L’uomo che conta i morti li vede dappertutto. Sono negli elenchi di nomi scritti a mano, portati fuori di nascosto da una regione che la guerra ha isolato dal resto del mondo. Sono nelle immagini delle persone fucilate e buttate giù da un dirupo, torturate e gettate in un fiume, lasciate senza sepoltura per giorni. Sono nei messaggi sui social network scritti da familiari in lutto.

Sono la prima cosa che vede al mattino, quando controlla le notizie. Sono l’ultima cosa che vede la notte, quando appaiono nei suoi sogni.

Un combattente del Fronte popolare di liberazione del Tigrai, Mekelle, Etiopia, 23 giugno 2021 (Finbarr O’Reilly, The ​New York Times/Contrasto)

Vive con i morti da più di un anno, dallo scoppio della guerra nella regione del Tigrai, in Etiopia, all’inizio di novembre del 2020. I tigrini sono circa sei milioni, una minoranza all’interno della popolazione etiope, e sono rimasti accerchiati quando lo scontro tra i leader locali e il governo del primo ministro Abiy Ahmed, vincitore del premio Nobel per la pace nel 2019, è diventato una guerra. Dalle divergenze politiche è nato un conflitto su base etnica, con i combattenti della regione confinante, l’Amhara, che si sono alleati con il governo di Addis Abeba.

Molti tigrini hanno preso le armi. Ma l’uomo che conta i morti vive in Svezia. Da lì non poteva combattere. Ha capito subito, però, cos’avrebbe potuto fare: nel suo piccolo e ordinato appartamento a un capolinea della metropolitana di Stoccolma, Desta Haileselassie usa le sue competenze informatiche e le sue capacità investigative per compilare un elenco delle vittime tigrine.

È un lavoro lento e difficile. Quasi tutte le comunicazioni con il Tigrai sono state interrotte e ai mezzi d’informazione internazionali non è stato concesso di fare il loro lavoro. Alcuni etiopi della diaspora hanno aspettato mesi per sapere se i loro familiari erano vivi, vivendo nel terrore di avere cattive notizie e allo stesso tempo desiderando disperatamente ricevere dei messaggi.

Nella confusione dei primi giorni e delle prime settimane, Desta ha pubblicato alcune richieste d’aiuto sui social network. Spiegava a famiglie in preda all’angoscia che il suo elenco dei morti sarebbe diventato il memoriale di una guerra che il governo di Addis Abeba sembrava intenzionato a nascondere a tutti i costi. Ha fatto decine di telefonate, poi centinaia.

Questo lavoro è diventato la sua vita. Ha smesso di fare escursioni e di andare in piscina. Dorme male. Nel suo appartamento ci sono ancora una chitarra e una tastiera, che non suona più. Ha raccolto testimonianze scritte a mano e fotografie che lo fanno star male e lo fanno piangere. Cerca di calmare famiglie in lacrime, da lontano, senza mai incontrarle di persona. Dalle sue occhiaie s’intuiscono mesi di fatica.

“Ci sono giorni in cui passo tutta le sera a piangere”, dice Desta con la voce dolce. “È un lavoro molto duro, ma devo portarlo avanti… È il minimo che possa fare per la mia gente”.

In cerca di riscontri

In poco più di un anno è riuscito a confermare 3.136 morti nel conflitto. La Associated Press ne ha verificati trenta, scelti a caso, parlando con i familiari e gli amici delle vittime.

La vittima numero 2.171 è Gebret­sadkan Teklu Gebreyesus, fucilato dai soldati davanti a due figli piccoli, come abbiamo potuto confermare. La vittima numero 1.599, Zeray Asfaw, è uno sposo che è stato trascinato via dalla festa di nozze e ucciso insieme al suo testimone, agli amici e al padre della sposa tra le urla delle donne. La vittima numero 2.915 è Amdekiros Aregawi Gebru, un autista di ambulanze, colpito mentre portava in ospedale una donna in travaglio. È riuscito ad arrivare a destinazione, prima di morire dissanguato.

Desta ha centinaia di altri nomi per cui sta ancora cercando riscontri.

“Mi dispiace, queste fanno molta impressione”, dice mostrando delle foto di cadaveri abbandonati su un terreno. Il suo elenco non comprende gli amhara, che sono diventati il gruppo etnico più colpito da quando le forze ribelli del Tigrai hanno cominciato ad avanzare verso la capitale etiope nell’estate del 2021.

L’Associazione amhara d’America tiene un suo elenco dei morti, cominciato dopo l’uccisione di centinaia di amhara nella comunità tigrina di Mai Kadra nei primi giorni del conflitto. L’elenco contiene già 1.994 nomi.

I due gruppi etnici sono divisi anche nella morte. Secondo le Nazioni Unite, tutte le parti in conflitto hanno probabilmente commesso crimini di guerra, ma il maggior numero di atrocità sono state compiute contro la popolazione civile tigrina dai soldati etiopi e dai loro alleati eritrei. Ma su una cosa sono tutti d’accordo, esperti compresi: questi elenchi includono solo una piccola parte dei morti. Desta è sicuro che ogni tigrino abbia perso qualcuno di caro: in combattimento, nei massacri fatti di casa in casa o per la fame provocata dal blocco che le forze governative hanno imposto alla regione del Tigrai. Per mettere in evidenza i legami familiari spezzati, Desta scrive quando una vittima ha dei figli o è stata uccisa insieme a un genitore. La parola “madre” è ripetuta 43 volte. “La madre ha pianto da sola sul corpo del figlio per l’intera giornata”, si legge a una delle voci dell’elenco.

Anche Desta, 36 anni, ha perso delle persone care. Almeno diciannove, dice. È un uomo riservato. Evita gentilmente di rispondere ad alcune domande e sottolinea che ogni persona nella lista è come un familiare. Ma al solo pensiero di aggiungere all’elenco un nome che gli è particolarmente vicino gli s’inumidiscono gli occhi. L’unica foto che vediamo nella stanza dove lavora lo ritrae abbracciato a una donna sorridente. Lui la chiama Amlishaway. È la madre.

Desta Haileselassie alla sua scrivania, Stoccolma, Svezia, 19 settembre 2021 (Nat Castaneda, Ap/Lapresse)

vittima numero 51: haben sahle. L’elenco di Desta comprende 102 bambini e ragazzi. Una delle prime uccisioni di cui è venuto a conoscenza è stata quella di un giovane di quindici anni. Haben Sahle era uno studente modello di Zalambessa, una città di confine, ed era figlio unico. Quando la guerra ha travolto il Tigrai, i familiari di Haben hanno perso le sue tracce.

Qualche settimana dopo, nel dicembre del 2020, uno zio del ragazzo che vive in California, Angesom, ha ricevuto una telefonata. Ma quelle che gli hanno raccontato erano bugie a fin di bene. I parenti nella vicina Eritrea avevano detto ad Angesom che i suoi familiari a Zalambessa stavano bene. Tuttavia Angesom sapeva che nella cultura tigrina la morte di una persona cara non si comunica al telefono. La domenica successiva, in una visita a sorpresa, tre sacerdoti ortodossi etiopi gli hanno portato la terribile notizia.

“Quando dei religiosi si presentano a casa tua senza preavviso, vuol dire che è successo qualcosa di brutto”, osserva Angesom. I sacerdoti non conoscevano il ragazzo e non sapevano com’era morto. Dopo altri cinque mesi Angesom è riuscito a parlare al telefono con la sorella. Lei gli ha raccontato che i soldati etiopi, insieme ai loro alleati eritrei, andavano in giro in cerca di uomini e adolescenti da uccidere. Decenni di rivalità e rancori per il lungo e spesso repressivo potere esercitato dai leader politici del Tigrai avevano dato origine a una carneficina. Quando i soldati si erano avvicinati alla loro abitazione, la madre di Haben Sahle aveva detto che non c’era nessuno in casa, a parte lei. Ma i soldati si erano messi a sparare a casaccio e avevano ucciso il figlio, che si era nascosto all’interno. Mentre la sorella gli raccontava l’accaduto, Angesom ha finalmente cominciato a piangere.

“Per sei mesi orribili ho fatto fatica a mangiare, a dormire e lavorare normalmente”, dice. Al dolore della distanza si aggiungeva il timore che le autorità etiopi controllassero i loro telefoni. Quindi si potevano fare solo domande generiche: se stavano tutti bene, se avevano da mangiare e da bere, spiega Angesom.

Ora è calato di nuovo il silenzio: da mesi Angesom non riesce più a comunicare con i parenti nella regione del Tigrai. Se potesse parlare di nuovo con loro, vorrebbe dirgli che lui sarà la loro voce per sempre. “Se questo non è un genocidio, ditemi cosa può esserlo”.

Quando Angesom ha confermato la morte del nipote adolescente, Desta ha registrato Haben Sahle nella sua lista. Più del 90 per cento dei nomi appartengono a uomini e ragazzi che, come riferiscono i superstiti, spesso vengono cercati proprio per essere uccisi. Il lavoro di Desta era appena cominciato.

Una veglia per le vittime del conflitto in Tigrai, Washington, Stati Uniti, 4 novembre 2021 (Gemunu Amarasinghe, Ap/Lapresse)

vittima numero 70: sibhat berhe desta. “Assassinato insieme ad altri civili dai soldati eritrei, vicino alla Goda Bottle and Glass Share Company”.

Il 23 dicembre è arrivata una telefonata. Era il fratello di Desta, da Mekelle, il capoluogo del Tigrai. Piangeva. Diciannove loro familiari erano stati uccisi. Erano cugini e zii che vivevano nel villaggio dov’è nata la madre. Desta conosceva bene alcuni di loro. Ci era cresciuto insieme e da bambino ci giocava tutte le volte che le loro famiglie s’incontravano. “Sono molto legato a quel posto”, spiega. Per lui Sibhat Berhe Desta era “uno zio molto generoso e protettivo. È il ricordo più vivido che ho di lui”.

Il fratello gli ha raccontato che il 2 dicembre i soldati eritrei avevano costretto i loro parenti a lavorare per loro. I militari erano in cerca di un bottino e volevano smantellare una fabbrica di vetro per portare via dei pezzi. Completato il compito, i familiari di Desta sono stati tutti uccisi dai soldati. Gli eritrei hanno impedito di seppellire i morti per venti giorni, una pratica grottesca, ricorrente in questa guerra, che vuole essere un ulteriore insulto ai morti.

“Ero sconvolto, ma con il tempo sono diventato molto emotivo”, dice Desta. La voce gli trema, poi si ricompone. Non ha ancora elaborato il lutto. Prima devono finire i combattimenti, dice. Fino ad allora, mentre conta i morti, la sua maggiore preoccupazione è il destino di sua madre. “È una donna molto coraggiosa, la mia migliore amica”, dice Desta. Si copre il volto e piange. “È sempre stata al mio fianco”.

Nascosta tra i monti

A dicembre si è sentito elettrizzato e al tempo stesso terrorizzato vedendo sui social network un messaggio di un suo amico che riguardava la madre. Diceva che, in mancanza di altri mezzi per comunicare all’interno del Tigrai, la donna aveva camminato per più di 130 chilometri da casa sua fino a Mekelle per vedere se i parenti erano ancora vivi. La donna di quasi sessant’anni aveva attraversato le montagne e aveva dormito nelle grotte, sfidando molti pericoli. Come lei, altri tigrini andavano alla ricerca dei loro cari in mezzo a tutto quel caos. Camminare su strade pattugliate da forze ostili significava andare quasi sicuramente incontro alla morte. Avrebbe potuto rimanere uccisa in qualunque momento, ha pensato Desta.

Il 4 gennaio 2021, 62 giorni dopo l’inizio della guerra, è riuscito a parlarle al telefono. Lei ha confermato di essere andata a Mekelle a piedi per due volte e di averglielo tenuto nascosto. Non voleva farlo preoccupare. Lui era arrabbiato per i rischi che aveva corso, ma poi si è sentito sollevato.

Mentre parlavano, Desta ha deciso di non dirle del suo elenco dei morti. La madre non aveva bisogno di altre preoccupazioni. Quando hanno cominciato a sentirsi quasi ogni giorno, in tutte le telefonate Desta pigiava il tasto “registra” e salvava i file degli audio. Aveva paura che ogni telefonata fosse l’ultima.

Nonostante lo scrupoloso lavoro per portare alla luce i nomi dei morti, probabilmente non si arriverà mai a un conteggio definitivo

vittime numero 333 e 334: meaza goshu e kalayou berhe. “Uccisi qualche giorno dopo le nozze”.

vittima numero 933: mariamawit alemayo, sei anni. “Uccisa dai colpi d’artiglieria pesante sparati dai soldati eritrei a Shire. Per la madre era l’unica figlia”.

vittima numero 1.577: aba gebreselassie.“Era un monaco cristiano ortodosso”.

Il bilancio delle vittime è una delle più grandi incognite di una guerra. Uno dei progetti più riusciti per il conteggio dei morti è la banca dati The Kosovo memory book, un elenco quasi completo delle persone uccise nel conflitto degli anni novanta, che è durato ventiquattro mesi e ha riguardato un’area geografica molto ristretta. Il database continua a essere aggiornato ancora oggi.

Accertare il numero delle vittime in Etiopia sarà molto più difficile, osserva Michael Spagat, presidente dell’organizzazione non profit Every casualty counts, che si concentra su come contare i morti nelle guerre. L’organizzazione è venuta a conoscenza degli sforzi di Desta e di un progetto parallelo lanciato da alcuni ricercatori dell’università di Gand, in Belgio. I loro elenchi sono simili, spiega Spagat, ma fotografano solo “una piccola parte dell’insieme”.

Lo pensano anche i ricercatori di Gand, tra cui Tim Vanden Bempt, che è sposato con una donna tigrina. “Se in ogni villaggio sono state uccise dieci persone, allora arriviamo facilmente a decine di migliaia di morti”. Per mesi, ogni ora, Vanden Bempt ha pubblicato su Twitter un nome da un elenco di morti. Ha smesso quando il governo ha imposto al Tigrai un nuovo blocco, interrompendo il flusso di notizie.

Secondo Spagat, che è un economista, il lavoro che li attende è “estremamente impegnativo”. Dal momento che le linee di comunicazione sono interrotte, è impossibile perfino condurre una semplice indagine a campione tra le famiglie per fare una stima delle vittime.

È probabile che le autorità etiopi si rifiuteranno sempre di collaborare, una posizione che Spagat dice essere molto frequente tra i governi che si sono trovati in una situazione simile. “In molti casi sono stati loro a uccidere”, spiega, “e preferiscono che tutto resti nascosto”.

Le parti in guerra hanno reso noto di aver perduto decine di migliaia di combattenti. Spagat ripone le sue speranze nella rete dei sacerdoti ortodossi etiopi sparsi tra le varie comunità. Tradizionalmente questi religiosi sanno sempre se nei loro villaggi muore qualcuno. Il problema è che, secondo le autorità religiose del Tigrai, sono stati uccisi anche decine di sacerdoti e appartenenti al clero locale.

Nonostante lo scrupoloso lavoro per portare alla luce i nomi delle vittime in Etiopia, Spagat sostiene che probabilmente non si arriverà mai a un conteggio definitivo. La guerra non è costata solo delle vite umane. In un paese che va fiero dei suoi tremila anni di storia, è stata dissacrata anche la cultura dell’onoranza dei defunti. Di solito spetta agli anziani annunciare la morte di una persona cara. Ora molte famiglie sono divise, alcuni parenti sono scomparsi o sono irraggiungibili, e dato che il Tigrai è tagliato fuori dal mondo la gente spesso non sa se deve piangere qualcuno.

“Quando commemoriamo i nostri defunti, non lo facciamo neanche insieme”, dice una donna tigrina della diaspora che preferisce restare anonima per paura di quello che potrebbe succedere ai suoi cari rimasti in Etiopia. “Non possiamo neppure gridare il nostro dolore per quello che sta succedendo”.

vittima amhara: mekonen girma, agricoltore. L’elenco delle vittime amhara è organizzato per comunità, non per numeri. Mentre le forze tigrine sostengono di combattere per costringere il governo di Addis Abeba a togliere il blocco imposto al loro territorio, alcuni amhara vedono dei propositi di vendetta nelle uccisioni casa per casa e nelle atrocità contro i civili commesse in comunità come Chenna Teklehaymanot.

Anche qui nessuno sa quante persone siano state uccise. Tewodrose Tirfe, presidente dell’Associazione amhara d’America, sta cercando di scoprirlo. “I numeri probabilmente sono molto più alti. Semplicemente non abbiamo le forze per indagare su ogni atrocità”, dice. Ma sapere che sta richiamando l’attenzione sulle vittime lo fa sentire in pace con se stesso. I suoi collaboratori cercano superstiti amhara come Zewditu Tikuye, che racconta di suo marito, l’agricoltore Mekonen Girma, ucciso a luglio nella città di Kobo dopo l’irruzione delle forze tigrine. Zewditu era fuggita di casa, mentre suo marito era rimasto per accudire il bestiame. La donna ha saputo che era morto dalle persone che l’hanno sepolto.

“Qualcuno mi ha detto che è stato ucciso in modo crudele”, racconta. “Vorrei essere morta con lui”. È sgomenta. Suo marito, sostiene, non si era mai interessato di politica. Ora lei deve crescere sette figli da sola. “Non so perché combattono questa guerra”, dice. “Non so neppure se i miei parenti sono ancora vivi”. Amhara e tigrini avevano convissuto pacificamente per tanti anni e ci sono stati anche matrimoni misti, dice. Ora non è detto che potranno continuare a convivere.

La guerra ha spaccato anche la diaspora etiope, più di due milioni di persone. I tigrini inorriditi prendono le distanze dagli amici amhara che salutano l’avanzata delle forze governative, e viceversa. Allo stesso modo evitano i ristoranti etiopi, anche se in passato erano i loro preferiti perché avevano un sapore di casa. Tewodrose non era a conoscenza degli sforzi di Desta per tenere il conteggio dei morti. Crede che gli orrori della guerra dovrebbero essere documentati dal maggior numero di persone possibile. Ma il suo gruppo conta solo gli amhara. E Desta conta solo i tigrini.

“Devo dare la priorità alla mia gente”, spiega Desta. E sul suo computer tiene una bandiera tigrina rossa e gialla invece di quella etiope. Sostiene di non sentirsi più etiope e di essere pronto a stracciare il suo passaporto in ogni momento.

vittima numero 3.137: ancora non pervenuta. È impossibile non temere il peggio. La fame ha travolto il Tigrai, e i medicinali più comuni sono introvabili. Il governo ha condotto ripetuti raid aerei sulla regione. Gli abitanti dicono che le bombe uccidono numerosi civili, bambini compresi. Quando le forze tigrine, a cui si è unito un fratello di Desta, hanno cominciato ad avvicinarsi alla capitale, il governo etiope ha cominciato a parlare di “una guerra per l’esistenza”.

Desta non sente la madre dal 26 giugno. Ora che sulla regione dove vive è stato imposto un nuovo blocco, il telefono non squilla più. Prova a chiamarla ogni giorno, ma senza successo. La loro ultima conversazione è stata normale, come le chiacchierate di tanti tigrini fino a un anno fa. A volte, per sfuggire ai morti, Desta cerca di rievocare quella sensazione di normalità. Nel suo appartamento ha decine di registrazioni di telefonate con la madre. E lui spinge il tasto play. ◆ gc

Questo articolo è uscito sul numero 1442 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati