alla democrazia statunitense della storia moderna.

Nel suo primo anno da presidente, Donald Trump ha più volte screditato l’inchiesta, arrivando a sostenere che “la faccenda russa è una notizia falsa diffusa dai democratici”. Il documento reso noto da Mueller spazza via questa tesi una volta per tutte, collegando nomi, date ed eventi, descrivendo gli incontri organizzati dai russi a cui hanno partecipato cittadini statunitensi ed elencando i furti d’identità e le transazioni bancarie. Le incriminazioni evidenziano una sofisticata operazione che aveva tre obiettivi principali: contribuire all’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, minare la fiducia degli statunitensi nelle istituzioni democratiche e inasprire le divisioni tra i cittadini. Questi obiettivi condividono uno scopo più generale: tentare di indebolire gli Stati Uniti alimentando il caos, in modo da avvantaggiare politicamente la Russia.

Youngstown, luglio 2017 (Jonathan Ernst, Reuters/Contrasto)

Secondo i documenti federali, i russi hanno organizzato manifestazioni a favore di Trump. I loro emissari avevano l’ordine di “sfruttare qualsiasi occasione per criticare Hillary” Clinton sui social network. Hanno comunicato con funzionari della campagna di Trump “all’oscuro di tutto”, spingendoli a diffondere contenuti creati da Mosca. Hanno divulgato notizie false su presunti brogli proprio mentre cominciava a farlo il candidato repubblicano. E hanno pagato dei cittadini statunitensi per partecipare agli incontri a favore di Trump, tra cui una persona che ha preso soldi per presentarsi travestita da Hillary Clinton vestita da carcerata.

Non sapremo mai se questa campagna partita dal Cremlino abbia influenzato in modo determinante il risultato di un’elezione che è stata decisa da appena 80mila voti in tre stati. Ma non è questo il punto. Non si assolve una persona accusata di tentato omicidio solo perché la vittima è sopravvissuta. Dire, come fanno i sostenitori di Trump, che nessun americano è stato influenzato da questa campagna di disinformazione è una fantasia pericolosa, perché sminuisce la minaccia al sistema democratico statunitense. Attaccare il sistema democratico significa attaccare il meccanismo che serve a prendere ogni decisione, dalla politica fiscale alle armi nucleari. Visto che i russi hanno cercato di aiutarlo a vincere le elezioni, Trump ha tutto l’interesse a negare la minaccia. Questo ci aiuta a capire perché il presidente degli Stati Uniti abbia deciso di non applicare le sanzioni contro Mosca approvate dal congresso con una maggioranza ampia e trasversale; e anche perché Trump abbia proposto al Cremlino – il governo che ha condotto un grave attacco online contro gli Stati Uniti – di lavorare insieme sul tema della cibersicurezza.

Secondo un rapporto pubblicato il 13 febbraio dai servizi segreti statunitensi, le operazioni del Cremlino sono ancora in corso. E le incriminazioni di Mueller sottolineano che i russi hanno cercato di alimentare il caos anche dopo la vittoria di Trump, sostenendo i gruppi di sinistra nella speranza di creare una spaccatura tra gli americani. La Russia ottiene un vantaggio evidente se la società statunitense si disintegra e se i politici organizzano manifestazioni per attaccarsi a vicenda invece di schierarsi dalla stessa parte per proteggere la democrazia dagli attacchi esterni.

La strategia dell’amministrazione Trump, basata sulla difesa del Cremlino invece che sulla difesa della democrazia statunitense, ha mandato un segnale chiaro a Mosca. Il presidente russo Vladimir Putin non ha nessun motivo di fermarsi. Al contrario, ha tutto l’interesse a comportarsi in modo sempre più aggressivo. Scegliendo di non reagire, Trump gli ha lasciato campo libero, e ha steso il tappeto rosso digitale per una nuova guerra d’informazioni nelle elezioni per il rinnovo del congresso, a novembre. ◆ ma

Brian klaas
è ricercatore presso la London school of economics. A novembre del 2017 ha pubblicato negli Stati Uniti The despot’s apprentice: Donald Trump’s attack on democracy , sui primi mesi dell’amministrazione Trump.

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Questo articolo è uscito sul numero 1244 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati